Ci siamo incontrati 15 anni fa, in una sera tiepida di un Ottobre romano. Tu suonavi il tango in un teatro del centro. Dovevo fare le foto ai ballerini. Fotografai solo te, le tue mani. L’ho già raccontato questo, mi pare; tempo fa l’ho raccontato qui sopra questo nostro incontro. Ti amai da subito. Sì, da subito. Ho amato da subito i tuoi occhi trasparenti e timidi, le tue ciglia folte, i tuoi capelli neri , le tue bellissime mani che volavano sulla tastiera velocissime. Quella sera ti aspettai fuori del teatro. Uscisti tardi, da solo. Ti aspettai un sacco di tempo. Quando ti vidi uscire mi venne da piangere per l’emozione. Piansi spesso i primi anni con te. Mi faceva piangere il tuo cuore buono, pulito, puro. Piangevo sulle tue mani, sulle tue braccia, sul tuo viso bellissimo. Ti guardavo e mi veniva da piangere. Temevo che prima o poi ti saresti accorto che razza di uomo ti eri preso con te. Poi passò. Passò quando incominciai a credere completamente al tuo amore. Avevo smesso di bere da poco, ero ancora convalescente, da poco dimesso dall’ospedale quando accettai la proposta dell’agenzia per quel servizio fotografico. Avevo pochissimi soldi, le foto di guerra non le voleva nessuno e in qualche modo dovevo campare. Andavo e venivo dalla Palestina, ero stanco e confuso. Ti aspettai fuori del teatro quella sera. Tu sorridevi e mi guardavi fisso. Ti chiesi se potevo mandarti gli scatti che ti avevo fatto, ti chiesi dove abitavi, se eri di Roma, o di dove. Tu dicesti che abitavi a Treviso. Ti dissi che anch’io ero di quel posto, ti dissi che là ci ero nato, che appartenevo anch’io a quella terra d’acqua, ma che adesso stavo a Torino, lontano, lontano da tutto e da te. Ti dissi che prima o poi a quell’acqua ci sarei tornato, che ci sarei tornato davvero, ma non sapevo dirti quando. Ti dissi che ti avrei portato le foto dove avessi voluto tu. Mi cadde la borsa, la macchina, mi caddero tutti i rullini. Tu mi sorridesti ancora e mi dicesti con la tua voce calma: “ Non me ne vado, tranquillo. Non me ne vado da qui. Sto qui con te, non me ne vado, non avere paura, va tutto bene. Io non me ne vado. Resto con te” Da quel momento i tuoi non me ne vado, i tuoi non avere paura , i tuoi resto qui con te hanno accompagnato tutti i giorni della mia vita.C’è stato un momento nella nostra storia, all’inizio, in cui credetti che sarei morto schiacciato da questo macigno che era il nostro amore, tanto era greve il peso di questo amore arrivato inaspettato tutto insieme come un prodigio. Aspettavo che tu ti decidessi ad andartene, una volta scoperta l’impossibilità di vivere con uno come me. E invece sei restato. A volte, nelle notti di febbre o di paura, sogno ancora che te ne vai, che porti via tutto dalla nostra casa, che mi lasci da solo fra le macerie e i detriti del passato. E invece quando mi sveglio ci sei, disteso sul tuo lato del letto, il cuore che pulsa vivo nel tuo petto, le ciglia chiuse sullo specchio dei tuoi occhi magnifici se ancora dormi. Ci sono emozioni che si provano, a volte, nel riconoscere ciò che ancora non si conosce, come una specie d’impaccio a causa della sproporzione delle parole, della loro povertà davanti all’enormità dell’amore.“ In fondo al teatro, dice l’attore, ci sarebbe stato un muro di colore blu. Questo muro chiudeva la scena. Massiccio, esposto a ponente, di fronte al mare. Questo muro era per definizione indistruttibile, benché fosse battuto, giorno e notte, dal vento del mare e subisse in pieno l’influenza delle più violente tempeste.L’attore dice che il teatro era stato costruito attorno all’idea di quel muro e del mare, affinchè il rumore dell’acqua, vicino o lontano, fosse sempre presente nel teatro. Quando non c’era vento, era attutito dallo spessore del muro, ma lo si avvertiva sempre, al ritmo pacato del mare. Quando c’era burrasca, certe notti,si sentiva chiaramente l’assalto delle onde contro il muro della camera. E il loro frangersi contro le parole “ Marguerite Duras-Les yeux blues cheveux noirs
