Desiderio di DioQuello che è caratteristico nell'essere umano e che lo distingue dagli altri animali: cioè – come diceva Pascal – l'uomo supera l'uomo, cioè l'uomo è in grado di andare al di là della materia e della finitezza. Noi infatti abbiamo un innato forte desiderio di Dio. La verità, la felicità, l'amore infinito, l'immortalità non sono altro che desideri profondamente radicati nel cuore umano e che costituiscono quel riflesso del desiderio di Dio.Ma perché gli uomini desiderano Dio? Il motivo è semplice: Dio ha voluto creare gli esseri umani a sua immagine e somiglianza, capaci e orientati a Lui. La nostra vita , consciamente o inconsciamente, non è altro che un desiderio di Dio.Noi nel corso della nostra vita riversiamo sul mondo quella fame di assoluto, di infinito e di felicità che abbiamo nel cuore.La "fame di mondo" cioè tutte quelle fami dell'uomo: la fame di denaro, di gloria, di onore, di potere, di sesso e di piaceri. La maggior parte di noi nel corso della nostra vita si getta a capofitto su queste cose finite della creazione sperando che queste siano in grado di placare la nostra sete di felicità. Questa fame di mondo per molti diventa una vera e propria ossessione che dura per tutta la vita. Quando ci accorgiamo che le cose del mondo lasciano insoddisfatti avviene la crisi esistenziale, e qui è dura… perché questa può sfociare in depressione,in sfiducia però anche in conversione. Dopo questa crisi il desiderio di Dio pian piano riemerge dal fondo del cuore . Qui ci rendiamo conto che è Dio colui che ci rende veramente felici essendo verità, amore e misericordia. Man mano che ci si apre a Dio si avanza in quel cammino spirituale che si prefigura come un cammino verso l'eternità, nel quale persino la morte non appare più con il suo volto tragico ma come il momento in cui alla fine abbracceremo e vedremo faccia a faccia Colui che abbiamo sempre desiderato.Un esempio ci è dato nella parabola del figliol prodigo . Il figlio, spinto dalla fame di mondo, abbandona la casa paterna e va a dissipare le ricchezze avute con i suoi amici finché entra in quella crisi esistenziale che lo renderà consapevole che mangiando il mondo è rimasto più affamato di prima e così ritornerà alla casa paterna dove il banchetto della felicità è imbandito.Sant'Agostino è un esempio di tutto ciò che ho appena scritto. Confessioni: "Tardi ti ho amato, bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco: tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, nella mia deformità, mi gettavo sulle cose belle da te create. Tu eri con me ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle bellezze esteriori, che, se esse non fossero state in te, non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, ed ora anelo a te. Ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato ed ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace ". (Libro X, cap. XXVII)
Post N° 77
Desiderio di DioQuello che è caratteristico nell'essere umano e che lo distingue dagli altri animali: cioè – come diceva Pascal – l'uomo supera l'uomo, cioè l'uomo è in grado di andare al di là della materia e della finitezza. Noi infatti abbiamo un innato forte desiderio di Dio. La verità, la felicità, l'amore infinito, l'immortalità non sono altro che desideri profondamente radicati nel cuore umano e che costituiscono quel riflesso del desiderio di Dio.Ma perché gli uomini desiderano Dio? Il motivo è semplice: Dio ha voluto creare gli esseri umani a sua immagine e somiglianza, capaci e orientati a Lui. La nostra vita , consciamente o inconsciamente, non è altro che un desiderio di Dio.Noi nel corso della nostra vita riversiamo sul mondo quella fame di assoluto, di infinito e di felicità che abbiamo nel cuore.La "fame di mondo" cioè tutte quelle fami dell'uomo: la fame di denaro, di gloria, di onore, di potere, di sesso e di piaceri. La maggior parte di noi nel corso della nostra vita si getta a capofitto su queste cose finite della creazione sperando che queste siano in grado di placare la nostra sete di felicità. Questa fame di mondo per molti diventa una vera e propria ossessione che dura per tutta la vita. Quando ci accorgiamo che le cose del mondo lasciano insoddisfatti avviene la crisi esistenziale, e qui è dura… perché questa può sfociare in depressione,in sfiducia però anche in conversione. Dopo questa crisi il desiderio di Dio pian piano riemerge dal fondo del cuore . Qui ci rendiamo conto che è Dio colui che ci rende veramente felici essendo verità, amore e misericordia. Man mano che ci si apre a Dio si avanza in quel cammino spirituale che si prefigura come un cammino verso l'eternità, nel quale persino la morte non appare più con il suo volto tragico ma come il momento in cui alla fine abbracceremo e vedremo faccia a faccia Colui che abbiamo sempre desiderato.Un esempio ci è dato nella parabola del figliol prodigo . Il figlio, spinto dalla fame di mondo, abbandona la casa paterna e va a dissipare le ricchezze avute con i suoi amici finché entra in quella crisi esistenziale che lo renderà consapevole che mangiando il mondo è rimasto più affamato di prima e così ritornerà alla casa paterna dove il banchetto della felicità è imbandito.Sant'Agostino è un esempio di tutto ciò che ho appena scritto. Confessioni: "Tardi ti ho amato, bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco: tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, nella mia deformità, mi gettavo sulle cose belle da te create. Tu eri con me ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle bellezze esteriori, che, se esse non fossero state in te, non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, ed ora anelo a te. Ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato ed ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace ". (Libro X, cap. XXVII)