Arrancame la vida!

la fotografia


Da molti anni non scatto più fotografie. Solo le foto di guerra so fare, nient’altro. Non mi riesce più di scattare foto alle persone e alle cose. Non ne sono più capace, ammesso che mai io lo sia stato. C’è stato un tempo in  cui volevo dimostrare a me stesso che sapevo fare delle belle foto; forse l’ho già detto, non ricordo. Ricordo pochissime cose ultimamente. Volevo impressionare me stesso e gli altri con le mie foto. Sì, anche gli altri volevo impressionare. Giravo sempre con la macchina fotografica a tracolla, scattavo, studiavo la luce, le ombre, calibravo l’esatta apertura dell’obiettivo. Non so che cosa volessi dimostrare allora. A volte mi capita di rivedere i lavori che ho fatto in passato e di non riconoscermi affatto.  Perchè ho scattato quella foto? Perché? Che bisogno c’era di immortalare per sempre quel momento? Che senso ha una fotografia se non è la testimonianza di qualcosa? Oggi riesco solo ad  immortalare il dolore,  e l’ingiustizia e la fame e le bombe e la sofferenza; non ricordo nemmeno più come si faccia a scattare su di un panorama. Non m’importa più niente. Non fotografo più, ho detto. Da molto tempo. Dimentico anche le cose con una facilità sorprendente , da ultimo. Mi è di grandissimo sollievo, devo dire. Fotografo poco o niente , dicevo. La fatica che faccio ogni volta che devo scattare si è fatta pesantissima. Ultimamente tengo a semplificarmi alquanto la vita anizichè complicarmela, come, al contrario, ho sempre fatto in passato. Sarà l’età. Saranno gli anni che avanzano, la stanchezza, le notti insonni. Sarà la guerra, e la paura e a volte la vergogna che mi coglie davanti alla gente che soffre e che muore. Sarà che non c’è soluzione possibile. Sarà che io non la vedo. Sarà che sto invecchiando inesorabilmente e allora la vita assume per forza una sfumatura diversa quando s’invecchia. Si acquista saggezza, ma si perdono illusioni e sogni e slanci e pazienza. Si perde la pazienza, sì, anche la pazienza. Oggi sorrido quando mi penso trent’anni fa con la mia Canon al collo. Mi sono sempre tenuto volutamente fuori dai clamori, dal commercio e dalla folla. Mi ha sempre fatto orrore la fama. Ho avuto molta fortuna però. Oggi lavoro in un gruppo sceltissimo ma assolutamente anonimo. La situazione ideale per uno come me. Non esiste competizione  fra noi, questo è bellissimo, secondo me. Siamo tutti parte di un progetto e solo questo conta. Gli scatti sono di tutti. E’ l’uso che se ne fa delle foto quello che conta. Sono così adesso. Quando attorno a me vedo tutti questi ragazzini che si affannano per emergere provo una grandissima pena. Che senso ha una cosa del genere? Provo anche pena quando vedo gli scatti dei turisti. Perché fotografare i  luoghi, i monumenti, i volti, gli amici? Non bastano gli occhi, il ricordo e la memoria? Ma  forse sono io che mi confondo. Resetto e cancello i file del mio cervello con una straordinaria facilità, dicevo. Non so perché. Non c’è più conflitto, né fuori né dentro di me. Come se galleggiassi leggero. Solo rimane questo vago senso di dolore e di nostalgia e di tristezza e di pena e di malinconia. Solo questo rimane. Dentro.