Arrancame la vida!

vento e sole


Siamo arrivati in questo posto di lunedì, verso sera, in una giornata tiepida di sole. Una di quelle giornate dal cielo terso e alto, una giornata di vento, una di quelle giornate che mi piacciono tanto di questa città e che mi fanno sorridere di gioia. E’ un palazzo modernissimo nel cuore di Madrid. Dalla mia stanza posso vedere le guglie dei palazzi di Plaza Mayor, se mi affaccio appena un poco. Mi avevano diagnosticato questa cosa a novembre, dopo una visita di routine ed una serie di esami mirati. Non ho avuto paura, questo no, questo mai. No so quale sia il processo che scatta nella testa della gente in questi casi e ancora non riconosco il mio. Credevo che avrei provato una grande paura e invece niente. Ho provato con la radioterapia. Non ha funzionato. Ho perso tutti i capelli. Questo mi è dispiaciuto moltissimo. I miei capelli neri, i miei capelli.  Non ho voluto fare la chemio, quella no. Non volevo vomitare tutti i santi giorni, non me la sono sentita di stare così male. Davide mi carezzava la testa  la sera, nel nostro letto, e mi teneva stretto al suo cuore. Questo bastava a farmi prendere sonno. Quello spazio. Quello spazio quasi fisico attorno al suo corpo, uno spazio entro il quale nulla di male potrebbe mai accadere. Dopo tante visite, dopo tanti consulti abbiamo deciso per Madrid. E’ un posto buono, dove mi sento a casa, un posto pieno di amici, di gente che mi vuole bene. La camera è grande, spaziosa, piena di luce. La prima cosa che ho chiesto a Davide è quanto ci sarebbe costato tutto questo. “Nulla Alex, ci rimborserà l’assicurazione, quella che paghi da trent’anni”. Non mi ricordavo più dell’assicurazione. Provo un grande sollievo nel sapere che non priverò di nulla quelli della mia famiglia “ Sono soldi tuoi, Alex, tranquillo.” Il chirurgo è uno dei migliori, ci hanno detto. Lo incontro qualche giorno prima di entrare qui dentro. E’un uomo su per giù della mia età, dagli occhi profondi e miti, che mi ispira fiducia. Mi racconta per filo e per segno tutto quello che mi faranno, mi spiega l’intervento, gli pongo un sacco di domande, lui risponde a tutte. La sera dell’arrivo sono entrate due infermiere, Amparo e Patricia, sono carine, minute, dai lineamenti delicati. Prometto loro un ritratto prima che me ne sia andato. Loro sorridono timide. Compilano il permesso per Davide. “ E’ il mio compagno” dico loro” se mi accedesse qualcosa è a lui che dovrete rivolgervi”. Sul permesso scrivono “ coniuge”. Davide arrossisce “ non siamo sposati” farfuglia “forse scrivere coniuge non è del tutto corretto. Siamo italiani, in Italia non si può” Amparo scuote la zazzera nera e sorride divertita “ Siamo a Madrid, qui si può. Lo lasciamo così, va bene?” Diciamo di sì. Mi piace questa cosa, mi rende tranquillo. Io e il mio compagno siamo in questo ospedale, io sto per essere sottoposto ad un intervento chirurgico alla gola, lui è autorizzato dalla Legge spagnola a restare con me tutto il tempo. Perché è il mio compagno, è colui che mi ama. Lui resta qui con me, qualunque cosa dovesse accadere. E’ bello. E’ rassicurante, è sacrosanto. Quando mi hanno conficcato l’ago nel braccio per l’anestesia mi attendevo l’effetto che avevo provato quindici anni prima, quando mi portarono a Torino con la gamba rotta dalla Palestina. Forse era per via del gran dolore, ma ricordo che allora compresi  in pieno il perché la gente si bucasse. Fu un istante di estasi, di pura gioia, di assenza di dolore totale, dentro e fuori di me. Il liquido scorreva nella mia vena ed io attendevo l’istante di beatitudine assoluta che da lì