Prime bricioleBruno camminava su quel sottile marciapiede che separava da un lato i nuovi orticelli rubati al fiume al suo periodico ritirarsi e dall’altro l’infinito parcheggio di biciclette, motorini, risciò, bambini e mamme sciacquanti variopinti panni. Ancora oltre la strada.Al di là vecchie case coloniali dai muri ormai divorati dall’umidità, nuovi alberghetti destinati ad accogliere neo freak alla perenne ricerca di un possesso, quello di se stessi, duro da possedere, nuovi ricchi alberghetti per altrettanto ricchi tedeschi per altro non troppo nuovi (loro, i tedeschi), negozietti di souvenirs e ammennicoli vari, tutti uguali e, dopo ore di feroce contrattazione, tutti allo stesso prezzo. E le case della gente comune. Semplici come solo un asiatico sa esserlo, pubbliche ma nello stesso pudiche della propria intimità, aperte ma chiuse in ben precisi limiti che noi occidentali non capiremo mai, pure come solo un laotiano sa essere, pure di quella purezza che la vicina Thailandia ha ormai dimenticato da anni.Al di là del fiume le risaie si estendevano a vista d’occhio fino a lambire le lontane montagne dove il terreno duramente lavorato da forti donne e forti uomini cedeva il passo all’indomabile foresta tropicale.E qui, nel regno di leggendari animali, l’uomo si sentiva veramente piccolo.Non comunque così piccolo come si sentiva Bruno in quel preciso momento.Ad anni luce da casa, in compagnia di quella allegra accolita di turisti fai da te raccattati non si sa bene dove, si sentiva, forse per la prima volta così intensamente in vita sua, veramente solo.Vagolava assaporando quel pomeriggio istante per istante. Ora era un bambino che sorrideva, ora era un monaco che si avvicinava alla torre del tamburo percorrendo a lenti passi il saalàa lòng tham, l’ampio cortile che sorge di fronte ai più importanti wat.Anche la birra quel pomeriggio aveva un sapore diverso, più fresca o più spumeggiante non capiva bene. Non poteva essere più buona. Dopotutto era pur sempre lo stesso tipo e la stessa marca che beveva da ormai 22 giorni.Di certo era più gustosa.“Bé, quasi quasi me ne faccio fuori un’altra”- pensò.“ E magari ci metto insieme una bella baguette farcita con prosciutto, cipolle, pomodori, insalata e mayonese”Mentre pensava a come assicurarsi una buona digestione per il resto del pomeriggio che ormai volgeva al termine, Bruno sembrava ormai convinto della sua decisione.“Lascerò questa corte dei miracoli che mi ha accettato come il buffone italiano e prenderò la mia strada”.Il fatto è che non aveva nessuna strada sulla quale dirigersi, nessuna meta da raggiungere: nord o sud, est o ovest? Troppo a oriente c’erano i ricordini yankee e forse lì era meglio non andarci. Il campo d’azione rimaneva comunque estremamente vasto.Quanto al salutare i suoi amici, anzi sarebbe meglio dire i suoi compagni di viaggio, aveva già previsto tutto: se ne sarebbe andato in punta di piedi senza dire nulla, così com’era arrivato. “Essendo arrivato cinque giorni fa dalla parte più occidentale del paese, non mi resta che prendere su verso nord o giù verso sud. Certo a sud sarà più caldo, magari si sta pure meglio. Ma sarà poi così freddo il nord? Mi sento un po’ imbecille a valutare con l’occhio dell’italiocentrico che identifica il nord polentone con la neve e il freddo e il lavoro, e il sud terrone con il calore e il sole e la festa. Mi sa che ricorrerò al sistema che spesso ha tirato fuori dai guai decisionali decine di avventurieri italici: testa o croce, pari o dispari, bianco o nero …..”Cosa più facile a dirsi che a farsi dal momento che in quel remoto angolo di mondo non esistevano monete.Stava ancora pensando alla soluzione quando dal tavolino dietro al suo udì l’inconfondibile rumore di una moneta che girava su stessa come una trottola impazzita. Dapprima velocissima, poi sempre più lenta fino a bloccarsi, con un ultimo tintinnio, sul tavolo su una delle sue due facce: quella del nord o quella del sud.