Mia madre conobbe quella di Davide nel 1933, alle soglie della guerra. Abitavano tutte e due in un paese a circa 10 km da Treviso, in due cascine diverse situate in mezzo ai campi, nel bel mezzo del niente. La Ines se la faceva a piedi fino in città, che la scuola a Cendon non esisteva nemmeno. Si alzava all’alba la Ines, faceva colazione e poi si avviava con i suoi quaderni neri verso la scuola elementare di Treviso. Aveva dieci anni la Ines quando incontrò Marisa. Lei aveva sei anni, era piccolina e magra e faceva una gran fatica a camminare tutti i dieci km fino alla scuola. La Ines era forte, avvezza ai campi, alla vanga e alla stalla che puliva tutti i giorni. Quel giorno la Ines se la prese in spalla e insieme arrivarono in città. Marisa tornava a casa con dei cugini che avevano un calesse e che passavano a prenderla quasi tutti i giorni, la Ines invece, quando suonava la campanella che annunciava la fine delle lezioni, andava a casa della maestra. La maestra le faceva fare i compiti che assegnava a scuola e poi, promettendole di chiudere un occhio con il direttore sui ritardi che la Ines accumulava in inverno quando non ce la faceva a fare i dieci km in due ore, con la neve e il ghiaccio che c’erano e Marisa sulle spalle, le faceva pulire la cucina e i pavimenti. La Ines tornava a casa a piedi ogni sera e arrivava che era già tardi. Spesso doveva ancora cambiare la paglia alle due mucche prima di andare a letto. La Ines finì le scuole elementari e non vide più Marisa finchè Davide ed io non c’incontrammo. Poi, sul finire dell’estate, venne avvicinata dal parroco del paese, che le chiese se avesse voluto entrare a servizio da qualche padre. La Ines pensò che siccome lavorava da quando di anni ne aveva cinque, tanto valeva che lo facesse per qualcuno che l’avrebbe pagata. Il parroco andò da nonna Agnese e in breve tempo si decise il destino della Ines. Pianse una settimana di fila la Ines perché aveva scoperto che l’avrebbero mandata a Sondrio, in un collegio gestito dalle suore che avevano bisogno di una servetta tutto fare, ricambiandola con vitto e alloggio. Così si trovò da sola sul treno per Milano dove le suore l’avrebbero aspettata per condurla con loro sui monti. La Ines soffriva di nostalgia, mangiava poco e scriveva a volte delle lunghe lettere a nonna Agnese, pregandola di ricondurla indietro. Il nonno era severo però, quindi la Ines rimase in montagna per due anni buoni, piangendo tutte le lacrime che aveva. Un giorno arrivò una lettera da Cendon che prima lessero le suore, com'era d'uso. Poi la superiora avvicinò la Ines e le disse che sua madre era morta, che suo padre aveva bisogno di lei e che quindi l’avrebbero rimandata in Veneto. La Ines fece il viaggio a rovescio, con gli occhi gonfi di pianto e l’anima greve. Poi, quando varcò la soglia di casa, trovò ad accoglierla nonna Agnese in carne ed ossa. Aveva mentito alle suore e, di nascosto al marito, aveva fatto scrivere la lettera all’unico fratello che sapeva scrivere, così aveva fatto tornare la figlia a sé. Mio nonno si arrabbiò moltissimo, ma ormai la Ines era a casa e non si poteva più far niente. Mentre lavorava nei campi, nel 44, sotto le bombe che devastarono Treviso, la Ines incontrò mio padre, Lupo Grigio, che era disertore e sarebbe diventato poco dopo partigiano. S’innamorarono subito. Si sposarono solo dieci anni dopo, perché non avevano i soldi per metter su casa e nemmeno quelli per comprarsi un vestito nuovo. Quando mio padre venne assunto alla Fiat, alla fine del 68, ci trasferimmo