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Creato da: sareva82 il 29/06/2009
commedia romantica in ospedale vista mare

 

 

cap. 93 - Il grande freddo -

Post n°95 pubblicato il 27 Agosto 2009 da sareva82

Dopo qualche giorno ho quasi dimenticato il motivo della mappazza che ho dentro allo stomaco giorno e notte, dico quasi perché la mia faccia spiritata e tirata (sono un incrocio tra Morticia Addams e zio Tibia) non mi permette l’oblio vero e proprio. Sono al supermercato quando squilla il cellulare.

“Adriana, ciao, sono Biagio”

Sudo vergognosamente, mi viene la tachicardia con numerose extrasistoli e anche una leggera sindrome vertiginosa.

“Ci sei?” continua con  voce  flautata e un po’ troppo allegra, cazzo! che sono io che mi opero e sto una zozzeria e un po’ di rispetto non ci starebbe male! Una voce di circostanza, come ai funerali ci vorrebbe!

“Sì” alito io.

“Allora, se per te va bene, sabato mattina vieni, fai tutte le analisi e poi te ne torni a casa (lo dice col compiacimento del mecenate) e poi lunedì mattina alle otto torni e io ti opero subito” Tace un attimo e poi riprende: “Ti va bene?”

Ho voglia di strozzarlo. Perché, mi andrebbe di chiedergli, c’è un’alternativa? No, non mi va bene come la mettiamo? Vieni a operarmi a casa mia? Ti fai asportare l’utero al mio posto? Assoldi Silvan perchè me lo faccia sparire con una magia o chiami un santone e me lo fai rimuovere per telecinesi?

“Certo che mi va bene” mormoro con quello che rimane della mia voce e poi corro in ospedale a cercare le Coccinelle e Dario che è l’uomo più calmo e rassicurante che io conosca. Le Coccinelle non sono in Pronto Soccorso e Dario sta facendo un ecocardiogramma quando io irrompo nella stanza, ovviamente, senza bussare. La stanza è impregnata del suo odore di buono e questo basta a riportare la mia ansia a livelli medi. Sì, Dario odora proprio di mamma.

“Dai Adriana, non potresti essere in mani migliori. Di che ti preoccupi?”

“Non mi sto preoccupando, me la sto facendo addosso: è diverso.” Lui non risponde e io continuo il lamento.

“Prometti che verrai dopo l’intervento a vedere come sto…non mi fido dei chirurghi, non capiscono niente di medicina…prometti, ti prego”.

“Ma sì, stai tranquilla, lunedì mattina appena smonto dalla notte vengo a darti un’occhiata”.

“Controlla che non mi bombino di antidolorifici chè io non li smaltisco”.

“Va bene”.

“Perché tanto io il dolore non lo sento ma le medicine sì”, insisto in preda ad un attacco di ansia e panico come non se ne sono visti nemmeno nei film della serie Airport.

“Va bene”

“Sicuro? Posso stare sicura?”

“Sì”

“Mi posso fidare di te?”

“Sì”

“Allora vado?”

“Sì”

“Ho paura”

“Lo so”, fa lui con la pazienza che lampeggia  in riserva.

 

 
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cap. 92 - Vesna va veloce -

Post n°94 pubblicato il 27 Agosto 2009 da sareva82

Appena arrivo a casa vengo sopraffatta dal vociare sguaiato dei miei vicini estivi e dal pensiero dell’intervento. Non riesco a decidere quale sia il più fastidioso. Crollo in un sonno colorato e quando mi sveglio ho già preso la mia decisione.

Mi vesto bene, mi trucco con cura e sono pronta per il patibolo. Mi manca solo un po’ di cipria e un neo finto per essere Maria Antonietta.

Quando rimetto piede a casa, sono un ologramma, la mia sostanza si è vaporizzata.