“Ma, sarà la mia fantasia….non è possibile che qualcuno abbia la soluzione ai miei problemi proprio qui dietro di me”Non aveva ancora finito di formulare il suo pensiero che già la trottola aveva ripreso a girare su stessa. Anche Bruno questa volta si girò.E le vide.La moneta, un piccolo pezzo di metallo cinese con il faccione di Mao su un lato e alcuni oscuri ideogrammi che circondavano una falce e un martello sull’altro. Un buchino al centro, probabile passaggio di un laccetto di cuoio che avrebbe innalzato questa insignificante moneta a monile di prezioso valore. Valore acquisito dal fatto che a portarla la collo sarebbe stata Lei. Lei, la creatura più dolce e affascinante che avesse mai visto in vita sua.Alta, bruna, capelli leggermente mossi che le coprivano la curva del collo, top che le scopriva un’ombelico impreziosito da una perlina multicolore, fouseaux neri e niente ai piedi salvo una cavigliera forse d’oro. Prosperosa quanto basta a partire dalle labbra e un sorriso che ispirava fiducia e invitava a passione (insieme al resto del suo splendido corpo).Come attratto da una forza misteriosa (che misteriosa non era poi troppo) Bruno si trovò catapultato al suo tavolo.E la stessa forza misteriosa, che poi localizzò in un forte calore che partiva da sotto la fascia pettorale sinistra e arrivava giù giù fino in punta alla sua parte turgida mediocentrale, gli dettò le parole da dire in quel momento.“Chi sei? La Dea della fortuna? La Venere di Milo? O semplicemente un angelo venuto a indicarmi la via?”Bruno restò lì con gli occhi sgranati e una faccia da ebete in vacanza orientale ad aspettare una risposta che tardava un po’ troppo ad arrivare.“Che sia effettivamente un sogno?Dovrei toccare per sincerarmi della sua realtà !Forse è una mossa un po’ troppo avventata, conviene aspettare ancora un po’ ….”E intanto che Bruno aspettava, la Venere si spazientiva.Fu Lei allora a prendere la parola.Lo guardò fisso nei suoi occhi da pesce gatto e con voce suadente gli disse: “Ma che, sei scemo? Ti precipiti quasi di corsa al mio tavolo e poi non dici nulla?”“Ma no, stavo aspettando una tua risposta”“A cosa, se non hai ancora spiaccicato parola”“Kazzo, non sono riuscito a dirle ancora niente? – pensò Bruno tra se e se – “Devo trovare qualcosa ad effetto, qualcosa che mi faccia fare una bella figura”“E allora?”“No, niente. Pensavo ….. e non riuscivo a darmi una risposta ….. ma secondo te ……. Perché uno corre per due ore sotto la pioggia davanti a persone che stanno male? Per creare invidia, per autocompiacimento, per augurio o per preveggenza?”Come gli uscì questa assurdità, Bruno non lo capirà mai.La Venere lo guardò incredula ed esterrefatta. Non riusciva a capacitarsi, era l’ultima cosa che pensava gli avrebbe detto questo strano giovanotto capitatole tra capo e collo.“Sono sicuro che adesso mi manda a cagare” Bruno cominciava a sudare. Dapprima una fastidiosissima gocciolina che dalla base della nuca aveva percorso tutta la schiena procurandogli un fastidio tremendo e poi goccioloni di pioggia novembrina.Finalmente la Venere spezzò la tensione crescente: “Com’è possibile che tu abbia avuto la stessa visione che mi perseguita da mesi ?”
