Arrancame la vida!

l'odio di Giulia


Avevo sette anni quando la mia maestra Giulia convocò mia madre a scuola, nell’ora di ricevimento. Giulia era un nome che mi piaceva moltissimo ma che si adattava malissimo alla mia maestra. Lei era una donna severa, arcigna, triste, una donna a cui i bambini non piacevano per niente. Mia madre andò dalla parrucchiera la mattina presto, prima di andare a scuola dalla maestra Giulia. Prese mezza giornata di permesso dalla famiglia di Marina S e andò dalla Jose la mattina presto, a farsi i capelli. La Signora dove mia madre era a servizio storse il naso quando mia madre le chiese il permesso di assentarsi quella mattina, ma mia madre le promise che quella sera si sarebbe fermata fino alle 10  per recuperare il tempo perduto. La  maestra, dopo aver dato un’occhiata a mia madre e dopo averla sentita parlare le disse che capiva perché io fossi così indietro . Ero un bambino stupido, disse la maestra Giulia a mia madre, un bambino che non sapeva l’italiano, che sbagliava continuamente i verbi, un bambino goffo, tutto gambe e ossa, un bambino lento e un po’ tardo. La maestra le disse che ero sempre disordinato, tutto stropicciato, mal messo, trascurato e  povero. Disse proprio così la mia maestra:  suo figlio è un bambino povero. Si vede troppo che siete poveri, le disse, troppo si vede. Mia madre pianse a lungo quella mattina e pianse anche i giorni che vennero dopo.  Studiavo i verbi di notte per essere meno ignorante. Studiavo sotto le coperte della brandina dove dormivo in cucina, vicino ai fornelli. Cercavo di imitare l’accento dei miei compagni torinesi, di perdere la mia parlata veneta, cercavo di chiudere le vocali più che potevo e di evitare la cantilena del mio dialetto. Non ci riuscivo. Giulia diceva che le personalità perdenti sono negative per se stesse ma soprattutto per gli altri. Quando mi laureai in Filosofia, il giorno dopo, la incontrai in un negozio e non mi trattenni  dal dirglielo. Mi guardò senza riconoscermi e scosse la testa. Le dissi il mio nome e le ricordai la classe e l’anno. Di colpo i suoi lineamenti si fecero duri, gli occhi le diventarono come fessure,  mi guardò in faccia e mi disse con enorme disprezzo: “ quello veneto, il bambino veneto, quello tonto!” Mi fece piangere un’altra volta, a ventiquattro anni.  La vidi ancora una quindicina di anni dopo, vecchia, zoppicante, dura, rigida sulle gambe legnose. Venne ad una conferenza dove parlavo della guerra in Palestina, un’incontro organizzato dal Corriere della Sera,  al quale avevo venduto alcune foto, quando ero ancora un free lance e non lavoravo ancora per il quotidiano spagnolo.  Mi sorrise con un sorriso amaro e acido. La presi per un braccio e la accompagnai alla porta, chiedendo agli addetti di buttarla fuori di lì. Ovviamente nessuno fece niente, nessuno osava cacciare via una donna così avanti con gli anni. Lei se ne andò da sola, algida, altera,  cattiva come sempre. Qualche anno dopo mi chiamò Marina S. per dirmi che la maestra Giulia era morta e che gli ex allievi avrebbero mandato un mazzo di fiori. Andai al funerale di quella donna, per pena, per tenerezza, per  odio, per il furore che mi infiammava dentro. Il carro funebre procedeva nel grande cimitero, con quattro gatti che lo seguivano. Né Marina S., né Roberto, né Mario, i preferiti della maestra Giulia, né tutti i figli degli architetti e degli ingegneri  avevano trovato un attimo di tempo per venire al funerale di Giulia. C’eravamo solo io e Giustino, il calabrese piccolo e nero che lei puniva perché portava la pizza unta a scuola, quello con il colletto del grembiule stropicciato come il mio, quello con la madre analfabeta e il padre operaio.  Quando organizzarono la mia prima mostra di foto di guerra , sotto  la foto del cartellone si poteva leggere una dedica in caratteri piccolissimi: “ A Giulia, per tutto l’odio che non è mai riuscita a trasmettermi”. Spero che i vermi ti abbiamo consumato, Giulia.