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Passeggiata magica. Madonnella 'egli Irici

Post n°1134 pubblicato il 28 Luglio 2022 da giuliosforza

1035

   Ieri pomeriggio ho di nuovo, imprudentemente, presunto di me e delle mie residue energie.

   Il pomeriggio era caldo, ma non soffocante: i circa ottocento metri sul livello del mare e il conforto che ci regalano con le loro brezze il Sirente e il Velino si fanno piacevolmente sentire, e il borgo inizia a ripopolarsi di oriundi vacanzieri. Gruppi di giovani, di anziane e di anziani seggono in crocchi diversi, per lo più a ricordare e a ricordarsi, a narrare e a narrarsi, a spettegolare, a maledire o a rimpiangere il tempo che fu, all’ombra dei prugni selvatici, dei giganteschi platani secolari dal vasto fogliame, delle acacie, dei gelsi di piazza della Peschiera, dei fichi fioroni numerosi in via della Selva Grande;  e gruppi di bimbi e preadolescenti scatenati (finalmente liberi dalle catene della scuola, come dice il mio nipotino, birbone non poco, Jacopo Numa Leon) iniziano a rianimare coi loro giochi l’antica Piazza della Peschiera, la nuova piazza del Belvedere, la piazza della Chiesa, i vicoli e le strade più riposte, l’aspra Via delle Cruci, i giardinetti del Frainile e di Sant’Antonio, la fonte della Nocchia, la Macera Nova la Sballata  e le ‘Scettora’, sempre verdi per il concime fresco umano in esse nei secoli lanciato dalle finestre delle soprastanti case di via Mastro Lavinio. Per la mia passeggiata quotidiana, sempre più breve e lenta, oggi decido per Via della Selva Grande, fresca, in quest’ora avanzata, delle ombre del monte che su di essa incombe e le fa da schermo, impedendo presto ai raggi del sole di continuare a saettarla.

   Via della Selva Grande, già via dell’Umbria, fino ad or è qualche anno fu una strada battuta, già sentiero snodantesi a mezza costa in direzione ‘Irici’ e ‘Macchia’, sotto la ‘Reservata’, ai tempi della mia infanzia percorso da greggi di pecore e capre attese, dopo la lunga giornata di pascolo, da stalle e stazzi per la cerimonia della mungitura; da mandrie di vacche e di buoi, da schiere di asini muli cavalli stracarichi, a seconda della stagione, di legna da ardere o da lavorare, di pesanti bigonce colme d’uva destinata ai palmenti per donare, spremuta da piedi nudi di fanciulle danzanti sui grappoli, il dolcissimo mosto; da ‘traglie’ di fieno dirette ai fienili stracolmi per le scorte invernali (e noi bimbi e bimbe vi saltavamo per giochi già ai limiti dell’innocenza), o di covoni di grano diretto alle aie per la trita, anch’essa una festa. Ho nostalgia di Via dell’Umbria non percorribile se non da bestie, e uomini più delle bestie stanchi, e diretti, prima che a casa, all’‘Osteria del Grottino’ per la immancabile sbornia e i nostalgici canti del lavoro, d’emigrazione, di amore e di guerra. Ora via della Selva Grande, fino alla Madonnella ‘egli (degli ) Irici (una bella edicola a forma di chiesetta minuscola, quasi un giocattolo, dal tetto spiovente, incuneata nell’incavo di una grande roccia, voluta dalla devozione di Salvatore di ‘Mezzagna’ – al mio paese come in quelli viciniori ogni progenie, più o meno antica, ha il suo soprannome e ad esso per ogni singolo membro si fa ancora riferimento: io ad esempio sono Giulio ‘e Biasciu ‘e Cesarone, Giulio di Biagio di Cesarone, il capostipite così soprannominato per la sua notevole stazza -) è asfaltata e svolta ad angolo, all’altezza dell’edicola, lasciando che la strada sterrata prosegua per il suo antico corso fino ai territori boscosi di Petescia ora Turania, per una scoscesa discesa in direzione della provinciale Vivaro-Turanense alla quale dopo qualche migliaio di metri si ricongiunge.

   Nei miei piani c’è di tornare indietro prima che annotti, per tema dei cinghiali numerosi e dei cani randagi. Ma non posso non soffermarmi a leggere una bella poesia, toccante anche per l’arido cuore di un apostata, riportata in un quadretto posto sotto l’effigie della Vergine: una toccante poesia in un dialetto che è una vera e propria lingua, difficile per l’estraneo da decifrare, dovuta alla musa ispirata di  Gabriele Moglioni alias Bebi’, un generale di Corpo d’Armata a riposo, che sicuramente nelle varie  vicissitudini della sua vita portò  anch’egli in tasca l’immagine di Maria Santissima Illuminata, al pari di ogni soldato vivarese che lasciò la vita sui sassi del Carso, per le steppe di Russia, nei deserti africani, in terra di Spagna e altrove nelle varie guerre del tormentato Secolo XX. In perfetti settenari Bebi, fecondissimo poeta (un Generale poeta! Oh se tutti i generali lo fossero!) in dialetto e in lingua, e traduttore e curatore delle ancora più difficili poesie, perché in dialetto classico, di Vittorio Peruzzi, autore della voluminosa raccolta Sòle ranena e pennecchie), così fa dire originalmente (nelle normali edicole sono i devoti  a pregare, e qui è la Vergine a pregare di esser pregata) alla Madre di Dio:Fèrma ‘Juaranu u passu

Ferma juaranu u passu

sotto ‘stu sassu anticu;

‘on tira’  via de lungu

senza un salutu amicu.

