Non ho mai avuto paura di morire. Quando mi hanno detto che avevo questa cosa in gola che mi rodeva dal di dentro non ho provato un bel niente, come se quel fatto stesse accadendo ad un altro. Non ho avuto paura perché sono un eroe, nient’affatto, non è questo di cui sto parlando. A volte ho delle reazioni strane davanti ai fatti della vita. Quando a Gaza, ormai quindici anni fa, mi vennero addosso con una camionetta e mi fatturarono la gamba in diversi punti ( e il mio ringraziamento agli ortopedici del CTO di Torino è imperituro), la prima cosa che pensai fu che, perlamadonna, non avrei mai più potuto fotografare quello che vedevo in quel preciso momento e che stavo per imprimere sulla pellicola. La seconda cosa che pensai fu che la mia maglietta preferita, quella con Einstein che faceva la linguaccia e che indossavo quel giorno, era da buttare, perché nell’urto ci avevo sfregato sopra e l’asfalto l’aveva ridotta a brandelli. Strano, dicevo. No so come sia questa faccenda, non so che cosa scatti nella mia mente nel momento del pericolo. Come quando mio padre, nel suo ultimo giorno di vita, fu colto da un attacco di vomito che lo soffocava e di certo non lo si poteva lasciar morire a quel modo e allora, senza la minima nozione di pronto soccorso, allontani tutti dalla stanza in un istante, gli cacciai due dita in gola e lo feci respirare. Patetico tentavo senza scopo, visto che morì comunque due ore dopo a causa del suo male terribile. C’è qualcosa nella mia mente che mi ordina all’istante cosa sia meglio fare, come sia bene reagire e allora, a volte, mi pare di vedermi come sdoppiato, come se mi osservassi io stesso dall’alto, mentre eseguo con precisione chirurgica una serie di gesti che in circostanze nomali non mi verrebbero neppure in mente. Lo stesso per il corso dei miei pensieri. Solo con l’alcol ho avuto davvero paura. Ne avevo paura perché non lo controllavo, perché non riuscivo a controllarlo. Neanche un tumore si può controllare, questo è certo, ma di un tumore raramente si è colpevoli. Della lenta e progressiva autodistruzione invece lo si è sempre. Ho superato la colpa ormai molti anni fa. Resta solo questo senso profondo di disgusto e la certezza di aver buttato al vento alcuni anni della mia vita, anni che non torneranno mai più. Ammetto che mi sarebbe dispiaciuto morire, questo è certo, ma la paura quella no. Magari è solo incoscienza, chi lo sa? L’unica paura era quella di lasciare Davide da solo, e la mia Lia e mia sorella. L’unica paura era causare loro tanta sofferenza. Più che paura era dolore; ecco, sì, dolore. Così lo si potrebbe chiamare. La paura è un’altra cosa infatti. Dunque siamo arrivati fino a qui e non è poco. Ho ancora un sacco di cose da fare, un elenco lunghissimo che non so se potrò farcela in una sola vita,ma se la partita dovesse chiudersi qui, se proprio il gioco dovesse finire adesso, se il sipario calasse ora, beh potrei dire di essere stato abbastanza fortunato. Ho sempre avuto tanto amore attorno e me e ho fatto sempre di testa mia. Non ho mai avuto padroni. E questo non è poco. La fortuna non può essere infinita e non è vero che la cose brutte accadono sempre e solo agli altri. Ci siamo anche noi. Questa è la vita. E va bene così. Tutti questi anni mi hanno fatto crescere, è vero, ma sono convinto che tutti noi, nel profondo, rimaniamo sempre gli stessi, quelli che siamo stati da bambini, con le stesse emozioni, gli stessi moti dell’animo, gli stessi desideri. E’ così, credo.Mi tieni stretto a te, anche se non mi tocchi. La sera, quando torni dal teatro, ti sorprendo a spiarmi. Mi guardi con un’apprensione dolce che ti leggo negli occhi. Cerchi conferma negli altri, chiedi a loro con gli occhi se tutto procede. Mi conti le pastiglie del blister per essere sicuro che io le abbia prese tutte. Mi fa sorride, a volte, questo tuo modo di amarmi, come se di colpo fossi ritornato piccolo, vulnerabile. Tu sei fatto così: saresti capace di dirmi che tutto sta andando bene anche se stessi per esalare l’ultimo respiro. Pur di proteggermi dalla vita e dal dolore.