il muro
Ci siamo incontrati 15 anni fa, in una sera tiepida di un Ottobre romano. Tu suonavi il tango in un teatro del centro. Dovevo fare le foto ai ballerini. Fotografai solo te, le tue mani. L’ho già raccontato questo, mi pare; tempo fa l’ho raccontato qui sopra questo nostro incontro. Ti amai da subito. Sì, da subito. Ho amato da subito i tuoi occhi trasparenti e timidi, le tue ciglia folte, i tuoi capelli neri , le tue bellissime mani che volavano sulla tastiera velocissime. Quella sera ti aspettai fuori del teatro. Uscisti tardi, da solo. Ti aspettai un sacco di tempo. Quando ti vidi uscire mi venne da piangere per l’emozione. Piansi spesso i primi anni con te. Mi faceva piangere il tuo cuore buono, pulito, puro. Piangevo sulle tue mani, sulle tue braccia, sul tuo viso bellissimo. Ti guardavo e mi veniva da piangere. Temevo che prima o poi ti saresti accorto che razza di uomo ti eri preso con te. Poi passò. Passò quando incominciai a credere completamente al tuo amore. Avevo smesso di bere da poco, ero ancora convalescente, da poco dimesso dall’ospedale quando accettai la proposta dell’agenzia per quel servizio fotografico. Avevo pochissimi soldi, le foto di guerra non le voleva nessuno e in qualche modo dovevo campare. Andavo e venivo dalla Palestina, ero stanco e confuso. Ti aspettai fuori del teatro quella sera. Tu sorridevi e mi guardavi fisso. Ti chiesi se potevo mandarti gli scatti che ti avevo fatto, ti chiesi dove abitavi, se eri di Roma, o di dove. Tu dicesti che abitavi a Treviso. Ti dissi che anch’io ero di quel posto, ti dissi che là ci ero nato, che appartenevo anch’io a quella terra d’acqua, ma che adesso stavo a Torino, lontano, lontano da tutto e da te. Ti dissi che prima o poi a quell’acqua ci sarei tornato, che ci sarei tornato davvero, ma non sapevo dirti quando. Ti dissi che ti avrei portato le foto dove avessi voluto tu. Mi cadde la borsa, la macchina, mi caddero tutti i rullini. Tu mi sorridesti ancora e mi dicesti con la tua voce calma: “ Non me ne vado, tranquillo. Non me ne vado da qui. Sto qui con te, non me ne vado, non avere paura, va tutto bene. Io non me ne vado. Resto con te” Da quel momento i tuoi non me ne vado, i tuoi non avere paura , i tuoi resto qui con te hanno accompagnato tutti i giorni della mia vita.C’è stato un momento nella nostra storia, all’inizio, in cui credetti che sarei morto schiacciato da questo macigno che era il nostro amore, tanto era greve il peso di questo amore arrivato inaspettato tutto insieme come un prodigio. Aspettavo che tu ti decidessi ad andartene, una volta scoperta l’impossibilità di vivere con uno come me. E invece sei restato. A volte, nelle notti di febbre o di paura, sogno ancora che te ne vai, che porti via tutto dalla nostra casa, che mi lasci da solo fra le macerie e i detriti del passato. E invece quando mi sveglio ci sei, disteso sul tuo lato del letto, il cuore che pulsa vivo nel tuo petto, le ciglia chiuse sullo specchio dei tuoi occhi magnifici se ancora dormi. Ci sono emozioni che si provano, a volte, nel riconoscere ciò che ancora non si conosce, come una specie d’impaccio a causa della sproporzione delle parole, della loro povertà davanti all’enormità dell’amore.“ In fondo al teatro, dice l’attore, ci sarebbe stato un muro di colore blu. Questo muro chiudeva la scena. Massiccio, esposto a ponente, di fronte al mare. Questo muro era per definizione indistruttibile, benché fosse battuto, giorno e notte, dal vento del mare e subisse in pieno l’influenza delle più violente tempeste.L’attore dice che il teatro era stato costruito attorno all’idea di quel muro e del mare, affinchè il rumore dell’acqua, vicino o lontano, fosse sempre presente nel teatro. Quando non c’era vento, era attutito dallo spessore del muro, ma lo si avvertiva sempre, al ritmo pacato del mare. Quando c’era burrasca, certe notti,si sentiva chiaramente l’assalto delle onde contro il muro della camera. E il loro frangersi contro le parole “ Marguerite Duras-Les yeux blues cheveux noirs