Parte 2
Prime bricioleBruno camminava su quel sottile marciapiede che separava da un lato i nuovi orticelli rubati al fiume al suo periodico ritirarsi e dall’altro l’infinito parcheggio di biciclette, motorini, risciò, bambini e mamme sciacquanti variopinti panni. Ancora oltre la strada.Al di là vecchie case coloniali dai muri ormai divorati dall’umidità, nuovi alberghetti destinati ad accogliere neo freak alla perenne ricerca di un possesso, quello di se stessi, duro da possedere, nuovi ricchi alberghetti per altrettanto ricchi tedeschi per altro non troppo nuovi (loro, i tedeschi), negozietti di souvenirs e ammennicoli vari, tutti uguali e, dopo ore di feroce contrattazione, tutti allo stesso prezzo. E le case della gente comune. Semplici come solo un asiatico sa esserlo, pubbliche ma nello stesso pudiche della propria intimità, aperte ma chiuse in ben precisi limiti che noi occidentali non capiremo mai, pure come solo un laotiano sa essere, pure di quella purezza che la vicina Thailandia ha ormai dimenticato da anni.Al di là del fiume le risaie si estendevano a vista d’occhio fino a lambire le lontane montagne dove il terreno duramente lavorato da forti donne e forti uomini cedeva il passo all’indomabile foresta tropicale.E qui, nel regno di leggendari animali, l’uomo si sentiva veramente piccolo.Non comunque così piccolo come si sentiva Bruno in quel preciso momento.Ad anni luce da casa, in compagnia di quella allegra accolita di turisti fai da te raccattati non si sa bene dove, si sentiva, forse per la prima volta così intensamente in vita sua, veramente solo.Vagolava assaporando quel pomeriggio istante per istante. Ora era un bambino che sorrideva, ora era un monaco che si avvicinava alla torre del tamburo percorrendo a lenti passi il saalàa lòng tham, l’ampio cortile che sorge di fronte ai più importanti wat.Anche la birra quel pomeriggio aveva un sapore diverso, più fresca o più spumeggiante non capiva bene. Non poteva essere più buona. Dopotutto era pur sempre lo stesso tipo e la stessa marca che beveva da ormai 22 giorni.Di certo era più gustosa.“Bé, quasi quasi me ne faccio fuori un’altra”- pensò.“ E magari ci metto insieme una bella baguette farcita con prosciutto, cipolle, pomodori, insalata e mayonese”Mentre pensava a come assicurarsi una buona digestione per il resto del pomeriggio che ormai volgeva al termine, Bruno sembrava ormai convinto della sua decisione.“Lascerò questa corte dei miracoli che mi ha accettato come il buffone italiano e prenderò la mia strada”.Il fatto è che non aveva nessuna strada sulla quale dirigersi, nessuna meta da raggiungere: nord o sud, est o ovest? Troppo a oriente c’erano i ricordini yankee e forse lì era meglio non andarci. Il campo d’azione rimaneva comunque estremamente vasto.Quanto al salutare i suoi amici, anzi sarebbe meglio dire i suoi compagni di viaggio, aveva già previsto tutto: se ne sarebbe andato in punta di piedi senza dire nulla, così com’era arrivato. “Essendo arrivato cinque giorni fa dalla parte più occidentale del paese, non mi resta che prendere su verso nord o giù verso sud. Certo a sud sarà più caldo, magari si sta pure meglio. Ma sarà poi così freddo il nord? Mi sento un po’ imbecille a valutare con l’occhio dell’italiocentrico che identifica il nord polentone con la neve e il freddo e il lavoro, e il sud terrone con il calore e il sole e la festa. Mi sa che ricorrerò al sistema che spesso ha tirato fuori dai guai decisionali decine di avventurieri italici: testa o croce, pari o dispari, bianco o nero …..”Cosa più facile a dirsi che a farsi dal momento che in quel remoto angolo di mondo non esistevano monete.Stava ancora pensando alla soluzione quando dal tavolino dietro al suo udì l’inconfondibile rumore di una moneta che girava su stessa come una trottola impazzita. Dapprima velocissima, poi sempre più lenta fino a bloccarsi, con un ultimo tintinnio, sul tavolo su una delle sue due facce: quella del nord o quella del sud.