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Messaggi di Luglio 2022

Passeggiata magica. Madonnella 'egli Irici

Post n°1134 pubblicato il 28 Luglio 2022 da giuliosforza

1035

   Ieri pomeriggio ho di nuovo, imprudentemente, presunto di me e delle mie residue energie.

   Il pomeriggio era caldo, ma non soffocante: i circa ottocento metri sul livello del mare e il conforto che ci regalano con le loro brezze il Sirente e il Velino si fanno piacevolmente sentire, e il borgo inizia a ripopolarsi di oriundi vacanzieri. Gruppi di giovani, di anziane e di anziani seggono in crocchi diversi, per lo più a ricordare e a ricordarsi, a narrare e a narrarsi, a spettegolare, a maledire o a rimpiangere il tempo che fu, all’ombra dei prugni selvatici, dei giganteschi platani secolari dal vasto fogliame, delle acacie, dei gelsi di piazza della Peschiera, dei fichi fioroni numerosi in via della Selva Grande;  e gruppi di bimbi e preadolescenti scatenati (finalmente liberi dalle catene della scuola, come dice il mio nipotino, birbone non poco, Jacopo Numa Leon) iniziano a rianimare coi loro giochi l’antica Piazza della Peschiera, la nuova piazza del Belvedere, la piazza della Chiesa, i vicoli e le strade più riposte, l’aspra Via delle Cruci, i giardinetti del Frainile e di Sant’Antonio, la fonte della Nocchia, la Macera Nova la Sballata  e le ‘Scettora’, sempre verdi per il concime fresco umano in esse nei secoli lanciato dalle finestre delle soprastanti case di via Mastro Lavinio. Per la mia passeggiata quotidiana, sempre più breve e lenta, oggi decido per Via della Selva Grande, fresca, in quest’ora avanzata, delle ombre del monte che su di essa incombe e le fa da schermo, impedendo presto ai raggi del sole di continuare a saettarla.

   Via della Selva Grande, già via dell’Umbria, fino ad or è qualche anno fu una strada battuta, già sentiero snodantesi a mezza costa in direzione ‘Irici’ e ‘Macchia’, sotto la ‘Reservata’, ai tempi della mia infanzia percorso da greggi di pecore e capre attese, dopo la lunga giornata di pascolo, da stalle e stazzi per la cerimonia della mungitura; da mandrie di vacche e di buoi, da schiere di asini muli cavalli stracarichi, a seconda della stagione, di legna da ardere o da lavorare, di pesanti bigonce colme d’uva destinata ai palmenti per donare, spremuta da piedi nudi di fanciulle danzanti sui grappoli, il dolcissimo mosto; da ‘traglie’ di fieno dirette ai fienili stracolmi per le scorte invernali (e noi bimbi e bimbe vi saltavamo per giochi già ai limiti dell’innocenza), o di covoni di grano diretto alle aie per la trita, anch’essa una festa. Ho nostalgia di Via dell’Umbria non percorribile se non da bestie, e uomini più delle bestie stanchi, e diretti, prima che a casa, all’‘Osteria del Grottino’ per la immancabile sbornia e i nostalgici canti del lavoro, d’emigrazione, di amore e di guerra. Ora via della Selva Grande, fino alla Madonnella ‘egli (degli ) Irici (una bella edicola a forma di chiesetta minuscola, quasi un giocattolo, dal tetto spiovente, incuneata nell’incavo di una grande roccia, voluta dalla devozione di Salvatore di ‘Mezzagna’ – al mio paese come in quelli viciniori ogni progenie, più o meno antica, ha il suo soprannome e ad esso per ogni singolo membro si fa ancora riferimento: io ad esempio sono Giulio ‘e Biasciu ‘e Cesarone, Giulio di Biagio di Cesarone, il capostipite così soprannominato per la sua notevole stazza -) è asfaltata e svolta ad angolo, all’altezza dell’edicola, lasciando che la strada sterrata prosegua per il suo antico corso fino ai territori boscosi di Petescia ora Turania, per una scoscesa discesa in direzione della provinciale Vivaro-Turanense alla quale dopo qualche migliaio di metri si ricongiunge.