....
Non ho mai avuto paura di morire. Quando mi hanno detto che avevo questa cosa in gola che mi rodeva dal di dentro non ho provato un bel niente, come se quel fatto stesse accadendo ad un altro. Non ho avuto paura perché sono un eroe, nient’affatto, non è questo di cui sto parlando. A volte ho delle reazioni strane davanti ai fatti della vita. Quando a Gaza, ormai quindici anni fa, mi vennero addosso con una camionetta e mi fatturarono la gamba in diversi punti ( e il mio ringraziamento agli ortopedici del CTO di Torino è imperituro), la prima cosa che pensai fu che, perlamadonna, non avrei mai più potuto fotografare quello che vedevo in quel preciso momento e che stavo per imprimere sulla pellicola. La seconda cosa che pensai fu che la mia maglietta preferita, quella con Einstein che faceva la linguaccia e che indossavo quel giorno, era da buttare, perché nell’urto ci avevo sfregato sopra e l’asfalto l’aveva ridotta a brandelli. Strano, dicevo. No so come sia questa faccenda, non so che cosa scatti nella mia mente nel momento del pericolo. Come quando mio padre, nel suo ultimo giorno di vita, fu colto da un attacco di vomito che lo soffocava e di certo non lo si poteva lasciar morire a quel modo e allora, senza la minima nozione di pronto soccorso, allontani tutti dalla stanza in un istante, gli cacciai due dita in gola e lo feci respirare. Patetico tentavo senza scopo, visto che morì comunque due ore dopo a causa del suo male terribile. C’è qualcosa nella mia mente che mi ordina all’istante cosa sia meglio fare, come sia bene reagire e allora, a volte, mi pare di vedermi come sdoppiato, come se mi osservassi io stesso dall’alto, mentre eseguo con precisione chirurgica una serie di gesti che in circostanze nomali non mi verrebbero neppure in mente. Lo stesso per il corso dei miei pensieri. Solo con l’alcol ho avuto davvero paura. Ne avevo paura perché non lo controllavo, perché non riuscivo a controllarlo. Neanche un tumore si può controllare, questo è certo, ma di un tumore raramente si è colpevoli. Della lenta e progressiva autodistruzione invece lo si è sempre. Ho superato la colpa ormai molti anni fa. Resta solo questo senso profondo di disgusto e la certezza di aver buttato al vento alcuni anni della mia vita, anni che non torneranno mai più. Ammetto che mi sarebbe dispiaciuto morire, questo è certo, ma la paura quella no. Magari è solo incoscienza, chi lo sa? L’unica paura era quella di lasciare Davide da solo, e la mia Lia e mia sorella. L’unica paura era causare loro tanta sofferenza. Più che paura era dolore; ecco, sì, dolore. Così lo si potrebbe chiamare. La paura è un’altra cosa infatti. Dunque siamo arrivati fino a qui e non è poco. Ho ancora un sacco di cose da fare, un elenco lunghissimo che non so se potrò farcela in una sola vita,ma se la partita dovesse chiudersi qui, se proprio il gioco dovesse finire adesso, se il sipario calasse ora, beh potrei dire di essere stato abbastanza fortunato. Ho sempre avuto tanto amore attorno e me e ho fatto sempre di testa mia. Non ho mai avuto padroni. E questo non è poco. La fortuna non può essere infinita e non è vero che la cose brutte accadono sempre e solo agli altri. Ci siamo anche noi. Questa è la vita. E va bene così. Tutti questi anni mi hanno fatto crescere, è vero, ma sono convinto che tutti noi, nel profondo, rimaniamo sempre gli stessi, quelli che siamo stati da bambini, con le stesse emozioni, gli stessi moti dell’animo, gli stessi desideri. E’ così, credo.Mi tieni stretto a te, anche se non mi tocchi. La sera, quando torni dal teatro, ti sorprendo a spiarmi. Mi guardi con un’apprensione dolce che ti leggo negli occhi. Cerchi conferma negli altri, chiedi a loro con gli occhi se tutto procede. Mi conti le pastiglie del blister per essere sicuro che io le abbia prese tutte. Mi fa sorride, a volte, questo tuo modo di amarmi, come se di colpo fossi ritornato piccolo, vulnerabile. Tu sei fatto così: saresti capace di dirmi che tutto sta andando bene anche se stessi per esalare l’ultimo respiro. Pur di proteggermi dalla vita e dal dolore.