“Ma, sarà la mia fantasia….non è possibile che qualcuno abbia la soluzione ai miei problemi proprio qui dietro di me”Non aveva ancora finito di formulare il suo pensiero che già la trottola aveva ripreso a girare su stessa. Anche Bruno questa volta si girò.E le vide.La moneta, un piccolo pezzo di metallo cinese con il faccione di Mao su un lato e alcuni oscuri ideogrammi che circondavano una falce e un martello sull’altro. Un buchino al centro, probabile passaggio di un laccetto di cuoio che avrebbe innalzato questa insignificante moneta a monile di prezioso valore. Valore acquisito dal fatto che a portarla la collo sarebbe stata Lei. Lei, la creatura più dolce e affascinante che avesse mai visto in vita sua.Alta, bruna, capelli leggermente mossi che le coprivano la curva del collo, top che le scopriva un’ombelico impreziosito da una perlina multicolore, fouseaux neri e niente ai piedi salvo una cavigliera forse d’oro. Prosperosa quanto basta a partire dalle labbra e un sorriso che ispirava fiducia e invitava a passione (insieme al resto del suo splendido corpo).Come attratto da una forza misteriosa (che misteriosa non era poi troppo) Bruno si trovò catapultato al suo tavolo.E la stessa forza misteriosa, che poi localizzò in un forte calore che partiva da sotto la fascia pettorale sinistra e arrivava giù giù fino in punta alla sua parte turgida mediocentrale, gli dettò le parole da dire in quel momento.“Chi sei? La Dea della fortuna? La Venere di Milo? O semplicemente un angelo venuto a indicarmi la via?”Bruno restò lì con gli occhi sgranati e una faccia da ebete in vacanza orientale ad aspettare una risposta che tardava un po’ troppo ad arrivare.“Che sia effettivamente un sogno?Dovrei toccare per sincerarmi della sua realtà !Forse è una mossa un po’ troppo avventata, conviene aspettare ancora un po’ ….”E intanto che Bruno aspettava, la Venere si spazientiva.Fu Lei allora a prendere la parola.Lo guardò fisso nei suoi occhi da pesce gatto e con voce suadente gli disse: “Ma che, sei scemo? Ti precipiti quasi di corsa al mio tavolo e poi non dici nulla?”“Ma no, stavo aspettando una tua risposta”“A cosa, se non hai ancora spiaccicato parola”“Kazzo, non sono riuscito a dirle ancora niente? – pensò Bruno tra se e se – “Devo trovare qualcosa ad effetto, qualcosa che mi faccia fare una bella figura”“E allora?”“No, niente. Pensavo ….. e non riuscivo a darmi una risposta ….. ma secondo te ……. Perché uno corre per due ore sotto la pioggia davanti a persone che stanno male? Per creare invidia, per autocompiacimento, per augurio o per preveggenza?”Come gli uscì questa assurdità, Bruno non lo capirà mai.La Venere lo guardò incredula ed esterrefatta. Non riusciva a capacitarsi, era l’ultima cosa che pensava gli avrebbe detto questo strano giovanotto capitatole tra capo e collo.“Sono sicuro che adesso mi manda a cagare” Bruno cominciava a sudare. Dapprima una fastidiosissima gocciolina che dalla base della nuca aveva percorso tutta la schiena procurandogli un fastidio tremendo e poi goccioloni di pioggia novembrina.Finalmente la Venere spezzò la tensione crescente: “Com’è possibile che tu abbia avuto la stessa visione che mi perseguita da mesi ?”