femminile plurale

cap. 54 - Rocky horror picture show -


In Pronto Soccorso regnava una calma inusuale. Elisabetta si tirava le sopracciglia, Francesca dispensava consigli telefonici ad un’amica in panne culinaria, io sognavo ad occhi aperti il mio Signor Stupendo fracassando lentamente gli attributi di Elisabetta con le solite melense domande…dici che gli piaccio? dici che mi ha notata? che dici, vado a trovarlo con una scusa o cerco di incontrarlo per caso?… E intanto pensavamo agli abiti da indossare al matrimonio e al regalo da fare agli sposi che sono tornati da Roma per allestire una grandiosa festa campestre. Francesca non è più in collera con me da quando le ho spiegato come sono andate le cose. Stefania invece continua a non voler sentire ragioni e per non correre il rischio di un confronto è andata a Parigi da una zia rendendo impossibile la realizzazione del mio piano di rappacificazione con Roberto che da parte sua si sta trasformando in puro spirito. Ultimamente è pallido come Casper.“Se quella testarda isterica non ritorna dovremo spostare il teatro dell’azione in Francia”“Purchè qualcuno riprenda la scena in modo che io possa vederla…” fa Betta e torna a dedicarsi alle sopracciglia in un silenzio irreale.Era logico che non potesse durare. Abbiamo sentito il suono degli zoccoli di legno e abbiamo capito che era lei prima ancora di vederla: nessuno tra noi usa zoccoli di legno.Gli occhi color cannella erano diventati testa di moro, le labbra erano così gonfie da far impallidire la Parietti e le belle guanciotte di ieri erano due palloncini sgonfi e raggrinziti. I segni c’erano tutti: niente trucco, spalle curve, sguardo spento. Culapponte di sicuro non vuole più saperne di lei.“Ha detto che non vuole più saperne di me”. Dovrei cominciare a prendere in considerazione un futuro come veggente. “Le parole non sono state precisamente queste, ma sul significato credo che non ci siano dubbi”. Pausa per una laboriosa soffiata il naso. “Il mondo si è sbiadito e io sono precipitata in un universo bidimensionale privo di contorni”.L’abbandono almeno ha questo di buono, che ci rende poetiche. “Ho cominciato col perdere il senso del futuro mentre venivo ingoiata da un presente vischioso immanente e interminabile, un presente che si dilatava attorno a me e mi soffocava con la sua assoluta, annichilente mancanza di prospettive. Un presente su cui gravava un penoso senso di estraneità perché per il fatto di non appartenere più a lui, sento di non appartenere più a niente”.Lo stupore per l’eccezionale forbitezza linguistica è secondo solo al timore per lo stato delle facoltà mentali di Cannella che fino a ieri si esprimeva attraverso suoni gutturali brevi. C’era qualcosa del genere in un film con John Travolta.Francesca fa ruotare lo sguardo tutto attorno facendoci notare col semplice inarcamento di un sopracciglio che stanno arrivando alcuni pazienti, poi mette un braccio sulle spalle della reietta: “Avresti dovuto stare più attenta. Te l’avevo detto di non fidarti”, le dice col solito tono da Talismano della felicità di Ada Boni. “Ho trascorso infinite ore rannicchiata sui gradini della scala di casa mia a piangere. Spesso mi addormentavo lì e mi risvegliavo intorpidita e priva di consapevolezza. Ero doppia: una me stessa era infermiera, ex diplomata al liceo scientifico, una persona capace e disinvolta. L’altra me stessa era un sacco vuoto incapace quasi di mettere un passo dopo l’altro”. Pausa per lacrime e fazzoletto mentre noi continuiamo a non saper fronteggiare l’inusuale fiume poetico né il torrente di pazienti e io mi domando perché mai fino ad oggi Cannella dalle insospettate potenzialità linguistiche abbia utilizzato un linguaggio basic.“Ho perso il conto dei giorni, ho dimenticato di mangiare, ho perso la capacità di vivere. Le cose più insignificanti erano capaci di procurarmi un dolore acuto, vivissimo, insopportabile. Andare nella mia profumeria mi ricordava solo tutto il tempo passato lì a cercare un rossetto rosso indelebile. Bè, non so come, ma lui in breve tempo ha delineato la mia esistenza in modo così rigoroso che per me è impossibile uscire dai confini”.“Ma ti rendi conto che stai parlando di quella mucillagine che noi per comodità chiamiamo Culapponte?” sbotto non potendone più del frappè di versi dannunziani e mucci.I pazienti cominciano a non essere più tali, Francesca mi fulmina con lo sguardo perché secondo lei proprio io non dovrei esprimere giudizi in materia di principi azzurri e poi carica Cannella di peso e la porta al bar mentre io ed Elisabetta fronteggiamo l’orda. Decidiamo al volo di trovarci a casa mia. Io uscirò un po’ prima e comprerò le pizze sennò ci tocca pure il tormento gastronomico oltre a quello sentimentale.