Sono andata in un ospedale dove opera un collega bravo e antipatico e gli ho presentato il mio progetto. Lui ha accettato al volo e a quel punto mi sono sentita morire. Forse nella mia idiozia avevo sperato che rifiutasse che so? per pudore: “Sei una mia amica, non voglio guardarti le parti intime” oppure perché si è preso un anno sabbatico o perché ha deciso di andare missionario o partire per Timorest con Medici senza frontiere. Biagio – il chirurgo – invece è troppo entusiasta del proprio lavoro per rinunciare. “Ti chiamo entro pochi giorni, stai tranquilla” ha gongolato valutandomi con gli occhi ghiotti del cerusico.

Io gli ho rivolto il mio più riuscito sorriso ebete e sono tornata a casa in trance. Stentavo a credere di essere stata capace di rovinarmi con le mie stesse mani.

A casa ho cominciato a fare pulizie come mai in vita mia rifiutando energicamente la collaborazione di Gloria materializzata all’improvviso in considerazione della topicità del momento. Ho strigliato i terrazzi e pure i davanzali delle finestre, pulito tutti i vetri, passato Colombina sui tappeti ma anche sotto i mobili e in tutti quegli angoli che in qualsiasi casa che si rispetti vengono trascurati (ho sfruttato le alette snodabili che mi avevano tanto affascinato quando l’ho acquistata), ho pulito il frigorifero trovando persino il coraggio di buttare una confezione di pomodori secchi del pleistocene che ha singhiozzato al momento della caduta nella pattumiera . Ho anche confezionato due nuovi materassi per i quadrupedi riempiendo vecchi maglioni con calzini di Jacopo, calze mie e altro ciarpame. Ho lavorato indefessamente per non pensare.

 

Cerchiamo di razionalizzare. Di cosa ho paura?

      1)   del dolore?   NO

2)     di star male dopo?  NO

3)     di morire?   MA NON DICIAMO SCIOCCHEZZE!

4)     della menopausa forzata? MA FAMMI IL PIACERE!

5)     di non sentirmi più donna? MADDAI!!!

6)     dell’anestesia? mumble mumble…ni. Tana! Non ho paura di non svegliarmi più, ho orrore di non appartenere a me stessa per un certo periodo di tempo, orrore di dovermi consegnare, di non essere padrona di me, di essere in balia di altri che ascolteranno tutte le fesserie che sicuramente dirò (ricordarsi di pensare solo alla Sampdoria per quarantotto ore di seguito. Almeno).

 

 
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cap. 91 - Tornando a casa -

Post n°93 pubblicato il 27 Agosto 2009 da sareva82

All’aeroporto ad attendermi ci sono due Coccinelle saltellanti. Ci abbracciamo e baciamo istericamente al di sopra delle transenne che circondano l’area della riconsegna bagagli. Ho messo alcuni regali nello zainetto in modo da offrirli alle mie amiche presto presto come nella canzone di Battisti…e nel far le valigie stavolta non devo scordare di mettere un fiore...

Durante il tragitto fino a casa mi faccio raccontare le ultime novità. Poca roba: Cannella fila d’amore e d’accordo con Raoul, Betta fila d’amore e d’accordo con Biondo, Stefania ha messo guinzaglio e museruola a Roberto, Francesca è sempre una donna sposata.

“E tu? Hai conosciuto qualcuno?”

“Un avvocato delizioso”

“…ma sposato?”

“No, scapolo”

Il fuoristrada di Francesca alle mie parole si carica di elettricità.

“E allooooraaaa?!?” uggiolano contemporaneamente girandosi verso di me e rischiando uno di quegli incidenti da notizia di apertura del telegiornale.

“Abbiamo festeggiato insieme il sole di mezzanotte” rispondo stringendomi nelle spalle.

“E baaaastaaaa?!?”

“Aha”

“Ma allora, dai!…Era brutto?”

“No, è carino, intelligente, spiritoso, perbene. Un bijou vero, non come i vostri”

“Non sarai per caso presa di nuovo dal puttaniere?” sibila Francesca lasciando il volante e rischiando un nuovo incidente ancora più spettacolare del primo.

“No. E’ che io sono partita davvero per arrivare a Caponord, non per rimorchiare”.

“Vabbè, ma cazzo! ti capita uno così, dagliela una possibilità!”

