E infatti, per la serie quello che non succede in dieci anni succede in un giorno, la maga Columbia ha fatto il miracolo.LUI, il mio SIGNOR STUPENDO, è apparso sulla mia scena stamattina tramortendomi all’istante (sono l’unica donna al mondo a cui non bisogna chiedere se crede al colpo di fulmine: potrei andare a Porta a porta a testimoniare come fanno i miracolati perchè io intuisco il principe sotto le spoglie del ranocchio e cado in trance prima ancora di avergli chiesto il segno zodiacale. Ho derogato solo per il mio ex SIGNOR STUPENDO, – perchè la prima volta che l’ho visto ho detto tra me: “Marò che strunz!”; intuizione che alla distanza si è rivelata non priva di fondamento e se avessi dato retta alla prima impressione mi sarei risparmiata un bel mucchio di patimenti). Entro al bar col camice sforacchiato dopo uno scontro a fuoco col primario e mi incazzo subito triplo quando vengo messa faccia a faccia col solito cappuccino preparato con il latte a lunga conservazione: sa di sciacquatura di piedi ma costa come un Dom Perignon millesimato. Rinuncio e prendo un succo d’ananas rimpiangendo un po’ per dovere e un po’ per instabilità emotiva la confusione del baretto sulla Gianicolense, il barista che mi faceva gli occhi dolci, la cassiera coi vestiti di Gucci (veri) e le mie occhiate lunghe in cerca di Luca che in genere arrivava byroniano come lui solo, avvolto in una nube di Marlboro e mi sorrideva chiedendomi: “Prendi qualcosa?”. “Te”, ho risposto la prima volta e lui, immaginando un accento che non c’era, ha ordinato un Earl Grey. Ma questo prima che la nostra storia cominciasse.Qui la cassiera non indossa Gucci, si chiama Aurora, è incinta, molto simpatica e induce alle confidenze. Mi sta chiedendo per la centoventitreesima volta come mai sono finita nel profondo sud. Estraggo dal sacchetto una delle risposte di convenienza: per amore; perché quella vera: per il desiderio di fare i bagni fino a ottobre, so perfettamente che non è condivisibile e poi mi allontano per guadagnare la pole position al bancone. A questo punto entra LUI. Indossa una Lacoste verde che fa sempre la sua porca figura (soprattutto visto che siamo all’inizio di novembre) ed evoca immagini di trasandata eleganza. Vado in apnea. Lo seguo con la stessa espressione profonda che hanno i pesci nella boccia, mentre serio e silenzioso si avvicina alla cassa. Dopo un tempo che non so quantificare, mi dice guardandomi con sufficienza (c’è qualcosa di più irresistibile di una faccia sufficiente? Forse solo la faccia di Harrison Ford in Una donna in carriera quando l’ascensore sta per chiudersi e lui invita Melanie Griffith a cena): “Dottoressa, quello è il mio cappuccino”. Arrossisco (non c’è bisogno dello specchio per saperlo. Io arrossisco sempre quando qualcuno mi rivolge la parola a sorpresa perché appartengo a quella categoria di persone che quando per la strada sente uno che grida “Ehi, lei!” ha già pronta la giustifica. Non si tratta di imbarazzo ma di pura e semplice coda di paglia: temo che il rimprovero sottenda la scoperta di ben altri reati che non il furto di un cappuccino. Evidentemente conosco a fondo la mia coscienza. La mia è anche la categoria che ha sempre pronti venticinque scontrini del supermercato e tredici biglietti della metro regolarmente obliterati per dimostrare che all’ora di un eventuale omicidio commesso a Calatafimi era a svariati chilometri di distanza impegnata a comprare un etto di reggiano, tre rosette, un litro di latte…oddio! e che altro?) poi spingo di nuovo verso di lui la tazzina che gli ho sottratto mentre lo scannerizzavo. Abbozzo un sorriso inespressivo che nelle intenzioni vorrebbe essere interlocutorio e che lui ignora completamente (c’è qualcosa di più arrapante? forse solo Rupert Everett con lo smoking aperto sul petto glabro mentre balla con Madonna) e torno al mio succo di ananas ripromettendomi di scandagliare quam primum la cassiera per scoprire chi è. Neanche per un attimo vengo sfiorata dal dubbio che LUI sia ‘na ‘nticchia maleducato perché vabbè che il cappuccio era suo ma poteva pure far finta di niente e ordinarne un altro non è che andava in rovina per un euro e dieci! Invece seguo la grammatica dell’adolescente narcisista e lo giustifico: era stanco, l’ha fatto senza pensarci.Impiego solo pochi colpi di tam tam per sapere che LUI altri non è che il nuovo primario del piano di sopra il cui nome è rimasto segreto oltre il ragionevole.Scendo in Pronto Soccorso in estasi mistica e bisticcio con le Coccinelle seduta stante.