CALICI DI STELLE

UN SOFTWARE SCOPRE CHE SHAKESPEARE AVEVA COPIATO DA UN MANOSCRITTO DEL SEDICESIMO SECOLO


Per secoli, gli studiosi si sono interrogati su cosa avrebbe ispirato William Shakespeare. Un software, utilizzato dai professori universitari inglesi per "beccare" i propri alunni nel caso decidessero di copiare, ha svelato l'arcano. I ricercatori Dennis McCarthy e June Schluter, ritengono che il bardo di Stratford-upon-avon possa aver copiato diverse frasi e porzioni di trama da un manoscritto poco conosciuto del sedicesimo secolo,"Ribellione e ribelli" di George North. Le poche nozioni sull'autore rigurdano principalmente la sua attività di ambasciatore della corona inglese a Stoccolma. Difatti, fino ad ora, il suo lavoro più conosciuto era una descrizione di alcuni territori scandinavi risalente al 1561. Il sospetto è venuto alla nota studiosa di letteratura inglese June Schlueter che, leggendo il lavoro di un autore semi-sconosciuto come North, ha ritrovato termini e trame che già conosceva, quelle Shakespeariane appunto. La schlueter, spulciando tra gli scaffali della British Library ha ritrovato questo manoscritto. Rebellion and rebels, è una sorta di pamphlet contro i rivoluzionari con annessa casistica di tutti quelli che hanno attentato al potere della Corona. Una volta appurato che le opere di North fossero antecedenti rispetto a quelle del più celebre collega, ha parlato della sua intuizione a McCarthy. Quando i due studiosi hanno inserito alcuni testi tratti dalle opere di Shakespeare nel software, che per la cronaca è WCopyfind, hanno scoperto che esistono 20 corrispondenze tra il manoscritto di North e diverse opere del drammaturgo inglese. Infatti, Riccardo III, Macbeth, Enrico V e Re Lear, nasconderebbero tutte dei passaggi estrapolati dall'opera di North. McCarthy, per assicurarsi che North e Shakespeare non avessero semplicemente usato una fonte comune, ha controllato attraverso il software ben 17 milioni di pagine provenienti da tomi della letteratura inglese. Secondo quanto riportato dal New York Times anche quest'analisi ha confermato che il pensiero della Schlueter che quasi nessun altro testo conteneva le stesse parole inserite in paragrafi della medesima lunghezza.