a Torino. Iscrissero me in seconda elementare e mia madre trovò un lavoro come domestica in una villa in collina. Marisa nel frattempo face la contadina tutta la vita. Rimasta vedova giovanissima, riversò tutte le sue speranze sull’unico figlio, un bambino bellissimo che pareva possedere un autentico talento per la musica.Ieri sera la Ines e Marisa hanno preparato la cena. Hanno parlottato fitto fitto tutto il tempo in cucina, mentre friggevano, mondavano verdure, farcivano carni, paste e cucinavano dolci mirabolanti. “ Cos’è, un altro compleanno? O è arrivato Natale in anticipo?” ha detto mia sorella Anna appena tornata a casa. “ Cos’è che si festeggia?”. Le due vecchie amiche, sulle gambe traballanti e con le mani malferme, con quelle mani che non hanno mai conosciuto soste in tutta la loro vita, si sono guardate negli occhi. Poi mia madre ha aperto bocca e ha detto: “ Festeggiamo la vita. Festeggiamo il fatto che siamo tutti vivi e siamo qui, tutti insieme”. La serata è passata veloce come un lampo, con la Lia e Lorenzo che si vestivano da damine e Davide che suonava Mozart, con la Silvia che faceva la parte di una stonatissima Susanna ne “Le nozze di Figaro”. Quando sono passato da mia madre, ormai tardissimo, nella sua stanza, l’ho trovata che sistemava i fiori davanti alla foto di mio padre, con le sue mani tozze, screpolate. Mi è venuto da piangere. Lei ha catturato il mio sguardo, mi ha sorriso e mi ha detto piano: “ Son a più contenta del mondo Alex! El gho tuto, no me manca niente. Vai dal tosato vai, va da Davide. A mi no me manca niente beo. El me beo, el me tosato beo!” Ho chiuso la porta sulla sua schiena mezza storta che si poggiava stanca sul letto. E sono entrato nella nostra stanza. Al buio. Col cuore che batteva.
20 km di strada
Mia madre conobbe quella di Davide nel 1933, alle soglie della guerra. Abitavano tutte e due in un paese a circa 10 km da Treviso, in due cascine diverse situate in mezzo ai campi, nel bel mezzo del niente. La Ines se la faceva a piedi fino in città, che la scuola a Cendon non esisteva nemmeno. Si alzava all’alba la Ines, faceva colazione e poi si avviava con i suoi quaderni neri verso la scuola elementare di Treviso. Aveva dieci anni la Ines quando incontrò Marisa. Lei aveva sei anni, era piccolina e magra e faceva una gran fatica a camminare tutti i dieci km fino alla scuola. La Ines era forte, avvezza ai campi, alla vanga e alla stalla che puliva tutti i giorni. Quel giorno la Ines se la prese in spalla e insieme arrivarono in città. Marisa tornava a casa con dei cugini che avevano un calesse e che passavano a prenderla quasi tutti i giorni, la Ines invece, quando suonava la campanella che annunciava la fine delle lezioni, andava a casa della maestra. La maestra le faceva fare i compiti che assegnava a scuola e poi, promettendole di chiudere un occhio con il direttore sui ritardi che la Ines accumulava in inverno quando non ce la faceva a fare i dieci km in due ore, con la neve e il ghiaccio che c’erano e Marisa sulle spalle, le faceva pulire la cucina e i pavimenti. La Ines tornava a casa a piedi ogni sera e arrivava che era già tardi. Spesso doveva ancora cambiare la paglia alle due mucche prima di andare a letto. La Ines finì le scuole elementari e non vide più Marisa finchè Davide ed io non c’incontrammo. Poi, sul finire dell’estate, venne avvicinata dal parroco del paese, che le chiese se avesse voluto entrare a servizio da qualche padre. La Ines pensò che siccome lavorava da quando di anni ne aveva cinque, tanto valeva