Ziggy Stardust

capitolo 7 "i barbari"


7. Bisogna guardare l'animale Dice: il mondo frana e quello si occupa di vino. Esatto. E' come quando il massaggiatore ti tocca un dito del piede e ti chiede Fa male? A te fa male e quindi rispondi Sì, e pensi che ti sei rotto il dito. Problemi ai reni, dice lui. Dal vino si impara un'ipotesi importante: quando percepiamo un'evidente perdita di anima, lì stanno lavorando, sotto la superficie di un'apparente barbarie, eventi di natura diversa che è possibile riconoscere uno ad uno. Io ci ho provato, a riconoscerli: commercializzazione spinta, linguaggio moderno, adesione al modello americano, scelta della spettacolarità, innovazione tecnologica, scontro fra potere vecchio e nuovo. Facile che si possa fare di meglio, ma adesso aprite bene le orecchie. Il punto è questo: noi, in genere, non abbiamo voglia di fare di meglio. Di solito, quando sentiamo puzza di barbari, tendiamo a collegarla con uno, al massimo due, di quegli eventi: scegliamo quello che più ci infastidisce, o quello più evidente, e ne facciamo il nostro bersaglio. (Quel vino è troppo semplice, il calcio è schiavo dei soldi, i giovani ascoltano solo musica facile e spettacolare). Beh: c'è qualcosa, in questo atteggiamento, che ci terrà sempre lontani da una comprensione vera. In realtà è probabile che nessuno di quegli eventi sia sostanzialmente isolabile dagli altri, né giudicabile in sé, né tanto meno condannabile. Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda. E' ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l'animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere. Se c'è una logica, nel movimento dei barbari, è solo leggibile a uno sguardo capace di assemblarne i diversi pezzi. Altrimenti è chiacchiera da bar.         Provo a spiegarmi. Se vi infastidisce la furbesca e facile spettacolarità di un vino hollywoodiano, e vi fermate lì, la barbarie che state registrando è riassunta in una penosa contrazione di gusto e raffinatezza culturale. Da lì non si esce. Ma se voi provate a collocare quell'illogico degrado culturale all'interno di una rete di eventi, alcuni dei quali probabilmente vi troverebbero entusiasti (che so, l'innovazione tecnologica, la liberalizzazione di una tecnica altrimenti riservata a una setta, la scelta di un linguaggio non esoterico e discriminante), se provate a interpretarla come sezione parziale di un movimento più complesso e ampio, allora essa cesserà di essere un grottesco passaggio a vuoto dell'intelligenza collettiva e inizierà ad assumere un profilo diverso: facilmente, inizierete a capire che in quel preciso punto, dove sembrano essersi perse forza e cultura, passano in realtà correnti fortissime di energia, generate da eventi prossimi, che sembrano avere bisogno, per esprimersi, di quella strettoia, di quella discesa, di quella ritirata strategica. Nell'apparente indigenza di quel particolare, trova appoggio una forza più ampia che, senza quella debolezza, non starebbe in piedi. Liberi poi di giudicare che, comunque, questa nuova forma di energia, di senso, di civiltà, non è all'altezza di quella precedente: questo è assolutamente possibile. Ma in questo modo avrete almeno evitato di liquidare la locomotiva a vapore in base alla considerazione che, confrontata a una carrozza a cavalli, essa risulta un oggetto raccapricciante, volgare, puzzolente e oltretutto pericoloso. Che è vero: ma rinunciare ai cavalli, alla civiltà dei cavalli, era forse la ritirata strategica necessaria, la inevitabile perdita di anima, per ottenere lo sviluppo di un'energia che non sarebbe poi apparsa, obbiettivamente, come una barbarie. Lo sguardo che si ferma su un tratto solo dell'invasione barbarica rischia la stupidità pura e semplice.         Pensate alla musica, alla grande musica. Da Bach a Beethoven si può dire che lavorarono indefessamente a una furba semplificazione del mondo musicale che avevano ricevuto in eredità. Contrassero i suoni, le armonie, le forme. E simultaneamente accelerarono sulla via di una spettacolarità che nessuno, prima, si era mai sognata. Se ascoltate un madrigale di Monteverdi e poi, di seguito, il finale della Quinta di Beethoven, vi appare subito chiaro dove sta il bottegaio, l'incivile, il barbaro. E questo spiega come fosse possibile che, ai tempi, gente avveduta scambiasse Beethoven per un compositore da pubblico bue (ricordate l'epigrafe?). Eppure, in quella innegabile perdita di ricchezza, in quella volontaria riduzione di possibilità, in quella ritirata strategica geniale, quegli uomini trovarono la strettoia attraverso cui arrivare a un mondo nuovo, che tutto sarebbe stato tranne una perdita di anima. (Anzi, si può dire che furono loro a inventarla, l'anima: o almeno quel modello prêt à-porter che sarebbe entrato in tutte le case, e nelle vite anche più semplici). O pensate a quando, dopo secoli di madonne, deposizioni e annunciazioni, gli artisti iniziarono a dipingere scene di vita quotidiana: uno che legge una lettera, un mercato, delle oche, cose così: che vertiginoso salto in basso. Dalla madonna ai fagiani. Eppure anche lì, quale immenso flusso di energia, di forza, di anima, se volete, si sprigionò da una mossa così barbara? E quando scegliemmo l'automobile al posto dei cavalli? A stretto rigore di logica, chi ce l'ha fatto fare di abbandonare un mezzo di locomozione che si ricaricava mentre tu dormivi, provocava scarichi che concimavano la terra, quando fischiavi correva da te e, meraviglia!, quando era vecchio provvedeva da sé a generare un modello nuovo, senza significative spese aggiuntive. (D'accordo, questo esempio è un po' stiracchiato, ma gli altri due no, quelli valgono).         Erano mosse apparentemente suicide. Ma erano il movimento di una zampa, o la flessione della schiena, o l'angolo di uno sguardo: intorno c'era l'animale, ed aveva un piano, ed era l'animale, l'unico, che sarebbe sopravvissuto. Magari mi sbaglio, ma secondo me bisogna guardare l'animale, tutto, e in movimento. Allora qualcosa si potrà capire. Bisogna concedere ai barbari la chance di essere un animale, con una sua compiutezza e un suo senso, e non pezzi del nostro corpo colpiti da una malattia. Bisogna fare lo sforzo di supporre, alle loro spalle, una logica non suicida, un movimento lucido, e un sogno vero. E questa è la ragione per cui non basta deprecare la pinna (effettivamente inutile in un quadrupede), ma è necessario capire che essa forma un'unità organica con le branchie, le squame, quel modo di respirare, quel modo di vivere. Il braccio che è diventato pinna, forse non è un cancro, ma l'inizio di un pesce.         Va be', fine della predica. Ma era una cosa che ci tenevo a dire.