a poco sarebbe arrivato. E invece nulla. Mi ricordo con gli occhi sbarrati, nell’attesa di quel momento unico in cui per un brevissimo istante avrei provato una gioia assoluta. E invece nulla. Forse sarà stata la dose diversa, forse sarà stato perché questa volta non provo alcun dolore fisico, forse perché questa cosa che ha preso da qualche tempo a divorarmi dall’interno ancora non ha prodotto alcun male, solo un’inquietudine sorda, un’ansia sottile che mi rode in qualche angolo del cervello, un piccolo grumo duro di irrequietezza che non si placa nemmeno la notte. Mi sveglio invece nella mia camera, qualche ora dopo, nel letto gemello accanto a quello dove ha dormito Davide la notte del nostro arrivo, quello con la coperta blu e il cuscino azzurro. Apro gli occhi e vedo i suoi occhi trasparenti. Sono la prima cosa che vedo “dopo”: i suoi occhi. Le sue mani sono sul mio viso. Le sue grandi mani buone su di me. Mi viene da dirgli che sto bene, che sono vivo, che lo amo più della mia stessa vita, più dei pensieri, più dell’intelligenza immanente delle cose, più del mare, più della luce, più dei colori, più della musica, più di ogni altra cosa su  questo pianeta. Faccio per parlare, ma non ci riesco. Il mio sguardo dev’essere stato alquanto avvilito perché lui mi bacia sulle labbra per un istante e poi incomincia ad emettere quel suono strano che fa ogni volta che vuole tranquillizzarmi e infondermi coraggio, un verso che si fa con i bambini piccoli quando hanno paura, come lo schioccare della lingua sul palato e mi spiega che non posso ancora parlare, che sono intervenuti con una sonda nella gola, passando dalla bocca, e che perciò ho le mucose irritare, che l’intervento è durato tre ore e pertanto lo sfregamento è stato prolungato. Mi dice di non preoccuparmi, che fra breve potrò parlare normalmente, che è andato tutto benone, che me lo giura e che se voglio chiamerà il dottore a testimoniare. Non ne ho bisogno, non ne ho mai avuto bisogno, so che non mi mentirebbe mai, mi fido di lui. Lo guardo e cerco di sorridergli anch’io. Dormo molto, dormo di continuo, ho l’impressione di non fare altro che dormire. Nel sonno ogni tanto deliro. E’ l’effetto dell’anestesia e dei sadativi, spiegano a Davide, tutto tornerà nomale fra breve. Nel sonno vedo la ragazza dalla sciarpa rossa di Kabul, vedo i suoi occhi grigi. Sogno che la mia cagnetta Lea è ancora viva, ma si è persa e nessuno riesce a trovarla. Vedo la mia piccola Lia che cammina da sola lungo il Sile. Nel sogno le urlo di stare attenta, di non sporgersi troppo, di mettere un piede dopo l’altro,  di non distrarsi. Mi sveglio. Davide mi porta in bagno.  Riesco ad articolare qualche parola. Gli dico di chiudere la finestra, di sbarrarla completamente prima che ci buttino una granata, prima che ci sparino addosso. Gli dico anche che dovrebbe scendere di sotto e prendere con sé tutti quei bambini, gli dico che dovremmo salvarli in qualche modo quei bambini. Poi passa. Riacquisto la voce con il trascorrere dei giorni. Sto meglio. Di notte Amparo, quando non ha nulla da fare in reparto, entra nella nostra stanza, si siede sulla sedia azzurra e mi racconta la sua vita. Io le parlo della mia. Davide dorme nel letto accanto al mio. Di giorno lui mi legge delle cose, mi porta della musica, l’ascoltiamo insieme. Lo vedo con gli occhiali sul naso, i suoi occhiali leggeri da lettura, sul suo naso perfetto. Stiamo invecchiando insieme. Fra qualche tempo saremo due anziani signori. La luce all’esterno è come accecante, il cielo è terso. E soffia questo vento tiepido che fa bene al cuore. Presto torneremo a casa.