Il Tragitto

# 2


 
 La botanica l'attraeva, e le passeggiate nei giardini vivevano una loro vita senza che intruse parole afferrassero i cardini degli orli della sua attenzione. L'afferravano, invece, aloe, bocche di leone, cedracche, dafne, euforbie, ferule, gladioli, ippocastani, ligustri, mazzasorde, narcisi, ossicedri, pulsatille, ranuncoli, salicornie, tarassachi, vesparie, zafferani. Donna distante ma compita, nuda solo nelle notti, placida sopra una lettera scritta a mano a veleggiare pozze, non riconosceva l'Amore e lo leggeva al contrario, dimenticava, sovente, chi fossi. Io, staffa per il suo piede e muto testimone di carezze date a piccoli rami e petali, chissà forse struggevo, ma nel contempo la dignità mi assegnava doveri forse troppo sparpagliati, da farne persino una modesta collina e sbilanciare i suoi occhi celati dentro il proprio mondo.   Quando non si rientrava più avevo modo di intravederla, appassivo nelle stanze a ovest e coltivavo la passione per la lettura, trapiantavo specie nuove di radure alpine, scostavo le tendine mentre sarebbe stato il caso di accostarle, la mia cena consisteva in zuppe e rosmarino. Ero l'unico ad accorgermene ma il soffitto calava di un centimetro al giorno, il sonno era la mia prigione. Eppure non scordavo e l'alba mi trovava secco come un fiumiciattolo in estate, pronto a rivestirmi e a rivestirmi da scorta nella sua abituale escursione. Nel frattempo mi auspicavo sentimenti profondi, ma le sue tracce si confondevano come sempre. Possedeva il dono dello spirito e mi abbandonava un pochino più indietro, felice di accorrere in grembo a celesti pistilli.