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Messaggi di Giugno 2022

Festa della Repubblica. Buongiorno in Musica. Tribschen. "La Danza di Nietzsche" pp.52-56

Post n°1129 pubblicato il 12 Giugno 2022 da giuliosforza

1031

   Intense giornate col giovane Rossini (Aureliano in Palmira). D’Annunzio-Zandonai (Francesca da Rimini), Verdi (Rigoletto). Musica Sanatrix et Salvatrix Mundi.

*

   Oggi festeggiano con la solita ipocrita magniloquenza una repubblica che non interessa più a nessuno, che a me non è mai interessata, pur essendomi in gioventù provato a trovarle, con buona volontà ma con esito zero, con gli amici di Nuova Repubblica un senso mazziniano. Ma Mazzini e la ‘sua’, di Repubblica, non hanno mai trovato voce nell’Italietta etta etta post resistenziale. Che sfilino pure dunque lungo Via dell’Impero, che ciancino inascoltabili, blesi quali sono, di democrazie, che depongano corone, che disegnino nel cielo di Roma le Frecce tricolori i loro mirabolanti arabeschi. Io non celebrerò, e sognerò con Fritz di Danza e di Musica, di Musica come Danza, di Danza come Vita insieme a Béatrice Commengé, trascrivendo, per gli amici che me l’hanno richiesto, alcune pagine (52-56) del suo La Danza di Nietzsche, purtroppo ormai di difficile reperimento, se non del tutto irreperibile. Sono pagine importanti, anche se non esaurienti, per intendere quel che nel suo bel volume l’appassionata e informatissima Algerina intende mostrare se non dimostrare. Buona lettura, dunque, ed a presto per altri eventuali contributi, se il mazziniano Iddio lo permetterà.

   (Un ricordo personale. Lo stesso ‘pellegrinaggio’ di N. a Tribschen feci io negli anni Ottanta del secolo scorso, evento di cui ho a lungo riferito nelle pagine di questo diario. Non sapevo di quell’episodio della vita del Filosofo. Narrai della mia emozione nel vedere i cimeli wagneriani sparsi per le stanze della  villa ora museo, ricordai che a Tribschen Wagner sulle note dell’Idillio di Sigfrido aveva accolto la futura sposa Cosima Liszt fresca  transfuga dal talamo condiviso con Von Bülow, il noto direttore d’orchestra, wagneriano fino alle midolla; dissi della Serenata notturna (Eine kleine Nachtmusik) eseguita sull’acqua sotto al monumento del ‘Leone di Lucerna’, progettato da Bertel Thorwaldsen e realizzato da Lukas Ahorn, commemorante il sacrificio delle guardie svizzere massacrate nel 1792 all’assalto delle Tuileries; la rabbia che si impossessò di me dinanzi a un busto del Nobel Spitteler denigratore di Nietzsche, autore  del per altro da me amatissimo Prometeo ed Epimeteo, Ma torniamo alla Commangé).

  “Era il maggio 1869. Il sabato precedente la Pentecoste. Nietzsche, che era appena stato nominato professore di filosofia” (per vero di filologia classica, nota mia) “a Basilea, aveva un solo pensiero: recarsi a Tribschen, vicino a Lucerna, per incontrarsi con Richard Wagner, che l’aveva invitato lì sei mesi prima durante un breve colloquio a Lipsia.  Wagner era la speranza, la possibile rifioritura, la probabile rinascita della tragedia greca. Finalmente un compositore per il quale Eschilo non era morto! Aveva potuto esclamare Nietzsche ascoltando I maestri Cantori. Era infine arrivato l’uomo dotato dello slancio di un «piede alato», capace di far rivivere lo spirito ellenico?» Quell’uomo viveva in Paradiso: Tribschen era uno di quei posti magici che si pensa di aver visto in sogno quando ci si capita per la prima volta, una vasta dimora piena di finestre e dominante un paro che s’allungava come una penisola sul lago dei Quattro Cantoni.

   A Lucerna, Nietzsche aveva preso il battellino a vapore che faceva il giro del lago, poi era andato a piedi fino alla casa che si scorgeva tra i platani centenari. Gli piaceva quell’acqua liscia, color del cielo, accerchiata da montagne, dalle cime innevate del Pilato alle creste del monte Rigi: «la sua Italia», avrebbe detto più tardi (Orta non era anch’essa una penisola?) Nietzsche procedeva passo leggero. Il paesaggio i9nvitava all’evasione e al raccoglimento al tempo stesso: aria e acqua, cime e abissi, i mondi si confondevano, come nella migliore delle musiche. Alla fine egli avrebbe dunque parlato con colui che viveva al di là delle vita, in quell’universo invisibile che «dà invece il nucleo intimo, precedente ogni configurazione», conformemente alle parole del suo secondo maestro, Schopenhauer. La musica era l’espressione della partecipazione del divino al mondo sensibile, e Wagner ne era l’incarnazione: Wagner, di un «idealismo cos’ assoluto, una cos’ profonda e commossa umanità».

   Nel giardino di Tribschen ci si sentiva già trasportati in un altrove indefinibile, come se lo spirito della musica avesse preso possesso dei luoghi. Dalla casa giungevano accordi sconosciuti al filosofo, una melodia nuova che gli faceva battere il cuore. La sua emozione, ascoltando le prime battute di quello che sarebbe diventato il canto di Brunilde nel Sigfrido, gli provava che l’arte – come avevano ben capito i Greci – era il completamento e perfezionamento dell’esistenza, destinata a persuaderci di continuare a vivere». Infatti, a quel giovane filologo ventiquattrenne che ancora non osava definirsi filosofo, una sola domanda si poneva: «Come vivere?»

