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'Populus nigra', Eraclito, 'L'Imaginaire au pouvoir', 'Variazioni Goldberg', Il Credo di Jago.'

Post n°1167 pubblicato il 20 Giugno 2023 da giuliosforza

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   Buona luminosa domenica a voi, amici miei e non de la ventura, da me e dal gigantesco pioppo solitario ('populus nigra'), sotto la cui vasta ombra quasi quotidianamente ('in matutinis meditabor in te') sosto nelle albe serene per la mia breve meditazione zarathustriano-cristiana, per il mio saluto al sacro Fuoco e alla Luce per i quali il Divino nel nostro Solare Universo si diffonde.

Il pioppo abbella di sé il piccolo parco 'Rino Gaetano', uno dei numerosi nei quali è immerso il nuovo quartiere 'Casale Nei-Porta di Roma', per lo più curati da residenti volontari, in barba alla totale indifferenza degli organi amministrativi.

*

   Eraclito:“Pòlemos patèr pànton estì”.

   Chiodo scaccia chiodo? Guerra scaccia guerra? Tragica illusione, tragico paradosso. Paradosso alla seconda potenza. Circolo viziosissimo. Ogni guerra è causa remota e prossima insieme di ulteriori guerre, generate dai trattati di pace prevaricanti. Non v’è pace per l’uomo in questo mondo, sia esso generato da un caso-caos, sia esso nato da una mirata, ma evidentemente fallita, azione creatrice. Non forse, direte con l’antico Saggio, ‘Nous elthe kai panta diekosmese’, venne la Mente e ordinò il tutto? Non forse, dirò, disordine e non ordine nacque dall’azione del Nous? Sembra non esservi scampo per l’uomo, inesorabilmente nato ‘homini lupus’, lupo all’altro uomo. Ma un ‘tertium, in questo caso, datur. Fallite le illusioni delle religioni storiche, esse stesse fomentatrici di guerre tra le più lunghe e sanguinose, delle filosofie e delle teologie dogmatiche, non resta che tentare la suprema illusione dell’Arte inventrice di reali e procacciatrice, rimbaudianamente, di nuovi, ripuliti, dilatati sensi all’uomo e di conseguenti nuovi significati alle cose, poste nell’atto di una ‘poiesis’ pensante, e di un pensiero poetante’ (Filippo Bruno Nolano, ben prima di Heidegger). ‘La vita senza Musica: un errore’, secondo il Folle di Rӧcken.  Di più: errore supremo una vita e un mondo senz’Arte, secondo noi. “Allah braucht nicht zu schaffen, wir erschaffen seine Welt”, (Hatem a Suleika nell’‘Ȍst-Westlicher Divan’ di Goethe). Allah non ha più bisogno di creare, noi (per l’Arte) creiamo il suo mondo.

   L’Imaginaire au pouvoir? (Jacqueline Held, Les Éditions ouvrières, Paris 1877, Armando Armando, Roma, 1978, traduzione e Introduzione di Giulio Sforza).

   Arte al Potere, dopo il fallimento di religioni e filosofie?

   Contro Platone: non  filosofi ma artisti al potere?

   Illusione alla terza potenza?

   Forse. Ma non ci resta che sognare.

*

   Rivisti su Rai 5 I Promessi Sposi, serie TV 1967 (regia Bolchi); 2004, film (regia Archibugi); 1989 film (Salvatore Nocita). Più di Dante, Manzoni in questo periodo imperversa. Io preferisco, e rivedo con sommo piacere, il capolavoro rivisitato genialmente e irriverentemente nel 1990 dal Trio Lopez Marchesini Solenghi, che cura anche la regia. Un Promessi Sposi tutto da sorridere e da ridere, che fuori dal mito riguadagna in Umanità.  C’è una Provvidenza anche per il romanzo della Provvidenza.

*

   Nuova puntata della serie, curata da Sandro Cappelletto, Inventare il tempo, questa volta dedicata al

Bach delle Variazioni Goldberg.

   Conosco Cappelletto per averlo visto presentare, anni oro sono alla Filarmonica Romana, quello che fu forse l’ultimo spettacolo dell’ormai novantenne mio carissimo amico Elio Pandolfi, dedicato all’Operetta.    Non mi dispiace Cappelletto, uomo sicuramente preparato, ma un po’ troppo, per i miei gusti, affettato e amante delle frasi fatte e ad effetto.

   Così presenta in rete (immagino sia lui, per averlo già sentito pronunciare in diretta il testo qui riportato).

   “Dal Goethe Institut di Roma. J. S. Bach, Variazioni Goldberg. Interpreti: Ramin Bahrami, pianoforte. Davvero Bach ha scritto le Variazioni Goldberg come ninna nanna per un diplomatico che aveva perduto il sonno e, per ritrovarlo, si è affidato alla musica? Ed è mai esistito un signor Goldberg? Un’Aria iniziale, poi trenta Variazioni’ organizzate secondo un ordine sempre uguale e sempre diverso e poi ancora, per chiudere, l’Aria (Bach usa proprio questa parola italiana) con cui il percorso era iniziato. Ma se qualcosa finisce come comincia e comincia come finisce, vuol dire che non ha né inizio, né fine, che il suo orizzonte è l’infinito. Johann Sebastian Bach, rigoroso come un matematico, fantasioso come un giocoliere”.

   Niente male. Spettacolo godibilissimo.

*

   Ho rivisto l’ennesimo Otello verdiano. Insieme al Don Carlos e al Falstaff  è l’opera del Bussetano che preferisco. Si tratta dell’ultimo Verdi che sembra aver appreso finalmente la lezione wagneriana e con bravura ironia genio adeguarvisi senza tradire se stesso. Nell’Otello, ad esempio, il melodismo del terzo Atto, soprattutto nella canzone del Salice e nell’Ave Maria, è di tale struggente passione da rigettare direttamente nel cuore del Romanticismo classico. Il merito dello ‘svecchiamento’ della musica verdiana va anche moltissimo al testo di Arrigo Boito, il …wagneriano nostrano.  Il giovane Verdi dei grandi successi popolari sembra distante anni luce. Il Vegliardo si sveglia a nuova vita. Renovabitur ut aquilae iuventus tua.   È la felice ventura dei Grandi.

   Non so quanto Verdi condividesse il tremendo credo nichilista di Jago. Certo sarà stato più di una volta tentato, come tutti, di intonarlo. Ma aveva l’Arte con sé, panacea di tutti i mali della vita, godeva della protezione di Frau Musika. Boito, spirito faustiano (non per nulla autore, parole e musica, di uno stupendo Mefistofele) scrivendolo l’avrà pensato, anche lui aspettandosi da una Margherita-Musica la salvazione.

   Credo in un Dio crudel che m’ha creato
simile a sé e che nell’ira io nomo.
Dalla viltà d’un germe o d’un atòmo
vile son nato.
Son scellerato
perché son uomo;
e sento il fango originario in me.
Sì! questa è la mia fe’!

Credo con fermo cuor, siccome crede
la vedovella al tempio,
che il mal ch’io penso e che da me procede,
pel mio destino adempio.
Credo che il giusto è un istrion beffardo,
e nel viso e nel cuor, che tutto è in lui bugiardo:
lagrima, bacio, sguardo,
sacrificio ed onor.

E credo l’uom gioco d’iniqua sorte
dal germe della culla
al verme dell’avel.
Vien dopo tanta irrision la Morte.
E poi? E poi? La Morte è il Nulla.
È vecchia fola il Ciel.

   Non so perché, mi viene da ridere. Cachinno …mefistofelico.

*  

 
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