INTRODUZIONE Nella mia posizione di pastore non sempre mi è facile esporre quegli insegnamenti contenuti nelle Scritture, che esortano ad avere amore e stima per i conduttori o che raccomandano la sottomissione, l’ubbidienza e l’affetto a coloro che si affaticano nel servizio del Signore. Queste lezioni sulle mie labbra, come d’altronde sulle labbra di qualunque pastore, sembrano spesso e sembrano a molti apologie interessate e vengono ascoltate, come si ascolta l’esposizione di una tesi, che deve servire soltanto per difendere o dar lustro a colui che la espone. Nonostante le difficoltà, naturalmente, non mi sottraggo dal presentare “tutto il consiglio di Dio al popolo” e non soltanto per il desiderio di essere fedele nel ministerio ricevuto, ma anche per procacciare il bene di ogni figlio di Dio. lo so, perché la Scrittura lo dice e l’esperienza lo conferma, che l’amore, la stima e la sottomissione, che si offrono ai conduttori, si traducono in una benedizione per tutti coloro che godono il frutto del servizio cristiano. I conduttori, infatti, sono gli strumenti usati da Dio per l’edificazione della chiesa e nell’opera del ministerio possono essere assomigliati ai canali attraverso i quali fluisce copiosa e ristoratrice la benedizione di Dio per la Chiesa. L’efficacia di questi strumenti è in parte condizionata dalla posizione del popolo di Dio che può, di fronte ad essi, assumere posizioni positive o negative: se i conduttori vengono costretti a compiere il loro servizio con sospiri e lagrime, il ministerio è mortificato; se invece possono assolverlo gioiosamente nel seno di una chiesa fedele, il ministerio è esaltato. Qualcuno ha detto: “La comunità influisce sull’opera del ministerio più di quanto il ministerio non influisca sulla comunità”. Quest’affermazione ci vuol semplicemente dire che i credenti possono fare per il conduttore anche più di quello che il conduttore fa per loro; il vantaggio naturalmente è sempre da parte della chiesa, che può compiere l’opera nell’unione di molti verso uno, per poi godere il servizio di uno a favore di molti. Per compiere il proprio dovere cristiano a favore dei conduttori, particolarmente a favore del pastore, è sempre necessario ricordare che egli ha bisogno di aiuto, conforto ed incoraggiamento al pari degli altri. Non esistono pastori perfetti ed infallibili, perché la perfezione è il traguardo finale di ognuno e l’infallibilità è un attributo, che appartiene soltanto a Dio. L’Apostolo Giacomo, austero conduttore dei giorni apostolici, scriveva ai credenti del secolo d’oro del cristianesimo: “…diletti, TUTTI FALLIAMO intorno a molte cose…“. Egli non si estraniava da quella condizione universale di fallibilità e benché rivendicasse con sacra autorità la propria posizione di servitore di Dio (Giacomo1:1), riconosceva anche la propria condizione di debolezza e di imperfezione. Appunto, perché debole ed imperfetto, il conduttore conosce, oltre che le tentazioni comuni a tutti gli altri che vivono nella carne, anche gli scoraggiamenti, la stanchezza, la perplessità, lo sconforto. Forse è utile ricordare che gli attacchi nemici si concentrano con particolare intensità e violenza verso quello che può essere definito lo “stato maggiore” della chiesa: pastori, missionari, predicatori, evangelisti hanno sempre conosciuto concentrazioni massicce di potenze infernali sferrate contro la loro vita e il loro ministerio. Spesso nel servizio di Dio le mani “si appesantiscono e si stancano”; quante lagrime, quanti sospiri, quante preghiere angosciose gonfiano il petto dei conduttori, mentre il “carico dell’Eterno” pesa sopra di loro. Coloro che vegliano per le anime, affidate al loro servizio, frequentemente, vegliano anche per le preoccupazioni, per i dolori, per le provocazioni, per l‘insensibilità, che raccolgono in mezzo al popolo e allora quelle notti “bianche” diventano una parola tentatrice, che cerca di insinuare lo scoraggiamento, la defezione, forse la ribellione. Se ogni credente si rendesse conto di questa realtà, cercherebbe per il bene del proprio pastore, per il bene della chiesa e per il proprio bene di “dare” a colui che lo ammaestra e che veglia per lui, tutto quello che potrebbe sollevare le sue mani, onde rendergli sereno il servizio, lieto il cammino, gioiosa la comunione. Le “mani alzate” saranno sempre la vittoria della chiesa cristiana e quindi l’allegrezza in comune del ministro, che assolve il servizio e dei fedeli che, nella collaborazione affettuosa, sorreggono le sue braccia. Il pastore, è stato detto, è l’unico membro di chiesa che “non ha pastore”; non può godere l’assistenza, che altri godono, e non può contare sull’aiuto, che altri reclamano. Questo è vero, almeno dal punto di vista umano, ma, nonostante io non abbia pastore, nulla e nessuno mi impedisce d’immaginare quel che farei o piuttosto, che vorrei fare se avessi un pastore. Ecco quel che vorrei fare in maniera pratica e concreta per il mio pastore:
