Anche questa volta di notte aveva preso quella che gli sembrava la decisione giusta, di notte, una notte che proprio non gli riusciva di dormire finchè non avesse trovato la soluzione, presa una decisione.Di fare cose, come farle e quando farle decideva sempre di notte e finiva per perdere il sonno. Quando non riusciva a dormire era perché doveva decidere qualcosa, sempre, e sempretrovava la risposta, ma sempre di notte. "Perché?" si chiedeva. Perché di notte come una maledizione?Quando gli veniva fatta una proposta, quando gli veniva chiesto un parere,mai gli accadeva poi di trovare risposta di giorno, mai, accadeva sempre di notte.A volte la risposta arrivava poco dopo che era andato a letto, a volte no, a volte rischiava di trascorrere intere nottate sveglio. E poi quando doveva decidere qualcosa per se sentiva una voce dentro che non si fermava mai, mai, nemmeno di giorno, quella voce non si fermava mai.Sentiva quella voce che non gli dava pace, quella voce dentro di se chenon smetteva mai di dirgli che doveva dargli retta, che poi lui a quella voce aveva sempre dato retta come un bambino da retta a sua madre e lui una madre non la aveva mai avuta tanto che gli sembrava impensabile esistesse, però sapeva che alla sua voce lui dava retta proprio come un bambino da retta a sua madre, ne era certo, perché farlo gli veniva bene, bene come veniva a quei bambini che lui ogni tanto guardava mentre davano retta alla madre. Di giorno spesso pensava al fatto che la vita è fatta di decisioni, di pareri, di proposte, di cambiamenti, pensava che così era la vita e doveva essere bella così e non ne avrebbe nemmeno avuto paura ma poi c'erano le notti da trascorrere inevitabilmente sveglio e questo gli procurava una tremenda angoscia.Lui al suo riposo c'era attaccato come un pirata è attaccato al tesoroma si paragonava a un pirata che finalmente in adorazione davanti al suo tesorosente una pistola poggiarsi alla tempia e vede il tesoro svanire sotto i suoi occhi.Lui era il pirata, la notte ed il riposo erano il tesoro, la voce era la pistola.Quella notte la voce gli diceva che doveva farlo, che così che doveva finire e che non c'era altra soluzione.La voce diceva parole, lui ascoltava, ripeteva a voce alta quelle parole e la voce lo seguiva come un eco dentro la sua testa.Ormai ne era certo ma nessuno gli credeva, nessuno tranne la sua voce. Era malato, ma nessuno gli credeva e lui non voleva, non voleva essere malato, non voleva che non gli credessero, gli altri, quelli che non gli credevano.Era ossessionato, non dalla vita, ma dalla notte e dalla voce, e allora si anche dalla vita, perché tutto nasceva da lì, e tutto diventava ossessione.Arvrebbe voluto curarsi e guarire, a dire il vero ci aveva provato ma nessun medico e nessuna cura avevano portato a qualcosa di buono e la vita scorreva, le cose della vita arrivavano, lui doveva rispondere e le notti erano ore ed ore a fissare il soffitto e a pensare e ad ascoltare quella voce... che poi non si fermava neanche di giorno.Voleva guarire, non ne poteva più, non ne poteva più della voce e poi c'erano gli occhi che ormai era normale fossero rossi e cerchiati, la pelle del viso grigia e quel sapore in bocca di tabacco e bile e non ne poteva più di quell'aspetto che teneva distante da lui la vita che viveva tanto da non poterla stringere... viverla e non stringerla.Doveva farlo, doveva farlo, devi farlo, devi farlo, pensieri e parole nei pensieri, un susseguirsi monotono, ossessivo, come il racconto della sua vita ormai era diventato. Doveva curarsi da se, doveva decidere e curarsi da se, in fin dei conti era quello che la voce diceva: "curati, curati da te, ascoltami". Aveva provato di tutto: sedativi, sonniferi, antidepressivi, ansiolitici, nulla gli era servito ed intanto la voce gli diceva che il migliore medico per lui era stesso, la migliore medicina era se stesso. E Basta, decise, in fin dei conti bastava provare, senon avesse funzionato avrebbe riprovato con qualcos'altro, aspettato ancora un po' che intanto a questa angoscia c'era abituato... ...quella notte la voce disse che sarebbe bastato poco e quel poco era già lì, sul comodino accanto al letto. E decise e strinse con decisione il muscolo del bicipite e le vene affiorarono a ricamare la pelle, fece un ultimo respiro come per prendere coraggio e spinse con il pollice lo stantuffo e in un soffio si addormentò.