   Nel paradiso di Tribschen, il Maestro viveva con «l’Unica» - la «geniale» Cosima von Bülow, che non era ancora sua moglie. A Nietzsche parve di sbarcare nell’isola di Naxos e di scoprire un’Arianna adorata da Teseo. Che cosa andava a fare il Dioniso?

   Tribschen diventò la sua «Italia», la sua Grecia, il suo Oriente. Là si discuteva della «visione dionisiaca del mondo, che Nietzsche ritrovava nelle composizioni del Maestro. A Cosima egli offrì il suo primo manoscritto, La nascita della Tragedia, ma anche una delle sue composizioni, la Notte di San Silvestro, che egli definiva «manifestazione dionisiaca». Da quando s’era messo a frequentare Wagner, ma soprattutto da quando aveva cominciato a credere di più nella propria filosofia, Nietzsche cedeva sempre meno a quella che chiamava «la schiavitù della musica». Wagner gli aveva scritto, un giorno: «Io mi sono sempre trovato male con le mie esperienze filologiche; voi vi siete sempre trovato male con le vostre esperienze musicali: ecco quanto. Musicista, voi sareste più o meno diventato quello che sarei diventato io se mi fossi ostinato con la filologia. La filologia m’è rimasta comunque nel sangue: musicista, è essa a dirigermi. Voi rimanete filologo, ma pur restando tale, lasciatevi dirigere dalla musica».

   Nietzsche non aveva bisogno dei consigli del Maestro. Come la tragedia greca fu per lui «partorita dallo spirito della musica», così tutte le due opere furono figlie dell’emozione più che del ragionamento, perché la poesia non esprime nulla che non sia già nella musica: «La musica è la vera idea del mondo». La musica è il riflesso dell’«Uno primordiale» e del «dolore originario»: ecco quel che avevano capito i Greci, per i quali la ritmica era nata dalla danza, dal movimento ripetuto fino all’estasi ai danzatori del ditirambo dionisiaco. La musica non deve essere «architettura dorica in suoni», figlia di Apollo, dio della misura; essa deve sorgere dalla profondità della terra, come Dioniso, dio della linfa primaverile e dello slancio vitale, essa deve passare per il corpo. Ora «l’essenza della natura deve esprimersi simbolicamente». Nel semplice girotondo ritmato delle voci, che stava all’origine del ditirambo di Dioniso, il Greco cercava di raggiungere simbolicamente l’essenza stessa del mondo. Perché la musica, «come arte particolare», potrà nascere soltanto quando si sarà «messa a tacere una quantità di sensi, soprattutto la sensibilità muscolare – (…) così che l’uomo più non imita né descrive subito corporalmente tutto ciò che sente». Ormai gli si è aperto il mondo dell’armonia, l’universo dei suoni, e delle melodie. Se l’uomo, attraverso la danza, celebra il «genio della specie», attraverso la musica egli tenta di raggiungere il «genio dell’esistenza stessa». Lascia per sempre il mondo dei fenomeni, trascende ciò che vive per spiegare la vita. Nell’universo dionisiaco, la poesia – terzo elemento della tragedia greca – non nasce non nasce dall’idea, né dall’immagine che l’artista si fa del mondo: nasce dalla musica, che gli è stata dettata dall’interiorità. «La poesia lirica è una folgorazione imitativa della musica» ed è chiaro che la tragedia morirà il giorno in cui la melodia sarà ridotta a semplice illustrazione della poesia.

    La felicità a Tribschen durerà tre anni. Nietzsche vi andò ventitré volte, le ha contate. Erano quelle visite a rendergli tollerabile la vita: così credeva, almeno. Continuava a comporre, nonostante le critiche violente che aveva suscitato la sua ultima opera, ‘Manfred-Meditazione’, da parte di von Bülow, di cui Nietzsche aveva ammirato le qualità di direttore d’Orchestra in occasione di una rappresentazione del Tristano; critiche  che egli aveva accettato con gran gioia giacché l’aiutavano a definire il posto che aveva la sua ‘brutta’  musica nella sua vita e nella sua opera: «Pensate che fino ad oggi – e questo fin dal tempo della mia prima giovinezza», rispondeva lui a von Bülow, «la mia musica mi ha procurato molta gi (…). Mi sono sempre chiesto da dove veniva quella gioia. Aveva qualcosa d’irrazionale in sé». E che cosa di più affascinante che tentare di cogliere il fondamento di quella gioia? Sempre il richiamo dell’inesplicabile, quello che darà le ali a Zarathustra perché possa levarsi in aria, libero da tutti i dogmatismi, vengano essi dalla religione o dalla scienza. Nietzsche era cosciente, in quegli anni precedenti la «malattia» e la «metamorfosi, nell’epoca in cui era un «dotto» più che un artista-filosofo, del fatto che la musica gli consentiva di «padroneggiare uno stato d’animo» che poteva forse essere più nocivo, se non lo esteriorizzava. Nella sua musica, per quanto mediocre, egli aveva la sensazione di «diventare quello che era»: faceva danzare le note come avrebbe fatto danzare più tardi le parole di Zarathustra. Andava all’assalto degli accordi come poi si sarebbe arrampicato sukka vetta delle montagne. Nondimeno, fin dalla ‘Manfred-Meditazione’ gli era chiaro che sarebbe stato musicista solo «quel tanto» che bastava «per il suo filosofico consumo domestico».

____________________    

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 
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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1128 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

1030

   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

*

    Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

*

   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

*

   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1127 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

 

1030

 

   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

 

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Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

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   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

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   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

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    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 
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