“Boh”, faccio stringendomi nelle spalle, “era perfetto, davvero, però…niente, non mi ha arrapato il cervello. Non potete capire…”

“Puoi dirlo forte: NON POSSIAMO CAPIRE!” bercia Francesca accendendosi una sigaretta.

“Si può sapere cosa cerchi?” mi chiede con pazienza Elisabetta e io non so cosa risponderle perché io stessa non conosco la risposta.

Volevo serendipitezza e Riccardo ne è stato davvero l’espressione più alta.

Volevo un uomo colto e intelligente e lui era davvero okay.

Volevo la magia e più di quella che ho vissuto con lui a Caponord non credo sia possibile viverne.

E allora?

“E allora?” torna alla carica Betta.

“Che vi devo dire? Io so soltanto che quando vedo Fassino mi si attorcigliano le budella e con Riccardo questo non è successo”.

Francesca accende le frecce d’emergenza poi accosta e mi ingiunge di scendere gridando che una bestia come me non è degna di sedere sulla sua macchina. Le do ragione ma mi rannicchio sul sedile rammentandole la campagna LAV contro l’abbandono degli animali.

 

 
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cap. 90 -Il viaggio -

Post n°92 pubblicato il 27 Agosto 2009 da sareva82

Parto sola. Le Coccinelle non sono emancipate fino a questo punto…il più a nord d’Europa. Sul volo da Roma a Helsinki vengo fagocitata da una giovane donna elegantissima con la quale chiacchiero fitto fitto dalla partenza all’arrivo, Lei sta andando a trovare suo fratello che ha appena avuto una bambina dalla moglie finlandese.

Mangiamo con fervore tutto quello che ci viene offerto dalla Finnair sorseggiando champagne e raccontandoci dettagliatamente tutti i cazzi nostri senza reticenze con un occhio periodicamente buttato sul piccolo schermo sospeso di fronte a noi per seguire passo passo l’avanzata verso nord del grande uccellone di fuoco.

All’arrivo ci salutiamo con la promessa di risentirci presto; io vengo risucchiata dalla mia guida in attesa accanto alla scala mobile, lei da suo fratello e dal di lui cane. Recupero i bagagli e mi avvio verso la notte nordica in puntiglioso silenzio.

Fuori l’aria è pungente nonostante sia estate da ventiquattro ore, il cielo è di uno strano colore grigioazzurro. Sono le undici di notte ma non è buio.

Sono felice in un modo straordinario. Sempre in perfetto silenzio salgo sul pullman che ci porterà in albergo.

Non guardo i miei compagni di viaggio perchè non sono venuta fin quassù per fare amicizia ma per godermi lo spettacolo del mondo dall’alto.

Nei quattro giorni successivi viaggiamo di continuo salendo sempre più a nord attraverso l’immensa regione della Lapponia; vediamo le renne; ammiriamo panorami mozzafiato; visitiamo città di cui la maggior parte di noi non aveva mai sentito pronunciare il nome: Muonio, Tromsoe – detta la porta dell’Artico o, come dice la nostra guida, la Parigi del nord per via di un’eleganza che paragonata al lusso a cui siamo abituati, ci fa sorridere di tenerezza -; Hammerfest – la cittadina più settentrionale del mondo, dove ci iscriviamo zelanti al club dell’orso polare e poi girovaghiamo tra le bancarelle di un malinconico mercatino per turisti sotto il cielo bianco mentre un vento gelido ci arrossa le guance, quindi entriamo a curiosare in un grande magazzino sporco e misero e per non vedere altro ci chiudiamo in un caffè -; ci fermiamo a mangiare in un classico villaggio lappone i cui abitanti  indossano i tipici costumi multicolori; quasi tutti i miei compagni di viaggio mangiano la renna mentre io mi rimpinzo di patate lesse ipotensive perché prive di sale; viaggiamo per più di sei chilometri sotto il livello del mare per raggiungere l’isola di Mageroya e finalmente giungiamo a Caponord, estrema punta settentrionale del mondo. E’ il tardo pomeriggio ma il sole è altissimo nel cielo azzurro e limpido e la sua luce calda è una bottiglia di Fanta che spumeggia arancione sulle nostre teste.