“Se non lo abbiamo sottoposto al tuo giudizio un motivo ci sarà, TI PARE?!?” ringhiano all’unisono.Il mio Signor Stupendo un tempo lavorava in questo ospedale e non incontra i loro favori. Tutt’altro. Solita storia: noi lo conosciamo da più tempo di te/è uno stronzo D.O.C./è un puttaniere/non è capace di sentimenti: NON FA PER TE! D’accordo. Tutto quello che volete voi, ma…MI-FA-LET-TE-RAL-MEN-TE-IM-PAZ-ZI-RE!!! Anche perché, parliamoci chiaro, qual è la donna capace di resistere al fascino di un autentico figlio di puttana? Solo santa Maria Goretti che per l’appunto è santa. Tutte le altre soccombono di fronte al torbido che stronzeggia vagheggiando sotto sotto, le narcise, un futuro in cui lui completamente fuori di testa per amore della DONNA STUPENDA si trasforma nel più devoto dei servi della gleba con quel che ne consegue di cenette davanti alla tivù e domeniche a letto fino a tardi (dimenticando che lui oltre che puttaniere è pure calciodipendente e la domenica la passa allo stadio e poi a studiare la moviola con Pizzul). Figuriamoci se potevo sottrarmi io che basta che di uno mi si dica: ’Attenta, è un puttaniere’ e i giochi sono fatti. Bingo! Neanche lo spray attraente che si mette nella lettiera riesce a funzionare altrettanto bene.All’improvviso, bibidibobidibù, secondo il mio narcisismo necrofilo decido che diventerà casalingo come un barboncino grazie alla potenza del mio amore. Lo redimerò.E’ uno stronzo? Ne farò un perfetto gentiluomo. E’ un puttaniere? Non ha mai incontrato la DONNA GIUSTA. Cioè io, moi.“Non ha mai incontrato la DONNA GIUSTA!”, torno a ripetere caparbia alle teste delle mie amiche che si muovono sincrone come un metronomo in segno di disapprovazione. “BASTA. FINE DELLE TRASMISSIONI. SONO PER-DU-TA-MEN-TE-IN-NA-MO-RA-TA!”“Non permetterti di venire a piangere sulle nostre spalle” sono le ultime parole che sento mentre la porta si chiude con violenza dietro di loro. E sono parole di Francesca perché Elisabetta anche se si atteggia a cinica è sempre lì anche lei con la coda dritta e il tartufo puntato per stanare l’uomo dei sogni.
cap. 45 - Qualcosa di travolgente -
E infatti, per la serie quello che non succede in dieci anni succede in un giorno, la maga Columbia ha fatto il miracolo.LUI, il mio SIGNOR STUPENDO, è apparso sulla mia scena stamattina tramortendomi all’istante (sono l’unica donna al mondo a cui non bisogna chiedere se crede al colpo di fulmine: potrei andare a Porta a porta a testimoniare come fanno i miracolati perchè io intuisco il principe sotto le spoglie del ranocchio e cado in trance prima ancora di avergli chiesto il segno zodiacale. Ho derogato solo per il mio ex SIGNOR STUPENDO, – perchè la prima volta che l’ho visto ho detto tra me: “Marò che strunz!”; intuizione che alla distanza si è rivelata non priva di fondamento e se avessi dato retta alla prima impressione mi sarei risparmiata un bel mucchio di patimenti). Entro al bar col camice sforacchiato dopo uno scontro a fuoco col primario e mi incazzo subito triplo quando vengo messa faccia a faccia col solito cappuccino preparato con il latte a lunga conservazione: sa di sciacquatura di piedi ma costa come un Dom Perignon millesimato. Rinuncio e prendo un succo d’ananas rimpiangendo un po’ per dovere e un po’ per instabilità emotiva la confusione del baretto sulla Gianicolense, il barista che mi faceva gli occhi dolci, la cassiera coi vestiti di Gucci (veri) e le mie occhiate lunghe in cerca di Luca che in genere arrivava byroniano come lui solo, avvolto in una nube di Marlboro e mi sorrideva chiedendomi: “Prendi qualcosa?”. “Te”, ho risposto la prima volta e lui, immaginando un accento che non c’era, ha ordinato un Earl Grey. Ma questo prima che la nostra storia cominciasse.Qui la cassiera non indossa Gucci, si chiama Aurora, è incinta, molto simpatica e induce alle confidenze. Mi sta chiedendo per la centoventitreesima volta come mai sono finita nel profondo sud. Estraggo dal sacchetto una delle risposte di convenienza: per amore; perché quella vera: per il desiderio di fare i bagni fino a ottobre, so perfettamente che non è condivisibile e poi mi allontano per guadagnare la pole position al bancone. A questo punto entra LUI. Indossa una Lacoste verde che fa sempre la sua porca figura (soprattutto visto che siamo all’inizio di novembre) ed evoca