Arrancame la vida!

la volta che vidi Enrico


La volta che arrivò Enrico avevo dieci anni.  Se ne parlava in casa già da parecchi mesi e l’eccitazione era alle stelle. Mio padre non parlava d’altro da giorni e giorni, da quando la direzione del PCI e quella della FIOM lo avevano comunicato ufficialmente ai rappresentanti di fabbrica. Mio padre era uno di loro.  Enrico si presentò sul grande piazzale della Fiat un giorno freddo di novembre, ma noi preparavamo il suo arrivo già prima delle vacanze estive, quando la sua venuta non era altro che una voce, un’idea sussurrata fra gli operai dei vari reparti, più che altro una speranza. Quell’anno fu difficile per la Ines convincere mio padre a tornare in Veneto anche  per soli quindici giorni. Lo mosse a pena la malattia di mia zia, la sorella di mia madre, che si era presa una polmonite che non voleva sapere di andarsene.  Quando  non aveva il turno di notte,  mio padre, Giocomino e il Bepi si trovavano nella nostra cucina a parlare di quello che avrebbero detto quando sarebbe arrivato Enrico.  Mia madre  li lasciava fare, contenta di poter ascoltare quello che dicevano gli uomini. La Ines era ancora una donna spaesata a Torino, una donna piena di coraggio e di energia, ma ancora poco inserita nella realtà della nuova città che la ospitava. A volte piangeva di nostalgia per la sua lingua e la sua terra, per i pochi amici e per i parenti lontani. Solo più avanti negli anni avrebbe ritrovato la grande forza che credeva perduta.La ritrovò quando la GCIL la volle nelle fila della sua Direzione. La Ines aveva preso la licenza media assieme a mio padre presso le scuole serali, quando già abitavamo  a Torino, non era una donna colta, non era politicamente preparata, non era bella e non era raccomandata da nessuno, ma era una donna che aveva  lavorato da quando di anni ne aveva cinque e che conosceva la fatica, il sudore, la miseria e la paura. Aveva fatto del suo meglio per superare almeno alcuni di quei problemi e in parte ci era riuscita. Ma soprattutto la Ines era una donna coraggiosa, profondamente onesta, una donna concreta, con  un cuore grande e le mani forti. Mia madre si sarebbe fatta uccidere piuttosto di prevaricare qualcuno, si sarebbe fatta fare a pezzi piuttosto  di ricevere o subire una raccomandazione di qualsiasi genere, convinta com’era, convinti come eravamo tutti noi, allora, che il Partito avrebbe messo a posto ogni cosa, ogni sopruso, ogni  differenza, ogni ingiustizia, ogni male. Lei amava Enrico da quando lo aveva visto, lui ancora molto giovane e per caso, a Treviso, nella sua terra fatta di democristiani devoti e di cattolici baciapile, e se n’era come innamorata. Era d’estate e la Ines portava il vestito della festa buono, quello di organza a fiorellini tenui, l’unico che aveva. Mio padre contava i giorni che ci speravano alla fine delle vacanze e quando finalmente tornammo a Torino si fece spostare tutti i turni al mattino, di modo che potesse avere tutte le serate libere per poter organizzare bene il comizio. Quando Enrico arrivò quella mattina di novembre mio padre aveva la faccia tirata, stanca, esausta. Non ci dormiva da un paio di notti, lui, per l’emozione.  Sotto la pioggia fredda che cadeva da giorni, mio padre e gli altri allestirono il palco, procurarono i megafoni, piazzarono ben in vista le bandiere e alla fine attesero Enrico in primissima fila. Mio padre e il Bepi introdussero il suo discorso.  Io ero più indietro, insieme a mia madre, un po’ impaurita per via della folla, con Anna sulle sue  spalle. Tanta gente così non l’aveva mai vista la Ines. Quando il comizio finì noi ce ne tornammo a casa, ma mio padre fu inviato dal comitato a cena in una trattoria, alla presenza di Enrico. Ne parlò finchè il suo cervello fu in grado di ragionare, mio padre. Tutti uguali: poveri, operai, servi, analfabeti. Enrico li raccoglieva tutti. A me rimase nella testa l’immagine di un uomo buono, serio, pacato,  che si muoveva sul palco di legno come uno qualunque, lontano, molto lontano, lontanissimo, da ogni clamore, da ogni esibizionismo, da ogni  privatissima forma di protagonismo. Quella fu l’unica volta che vidi Enrico.Dedicato al Presidente del Consiglio. Perchè sono sempre convinto, nonostante tutto, che la giustizia, prima o poi, trionfi.