   Nei miei piani c’è di tornare indietro prima che annotti, per tema dei cinghiali numerosi e dei cani randagi. Ma non posso non soffermarmi a leggere una bella poesia, toccante anche per l’arido cuore di un apostata, riportata in un quadretto posto sotto l’effigie della Vergine: una toccante poesia in un dialetto che è una vera e propria lingua, difficile per l’estraneo da decifrare, dovuta alla musa ispirata di  Gabriele Moglioni alias Bebi’, un generale di Corpo d’Armata a riposo, che sicuramente nelle varie  vicissitudini della sua vita portò  anch’egli in tasca l’immagine di Maria Santissima Illuminata, al pari di ogni soldato vivarese che lasciò la vita sui sassi del Carso, per le steppe di Russia, nei deserti africani, in terra di Spagna e altrove nelle varie guerre del tormentato Secolo XX. In perfetti settenari Bebi, fecondissimo poeta (un Generale poeta! Oh se tutti i generali lo fossero!) in dialetto e in lingua, e traduttore e curatore delle ancora più difficili poesie, perché in dialetto classico, di Vittorio Peruzzi, autore della voluminosa raccolta Sòle ranena e pennecchie), così fa dire originalmente (nelle normali edicole sono i devoti  a pregare, e qui è la Vergine a pregare di esser pregata) alla Madre di Dio:Fèrma ‘Juaranu u passu

Ferma juaranu u passu

sotto ‘stu sassu anticu;

‘on tira’  via de lungu

senza un salutu amicu.

Io m’accontento ‘e pocu,

gira u capu ‘na cria

e mentre passi dimme

solu che Ave Maria”.

 

Ma se te preme ‘npettu

qua pena o qua / dolore,

fermate un po’ più a lungu

e spalancame u còre.

Sparti co me i penzeri

e famme compagnia,

recontame ‘nne cosa

e po’ repiglia a via.

 

Reparti sollevatu,

più sicuru e dicisu,

preché mo semo in doa

ce respartemo u pisu.

Te senti più ligghieru,

t’accorgi che è più begliu

quanno t’aiuto io

a sopportà u fardegliu.

 

’Nzegna ‘sta via a chi ’ncuntri

senza nuglia vergogna

ecco ce sta che aspetta

‘egl’Irici a Madonna.

Da ’nfaccia a queste / reppe

sotto la Reservata

a tutti biniice

Maria l’Immacolata.

   (Ferma Vivarese il passo sotto questo sasso antico; non tirar via frettolosamente senza un saluto amico. Io mi accontento di poco, gira un pochino il capo e mentre passi dimmi soltanto Ave Maria. Ma se ti preme in petto qualche pena o dolore, fermati un po’ più a lungo e spalancami il cuore. Spartisci con me i pensieri e fammi compagnia, raccontami ogni cosa e poi riprendi la tua strada. Riparti sollevato, più sicuro e sereno, perché ora siamo in due a spartirci il peso: ti senti più leggero, t’accorgi che è più bello quando t’aiuto io sopportare il fardello. Indica questa via a chi incontri senza nessuna vergogna, qui c’è ad aspettare la Madonna degli Irici. In faccia a queste rocce, sotto la Reservata, tutti benedice Maria Immacolata).