immagini di trasandata eleganza. Vado in apnea. Lo seguo con la stessa espressione profonda che hanno i pesci nella boccia, mentre serio e silenzioso si avvicina alla cassa. Dopo un tempo che non so quantificare, mi dice guardandomi con sufficienza (c’è qualcosa di più irresistibile di una faccia sufficiente? Forse solo la faccia di Harrison Ford in Una donna in carriera quando l’ascensore sta per chiudersi e lui invita Melanie Griffith a cena): “Dottoressa, quello è il mio cappuccino”. Arrossisco (non c’è bisogno dello specchio per saperlo. Io arrossisco sempre quando qualcuno mi rivolge la parola a sorpresa perché appartengo a quella categoria di persone che quando per la strada sente uno che grida “Ehi, lei!” ha già pronta la giustifica. Non si tratta di imbarazzo ma di pura e semplice coda di paglia: temo che il rimprovero sottenda la scoperta di ben altri reati che non il furto di un cappuccino. Evidentemente conosco a fondo la mia coscienza. La mia è anche la categoria che ha sempre pronti venticinque scontrini del supermercato e tredici biglietti della metro regolarmente obliterati per dimostrare che all’ora di un eventuale omicidio commesso a Calatafimi era a svariati chilometri di distanza impegnata a comprare un etto di reggiano, tre rosette, un litro di latte…oddio! e che altro?) poi spingo di nuovo verso di lui la tazzina che gli ho sottratto mentre lo scannerizzavo. Abbozzo un sorriso inespressivo che nelle intenzioni vorrebbe essere interlocutorio e che lui ignora completamente (c’è qualcosa di più arrapante? forse solo Rupert Everett con lo smoking aperto sul petto glabro mentre balla con Madonna) e torno al mio succo di ananas ripromettendomi di scandagliare quam primum la cassiera per scoprire chi è. Neanche per un attimo vengo sfiorata dal dubbio che LUI sia ‘na ‘nticchia maleducato perché vabbè che il cappuccio era suo ma poteva pure far finta di niente e ordinarne un altro non è che andava in rovina per un euro e dieci! Invece seguo la grammatica dell’adolescente narcisista e lo giustifico: era stanco, l’ha fatto senza pensarci.Impiego solo pochi colpi di tam tam per sapere che LUI altri non è che il nuovo primario del piano di sopra il cui nome è rimasto segreto oltre il ragionevole.Scendo in Pronto Soccorso in estasi mistica e bisticcio con le Coccinelle seduta stante.“Se non lo abbiamo sottoposto al tuo giudizio un motivo ci sarà, TI PARE?!?” ringhiano all’unisono.Il mio Signor Stupendo un tempo lavorava in questo ospedale e non incontra i loro favori. Tutt’altro. Solita storia: noi lo conosciamo da più tempo di te/è uno stronzo D.O.C./è un puttaniere/non è capace di sentimenti: NON FA PER TE! D’accordo. Tutto quello che volete voi, ma…MI-FA-LET-TE-RAL-MEN-TE-IM-PAZ-ZI-RE!!! Anche perché, parliamoci chiaro, qual è la donna capace di resistere al fascino di un autentico figlio di puttana? Solo santa Maria Goretti che per l’appunto è santa. Tutte le altre soccombono di fronte al torbido che stronzeggia vagheggiando sotto sotto, le narcise, un futuro in cui lui completamente fuori di testa per amore della DONNA STUPENDA si trasforma nel più devoto dei servi della gleba con quel che ne consegue di cenette davanti alla tivù e domeniche a letto fino a tardi (dimenticando che lui oltre che puttaniere è pure calciodipendente e la domenica la passa allo stadio e poi a studiare la moviola con Pizzul). Figuriamoci se potevo sottrarmi io che basta che di uno mi si dica: ’Attenta, è un puttaniere’ e i giochi sono fatti. Bingo! Neanche lo spray attraente che si mette nella lettiera riesce a funzionare altrettanto bene.All’improvviso, bibidibobidibù, secondo il mio narcisismo necrofilo decido che diventerà casalingo come un barboncino grazie alla potenza del mio amore. Lo redimerò.E’ uno stronzo? Ne farò un perfetto gentiluomo. E’ un puttaniere? Non ha mai incontrato la DONNA GIUSTA. Cioè io, moi.“Non ha mai incontrato la DONNA GIUSTA!”, torno a ripetere caparbia alle teste delle mie amiche che si muovono sincrone come un metronomo in segno di disapprovazione. “BASTA. FINE DELLE TRASMISSIONI. SONO PER-DU-TA-MEN-TE-IN-NA-MO-RA-TA!”“Non permetterti di venire a piangere sulle nostre spalle” sono le ultime parole che sento mentre la porta si chiude con violenza dietro di loro. E sono parole di Francesca perché Elisabetta anche se si atteggia a cinica è sempre lì anche lei con la coda dritta e il tartufo puntato per stanare l’uomo dei sogni.