Il tempo di portare le valigie in camera e corro fuori a respirare l’aria tersa di quassù. Cammino sulla tundra ed è come camminare sulla gommapiuma, una sensazione soffice sotto le scarpe. C’è un ruscelletto, mi inginocchio e immergo le mani nell’acqua trasparente che scivola giù da una collinetta ricoperta da chiazze di neve. E’ il silenzio remoto quello che mi tocca il cuore, il silenzio che si avvolge attorno alle mie spalle e si distende come una morbida coperta sulla folla dei turisti.

Il Rica Nordkapp Hotel è una bassa costruzione di legno e tubi rossa a forma di stella. Me lo lascio alle spalle e vado ad esplorare la terra che dista solo duemila chilometri dal polo nord.

Ci sono cespuglietti di fiorellini bianchi stellati e altri lilla. Mi devo sdraiare a pancia in giù per annusarli. I rosa sanno di tiglio, gli altri ricordano il gelsomino.

Vaste distese di acqua limpida e immobile si offrono ai miei occhi. E’ un miracolo di bellezza che condivido con Riccardo, un colto e raffinato avvocato di Verona con un sorriso disarmante e gli occhi verdi.

Camminiamo a lungo, scattiamo qualche foto, chiacchieriamo, poi rientriamo e ci prepariamo per la cena che è sontuosa, internazionale, pericolosamente abbondante. Per allegria mangiamo tutti fino a non poterne più.

Poi saliamo sul pullman e andiamo sul Capo vero e proprio.

Lungo il breve tragitto ci fermiamo a scattare qualche foto di un paesaggio irreale nel quale scoviamo in lontananza un biker solitario che legge seduto davanti ad una canadese blu. E’ assolutamente sublime così come le colline che si specchiano nella trasparenza immobile di un’acqua che non conosce l’umiliazione degli scarichi industriali.

Quando arriviamo, il sole si è nascosto dietro una fitta foschia. La guida ci aveva avvertito che è molto raro riuscire a vedere il sole quassù. Non importa, perché noi il nostro sole di mezzanotte lo abbiamo visto a Tromsoe.

Assistiamo alla proiezione di un documentario, poi usciamo a fotografarci reciprocamente sotto l’enorme mappamondo di ferro e a firmare il nostro passaggio attraverso l’accatastamento di sassi grossolanamente appiattiti, aspettando che arrivi mezzanotte. Io e l’avvocato decidiamo di festeggiarla nel bar interno, un vastissimo locale scavato nella roccia, illuminato da un’infinità di piccolissime candele dove si beve Lakka guardando il mare attraverso un’enorme vetrata mentre un quartetto suona dal vivo musica classica.

Quando entriamo, l’orchestra ha appena finito di suonare e una tenda scorrevole ha nascosto la vista del mare. Siamo abbastanza stupiti e forse, se non fossimo tanto stanchi, torneremmo sul piazzale insieme agli altri. Invece ci mettiamo seduti e ordiniamo acquavite di patate.

A mezzanotte lo scoppiettio dei tappi di spumante viene coperto dalle note maestose del Mattino del Peer Gynt mentre la tenda piano piano si solleva a festeggiare il sorgere di un sole che possiamo solo immaginare. L’emozione è talmente forte che scoppio a piangere.

Ce l’ho fatta, sono arrivata lontanissimo, ho realizzato il sogno di una vita. Tra le lacrime guardo il mare velato dalla nebbia e so che non vedrò mai più niente di altrettanto grandioso. 

 

 
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cap. 88 - Prossima fermata Paradiso -

Post n°91 pubblicato il 27 Agosto 2009 da sareva82

Ho deciso di operarmi perché:

1)     non ne posso più di comprare assorbenti;

2)     non ne posso più di avere le mestruazioni.

Prima, però, voglio vedere il sole di mezzanotte. Non posso correre il rischio di morire senza essere stata a Caponord.

 

 
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