Ossessione
Anche questa volta di notte aveva preso quella che gli sembrava la decisione giusta, di notte, una notte che proprio non gli riusciva di dormire finchè non avesse trovato la soluzione, presa una decisione.Di fare cose, come farle e quando farle decideva sempre di notte e finiva per perdere il sonno. Quando non riusciva a dormire era perché doveva decidere qualcosa, sempre, e sempretrovava la risposta, ma sempre di notte. "Perché?" si chiedeva. Perché di notte come una maledizione?Quando gli veniva fatta una proposta, quando gli veniva chiesto un parere,mai gli accadeva poi di trovare risposta di giorno, mai, accadeva sempre di notte.A volte la risposta arrivava poco dopo che era andato a letto, a volte no, a volte rischiava di trascorrere intere nottate sveglio. E poi quando doveva decidere qualcosa per se sentiva una voce dentro che non si fermava mai, mai, nemmeno di giorno, quella voce non si fermava mai.Sentiva quella voce che non gli dava pace, quella voce dentro di se chenon smetteva mai di dirgli che doveva dargli retta, che poi lui a quella voce aveva sempre dato retta come un bambino da retta a sua madre e lui una madre non la aveva mai avuta tanto che gli sembrava impensabile esistesse, però sapeva che alla sua voce lui dava retta proprio come un bambino da retta a sua madre, ne era certo, perché farlo gli veniva bene, bene come veniva a quei bambini che lui ogni tanto guardava mentre davano retta alla madre. Di giorno spesso pensava al fatto che la vita è fatta di decisioni, di pareri, di proposte, di cambiamenti, pensava che così era la vita e doveva essere bella così e non ne avrebbe nemmeno avuto paura ma poi c'erano le notti da trascorrere inevitabilmente sveglio e questo gli procurava una tremenda angoscia.Lui al suo riposo c'era attaccato come un pirata è attaccato al tesoroma si paragonava a un pirata che finalmente in adorazione davanti al suo tesorosente una pistola poggiarsi alla tempia e vede il tesoro svanire sotto i suoi occhi.Lui era il pirata, la notte ed il riposo erano il tesoro, la voce era la pistola.Quella notte la voce gli diceva che doveva farlo, che così che doveva finire e che non c'era altra soluzione.La voce diceva parole, lui ascoltava, ripeteva a voce alta quelle parole e la voce lo seguiva come un eco dentro la sua testa.Ormai ne era certo ma nessuno gli credeva, nessuno tranne la sua voce. Era malato, ma nessuno gli credeva e lui non voleva, non voleva essere malato, non voleva che non gli credessero, gli altri, quelli che non gli credevano.Era ossessionato, non dalla vita, ma dalla notte e dalla voce, e allora si anche dalla vita, perché tutto nasceva da lì, e tutto diventava ossessione.Arvrebbe voluto curarsi e guarire, a dire il vero ci aveva provato ma nessun medico e nessuna cura avevano portato a qualcosa di buono e la vita scorreva, le cose della vita arrivavano, lui doveva rispondere e le notti erano ore ed ore a fissare il soffitto e a pensare e ad ascoltare quella voce... che poi non si fermava neanche di giorno.Voleva guarire, non ne poteva più, non ne poteva più della voce e poi c'erano gli occhi che ormai era normale fossero rossi e cerchiati, la pelle del viso grigia e quel sapore in bocca di tabacco e bile e non ne poteva più di quell'aspetto che teneva distante da lui la vita che viveva tanto da non poterla stringere... viverla e non stringerla.Doveva farlo, doveva farlo, devi farlo, devi farlo, pensieri e parole nei pensieri, un susseguirsi monotono, ossessivo, come il racconto della sua vita ormai era diventato. Doveva curarsi da se, doveva decidere e curarsi da se, in fin dei conti era quello che la voce diceva: "curati, curati da te, ascoltami". Aveva provato di tutto: sedativi, sonniferi, antidepressivi, ansiolitici, nulla gli era servito ed intanto la voce gli diceva che il migliore medico per lui era stesso, la migliore medicina era se stesso. E Basta, decise, in fin dei conti bastava provare, senon avesse funzionato avrebbe riprovato con qualcos'altro, aspettato ancora un po' che intanto a questa angoscia c'era abituato... ...quella notte la voce disse che sarebbe bastato poco e quel poco era già lì, sul comodino accanto al letto. E decise e strinse con decisione il muscolo del bicipite e le vene affiorarono a ricamare la pelle, fece un ultimo respiro come per prendere coraggio e spinse con il pollice lo stantuffo e in un soffio si addormentò.