Io m’accontento ‘e pocu,

gira u capu ‘na cria

e mentre passi dimme

solu che Ave Maria”.

 

Ma se te preme ‘npettu

qua pena o qua / dolore,

fermate un po’ più a lungu

e spalancame u còre.

Sparti co me i penzeri

e famme compagnia,

recontame ‘nne cosa

e po’ repiglia a via.

 

Reparti sollevatu,

più sicuru e dicisu,

preché mo semo in doa

ce respartemo u pisu.

Te senti più ligghieru,

t’accorgi che è più begliu

quanno t’aiuto io

a sopportà u fardegliu.

 

’Nzegna ‘sta via a chi ’ncuntri

senza nuglia vergogna

ecco ce sta che aspetta

‘egl’Irici a Madonna.

Da ’nfaccia a queste / reppe

sotto la Reservata

a tutti biniice

Maria l’Immacolata.

   (Ferma Vivarese il passo sotto questo sasso antico; non tirar via frettolosamente senza un saluto amico. Io mi accontento di poco, gira un pochino il capo e mentre passi dimmi soltanto Ave Maria. Ma se ti preme in petto qualche pena o dolore, fermati un po’ più a lungo e spalancami il cuore. Spartisci con me i pensieri e fammi compagnia, raccontami ogni cosa e poi riprendi la tua strada. Riparti sollevato, più sicuro e sereno, perché ora siamo in due a spartirci il peso: ti senti più leggero, t’accorgi che è più bello quando t’aiuto io sopportare il fardello. Indica questa via a chi incontri senza nessuna vergogna, qui c’è ad aspettare la Madonna degli Irici. In faccia a queste rocce, sotto la Reservata, tutti benedice Maria Immacolata).

   Dopo questa sosta rigeneratrice prendo la via del ritorno, ma imprudentemente imbocco la parte asfaltata in discesa, quella che conduce alla Provinciale: la strada di Fontemmiano (Fonte Damiano, una delle numerose sorgenti del nostro territorio). Negli anni precedenti la percorrevo, più fresco d’energie quanto più a ritroso nel tempo, in assoluta beata solitudine (beata solitudo sola beatitudo!) nel più assoluto silenzio delle cose degli animali e degli uomini. Quest’anno la solitudine mi è solo terrificante, non beata, e il silenzio mi spaura. Rapidamente imbrunisce. Non scorgo rovi di more, non scorgo mentucce, né cespugli di rose canine a farmi compagnia nel solitario andare. Questa volta il panico si impossessa di me e inutilmente tento di dissiparlo canticchiando melodie popolari. Quand’ecco rompere il silenzio delle cose, ed infittirlo, un improvviso latrato come di feroce cane da guardia.  Forse il cane che difende pollaio porcile e orto di Augusto, alias ‘Cruperiu’, uno dei pochissimi orti rimasti fra la generale riforestazione? Non so, ma sicuramente il feroce latrato non è per me, ché improvvisamente, a una cinquantina di metri un grosso cinghiale sbuca dalle fratte, una madre forse, e appresso a lei una decina di cuccioletti che in fila indiana traversano di corsa la strada per velocemente sparire nel soprastante intrico di disordinata fittissima vegetazione. Il mio panico raggiunge ora il suo apice. Mi sento, se si escludono le turbe degli spiriti, solo al mondo nella notte incombente, ho dimenticato il cellulare, né più di tanto mi posso affrettare: nonostante la strada in discesa, più di tanto il mio cuore e le mie articolazioni non sopportano sollecitazioni. E ora anche l’ultima cicala tace: solo i versi funerei dei primi uccelli notturni s’odono ad incupire la notte, e a coprire i mistici suoni cosmici che m’inviano le stelle. Come agli Iddii della notte piace. raggiungo la provinciale, qualche rombo di motore si risente e il mio cuore riprende haleine.  Ma il più m’attende, ed è con passo ancora più lento che affronto la strada in salita e maggiore è l’affanno. Tentato di chieder soccorso a qualcuna delle auto transitanti e ai loro lampeggiamenti ammiccanti. L’orgoglio me lo vieta. Mi sforzo di placarmi e ci riesco. Mi rassegno al mio passo di tartaruga cui la pesante chelonia è di impaccio e ne approfitto per tornare con riconquistata serenità ai pensieri che, in questo periodo della sua vita, più assillano il tormentato Wanderer: pensieri di morte e di immortalità. E ne godo. E presto mi risento tutt’uno con l’Universo vestito a festa nella notte ormai profonda, e penso e modulo pensieri mistici che, diffondendosi nel vuoto cosmico illuminato dalle luminarie del firmamento, raggiungono il cuore stesso del Tutto, di Dio, e in esso mi attraventano. Non avverto più la fatica della risalita, e il lisbonese Antonio rapito ai Lusitani mi accoglie nel suo piccolo santuario, erettogli, sotto la stradina del camposanto che m’attende, dai vivaresi d’America, capomastro costruttore un tal Biagio Sforza di mia conoscenza. E osservo con sguardo commosso le coppiette di giovani e adolescenti che alla luce pur tenue dei lampioni voyeurs giocano ai loro primi giochi d’amore.

   Giornata e notte magica, infine, le mie. Non ho presunto invano.   

 ­­­­­­­__________________  

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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