che lo facesse per qualcuno che l’avrebbe pagata. Il parroco andò da nonna Agnese e in breve tempo si decise il destino della Ines. Pianse una settimana di fila la Ines perché aveva scoperto che l’avrebbero mandata a Sondrio, in un collegio gestito dalle suore che avevano bisogno di una servetta tutto fare, ricambiandola con vitto e alloggio. Così si trovò da sola sul treno per Milano dove le suore l’avrebbero aspettata per condurla con loro sui monti. La Ines soffriva di nostalgia, mangiava poco e scriveva a volte delle lunghe lettere a nonna Agnese, pregandola di ricondurla indietro. Il nonno era severo però, quindi la Ines rimase in montagna per due anni buoni, piangendo tutte le lacrime che aveva. Un giorno arrivò una lettera da Cendon che prima lessero le suore, com'era d'uso. Poi la superiora avvicinò la Ines e le disse che sua madre era morta, che suo padre aveva bisogno di lei e che quindi l’avrebbero rimandata in Veneto. La Ines fece il viaggio a rovescio, con gli occhi gonfi di pianto e l’anima greve. Poi, quando varcò la soglia di casa, trovò ad accoglierla nonna Agnese in carne ed ossa. Aveva mentito alle suore e, di nascosto al marito, aveva fatto scrivere la lettera all’unico fratello che sapeva scrivere, così aveva fatto tornare la figlia a sé. Mio nonno si arrabbiò moltissimo, ma ormai la Ines era a casa e non si poteva più far niente. Mentre lavorava nei campi, nel 44, sotto le bombe che devastarono Treviso, la Ines incontrò mio padre, Lupo Grigio, che era disertore e sarebbe diventato poco dopo partigiano. S’innamorarono subito. Si sposarono solo dieci anni dopo, perché non avevano i soldi per metter su casa e nemmeno quelli per comprarsi un vestito nuovo. Quando mio padre venne assunto alla Fiat, alla fine del 68, ci trasferimmo a Torino. Iscrissero me in seconda elementare e mia madre trovò un lavoro come domestica in una villa in collina. Marisa nel frattempo face la contadina tutta la vita. Rimasta vedova giovanissima, riversò tutte le sue speranze sull’unico figlio, un bambino bellissimo che pareva possedere un autentico talento per la musica.Ieri sera la Ines e Marisa hanno preparato la cena. Hanno parlottato fitto fitto tutto il tempo in cucina, mentre friggevano, mondavano verdure, farcivano carni, paste e cucinavano dolci mirabolanti. “ Cos’è, un altro compleanno? O è arrivato Natale in anticipo?” ha detto mia sorella Anna appena tornata a casa. “ Cos’è che si festeggia?”. Le due vecchie amiche, sulle gambe traballanti e con le mani malferme, con quelle mani che non hanno mai conosciuto soste in tutta la loro vita, si sono guardate negli occhi. Poi mia madre ha aperto bocca e ha detto: “ Festeggiamo la vita. Festeggiamo il fatto che siamo tutti vivi e siamo qui, tutti insieme”. La serata è passata veloce come un lampo, con la Lia e Lorenzo che si vestivano da damine e Davide che suonava Mozart, con la Silvia che faceva la parte di una stonatissima Susanna ne “Le nozze di Figaro”. Quando sono passato da mia madre, ormai tardissimo, nella sua stanza, l’ho trovata che sistemava i fiori davanti alla foto di mio padre, con le sue mani tozze, screpolate. Mi è venuto da piangere. Lei ha catturato il mio sguardo, mi ha sorriso e mi ha detto piano: “ Son a più contenta del mondo Alex! El gho tuto, no me manca niente. Vai dal tosato vai, va da Davide. A mi no me manca niente beo. El me beo, el me tosato beo!” Ho chiuso la porta sulla sua schiena mezza storta che si poggiava stanca sul letto. E sono entrato nella nostra stanza. Al buio. Col cuore che batteva.