SE AVESSI UN PASTORE DI ROBERTO BRACCO (1PARTE)
INTRODUZIONE Nella mia posizione di pastore non sempre mi è facile esporre quegli insegnamenti contenuti nelle Scritture, che esortano ad avere amore e stima per i conduttori o che raccomandano la sottomissione, l’ubbidienza e l’affetto a coloro che si affaticano nel servizio del Signore. Queste lezioni sulle mie labbra, come d’altronde sulle labbra di qualunque pastore, sembrano spesso e sembrano a molti apologie interessate e vengono ascoltate, come si ascolta l’esposizione di una tesi, che deve servire soltanto per difendere o dar lustro a colui che la espone. Nonostante le difficoltà, naturalmente, non mi sottraggo dal presentare “tutto il consiglio di Dio al popolo” e non soltanto per il desiderio di essere fedele nel ministerio ricevuto, ma anche per procacciare il bene di ogni figlio di Dio. lo so, perché la Scrittura lo dice e l’esperienza lo conferma, che l’amore, la stima e la sottomissione, che si offrono ai conduttori, si traducono in una benedizione per tutti coloro che godono il frutto del servizio cristiano. I conduttori, infatti, sono gli strumenti usati da Dio per l’edificazione della chiesa e nell’opera del ministerio possono essere assomigliati ai canali attraverso i quali fluisce copiosa e ristoratrice la benedizione di Dio per la Chiesa. L’efficacia di questi strumenti è in parte condizionata dalla posizione del popolo di Dio che può, di fronte ad essi, assumere posizioni positive o negative: se i conduttori vengono costretti a compiere il loro servizio con sospiri e lagrime, il ministerio è mortificato; se invece possono assolverlo gioiosamente nel seno di una chiesa fedele, il ministerio è esaltato. Qualcuno ha detto: “La comunità influisce sull’opera del ministerio più di quanto il ministerio non influisca sulla comunità”. Quest’affermazione ci vuol semplicemente dire che i credenti possono fare per il conduttore anche più di quello che il conduttore fa per loro; il vantaggio naturalmente è sempre da parte della chiesa, che può compiere l’opera nell’unione di molti verso uno, per poi godere il servizio di uno a favore di molti. Per compiere il proprio dovere cristiano a favore dei conduttori, particolarmente a favore del pastore, è sempre necessario ricordare che egli ha bisogno di aiuto, conforto ed incoraggiamento al pari degli altri. Non esistono pastori perfetti ed infallibili, perché la perfezione è il traguardo finale di ognuno e l’infallibilità è un attributo, che appartiene soltanto a Dio. L’Apostolo Giacomo, austero conduttore dei giorni apostolici, scriveva ai credenti del secolo d’oro del cristianesimo: “…diletti, TUTTI FALLIAMO intorno a molte cose…“. Egli non si estraniava da quella condizione universale di fallibilità e benché rivendicasse con sacra autorità la propria posizione di servitore di Dio (Giacomo1:1), riconosceva anche la propria condizione di debolezza e di imperfezione. Appunto, perché debole ed imperfetto, il conduttore conosce, oltre che le tentazioni comuni a tutti gli altri che vivono nella carne, anche gli scoraggiamenti, la stanchezza, la perplessità, lo sconforto. Forse è utile ricordare che gli attacchi nemici si concentrano con particolare intensità e violenza verso quello che può essere definito lo “stato maggiore” della chiesa: pastori, missionari, predicatori, evangelisti hanno sempre conosciuto concentrazioni massicce di potenze infernali sferrate contro la loro vita e il loro ministerio. Spesso nel servizio di Dio le mani “si appesantiscono e si stancano”; quante lagrime, quanti sospiri, quante preghiere angosciose gonfiano il petto dei conduttori, mentre il “carico dell’Eterno” pesa sopra di loro. Coloro che vegliano per le anime, affidate al loro servizio, frequentemente, vegliano anche per le preoccupazioni, per i dolori, per le provocazioni, per l‘insensibilità, che raccolgono in mezzo al popolo e allora quelle notti “bianche” diventano una parola tentatrice, che cerca di insinuare lo scoraggiamento, la defezione, forse la ribellione. Se ogni credente si rendesse conto di questa realtà, cercherebbe per il bene del proprio pastore, per il bene della chiesa e per il proprio bene di “dare” a colui che lo ammaestra e che veglia per lui, tutto quello che potrebbe sollevare le sue mani, onde rendergli sereno il servizio, lieto il cammino, gioiosa la comunione. Le “mani alzate” saranno sempre la vittoria della chiesa cristiana e quindi l’allegrezza in comune del ministro, che assolve il servizio e dei fedeli che, nella collaborazione affettuosa, sorreggono le sue braccia. Il pastore, è stato detto, è l’unico membro di chiesa che “non ha pastore”; non può godere l’assistenza, che altri godono, e non può contare sull’aiuto, che altri reclamano. Questo è vero, almeno dal punto di vista umano, ma, nonostante io non abbia pastore, nulla e nessuno mi impedisce d’immaginare quel che farei o piuttosto, che vorrei fare se avessi un pastore. Ecco quel che vorrei fare in maniera pratica e concreta per il mio pastore: