femminile plurale

cap. ventotto - Maniaci sentimentali -


Io continuo ad avere fede nella cinematografia e so che un giorno la maga Columbia farà materializzare qui davanti a me il mio principe azzurro. Intanto mi accontento o meglio le accontento e accetto di uscire con un loro pupillo. “Cicci, è delizioso, un bijou” cinguetta Francesca che secondo me non ha ancora perso le speranze di vedermi felicemente accasata col maresciallo e sta aspettando solo una scusa valida per entrare in contatto con lui.  “Che ti posso dire?” aggiunge Elisabetta rapita in estasi, “una porcellana di Limoges”“?!?”“E’ alto,” continua fregandosene del mio sguardo trasecolato “biondo, elegante: un principe, cicci, credimi. Ti raccomando, comportati comme il faut, non lasciartelo sfuggire perché è una meraviglia”“Come si chiama?”“Gino”Il nome si abbatte in mezzo a noi con effetto slavina: gran rumore e poi un silenzio grave. Fossimo in un film sarebbe il momento di una botta secca di pianoforte.  Ma, dico io, si può immaginare qualcosa di più banale, desueto e dozzinale di Gino? Anche i nomi hanno una loro gerarchia di bon ton e se Nicola o Carmelo pur essendo ordinari recano in sé un che di affascinante, sicuramente Antonio o Giuseppe fanno pensare subito ad una mano tesa mentre l’organetto suona e Gino fa venire alla mente solo cassette della frutta scaricate a i mercati generali. Ma siccome non ho il diritto di fare la schizzinosa solo per un problema onomastico (non posso permettermi anche l’accusa di onomatomania) non mi resta che accettare.“Che macchina ha?” chiedo resa cauta dall’eccesso di entusiasmo delle mie pronube.“Oh, smettila di giudicare il valore di un uomo in senso inversamente proporzionale alla cilindrata!” sbuffano con preoccupante sincronia.All’appuntamento fissato per le ventuno, Gino il magnifico, si presenta con impercettibile (ma non da me) ritardo a bordo di una station wagon tedesca bianca…come tutto il resto. Omino di neve (o pupazzo), tutto era bianco in lui: i jeans a pelle che evidenziavano un culetto a cupola bernininiana che sembrava dotato di vita propria tanto si muoveva autonomamente assecondando i gesti e persino le parole del suo padrone; la camicia debitamente sbottonata sul villoso petto di pollo con sterno carenato di serie e le Superga che anche a non voler seguire pedissequamente le tendenze della moda, lo sanno pure i miei cani che non si usano più (men che meno allacciate). Gino il magnifico era abbronzatissimo, si esprimeva attraverso un linguaggio basic e di professione faceva l’assicuratore, professione stimabile, per carità, ma nei confronti della quale grazie a Woody Allen e ad un coacervo di tristi esperienze, ho coltivato nel corso degli anni un curioso, pungente ed irrevocabile sentimento di disprezzo. Gino il magnifico si è presentato sotto il peggior angolo di visuale e il mio giudizio su di lui non è migliorato certo quando lui mi ha proposto una trattoria periferica alla quale ho opposto una rabbiosa e risoluta resistenza vedendomi quindi catapultata in un ristorante ancora più periferico e sciatto in cui la cosa più commestibile sarebbe stata la rughetta se solo l’avessero lavata.Gino stava a tavola con la grazia di un bisonte afflitto da una colica addominale, era provvisto di una conversazione inglese per la frastornante banalità e soprattutto non dimostrava interesse per il candore immacolato dell’abbigliamento: il suo tovagliolo infatti giaceva dimenticato accanto al piatto (dove troneggiava pure il voluminoso frontalino dell’autoradio), facendomi nascere il sospetto che temesse di doverlo pagare a parte in caso di uso. Non possedeva (e mi chiedo ancora come mai) il cellulare, ma là per là non ne ho gioito in quanto se avessi perso la simpatica e scorrevole facondia del Magnifico a causa di un interlocutore telefonico non sarei caduta in preda alla costernazione.Mi dispiace per lui, povero Gino, costretto a tornarsene al natio paesello marino subito dopo una cena mortale, culminata per me con l’incontro altrettanto mortale con Culapponte in compagnia di una sconosciuta dentro una tabaccheria dove il Magnifico ha sentito l’insopprimibile bisogno di fermarsi per comprare le gomme da masticare, indispensabile complemento di così raffinata bocca.Le Coccinelle il mattino dopo chissà perché sono arrivate in ritardo (oddio, per Elisabetta è normale) e si sono tenute a debita distanza e quando finalmente sono riuscita a stringerle all’angolo sono apparse profondamente deluse dall’esito infausto dell’incontro. Tanto da farmi quasi credere alla loro buona fede e da farmi rimuovere l’incontro con Culapponte il fedifrago.