   Dopo questa sosta rigeneratrice prendo la via del ritorno, ma imprudentemente imbocco la parte asfaltata in discesa, quella che conduce alla Provinciale: la strada di Fontemmiano (Fonte Damiano, una delle numerose sorgenti del nostro territorio). Negli anni precedenti la percorrevo, più fresco d’energie quanto più a ritroso nel tempo, in assoluta beata solitudine (beata solitudo sola beatitudo!) nel più assoluto silenzio delle cose degli animali e degli uomini. Quest’anno la solitudine mi è solo terrificante, non beata, e il silenzio mi spaura. Rapidamente imbrunisce. Non scorgo rovi di more, non scorgo mentucce, né cespugli di rose canine a farmi compagnia nel solitario andare. Questa volta il panico si impossessa di me e inutilmente tento di dissiparlo canticchiando melodie popolari. Quand’ecco rompere il silenzio delle cose, ed infittirlo, un improvviso latrato come di feroce cane da guardia.  Forse il cane che difende pollaio porcile e orto di Augusto, alias ‘Cruperiu’, uno dei pochissimi orti rimasti fra la generale riforestazione? Non so, ma sicuramente il feroce latrato non è per me, ché improvvisamente, a una cinquantina di metri un grosso cinghiale sbuca dalle fratte, una madre forse, e appresso a lei una decina di cuccioletti che in fila indiana traversano di corsa la strada per velocemente sparire nel soprastante intrico di disordinata fittissima vegetazione. Il mio panico raggiunge ora il suo apice. Mi sento, se si escludono le turbe degli spiriti, solo al mondo nella notte incombente, ho dimenticato il cellulare, né più di tanto mi posso affrettare: nonostante la strada in discesa, più di tanto il mio cuore e le mie articolazioni non sopportano sollecitazioni. E ora anche l’ultima cicala tace: solo i versi funerei dei primi uccelli notturni s’odono ad incupire la notte, e a coprire i mistici suoni cosmici che m’inviano le stelle. Come agli Iddii della notte piace. raggiungo la provinciale, qualche rombo di motore si risente e il mio cuore riprende haleine.  Ma il più m’attende, ed è con passo ancora più lento che affronto la strada in salita e maggiore è l’affanno. Tentato di chieder soccorso a qualcuna delle auto transitanti e ai loro lampeggiamenti ammiccanti. L’orgoglio me lo vieta. Mi sforzo di placarmi e ci riesco. Mi rassegno al mio passo di tartaruga cui la pesante chelonia è di impaccio e ne approfitto per tornare con riconquistata serenità ai pensieri che, in questo periodo della sua vita, più assillano il tormentato Wanderer: pensieri di morte e di immortalità. E ne godo. E presto mi risento tutt’uno con l’Universo vestito a festa nella notte ormai profonda, e penso e modulo pensieri mistici che, diffondendosi nel vuoto cosmico illuminato dalle luminarie del firmamento, raggiungono il cuore stesso del Tutto, di Dio, e in esso mi attraventano. Non avverto più la fatica della risalita, e il lisbonese Antonio rapito ai Lusitani mi accoglie nel suo piccolo santuario, erettogli, sotto la stradina del camposanto che m’attende, dai vivaresi d’America, capomastro costruttore un tal Biagio Sforza di mia conoscenza. E osservo con sguardo commosso le coppiette di giovani e adolescenti che alla luce pur tenue dei lampioni voyeurs giocano ai loro primi giochi d’amore.

   Giornata e notte magica, infine, le mie. Non ho presunto invano.   

 ­­­­­­­__________________  

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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'Agnese' di Ferdinando Paer. 'Chicchignola' di Petrolini. Ancora del 'Trittico' pucciniano

Post n°1133 pubblicato il 25 Luglio 2022 da giuliosforza

 

1034

   Una vera sorpresa per me, una bella Opera di cui ignoravo persino il nome: Agnese  di Ferdinando Paёr, un’opera semiseria andata in scena in prima rappresentazione moderna al Regio di Torino nel marzo 2019 con la regia di Leo Muscato e la direzione di Diego Fasolis e trasmessa oggi da Rai5.

   Una sorpresa piacevolissima per quanto riguarda la musica, la regia e il testo di Luigi Buonavoglia, e i motivi, che tutti condivido, li lascio esporre a Francesco Bertini, autore della lunga recensione che trascrivo.

   “Ci si interroga con sempre maggiore insistenza sull’importanza storico-musicale di quel periodo impropriamente definito “di transizione” tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, quando s’impone a livello internazionale l’astro rossiniano. Pochi lustri segnati dall’ascesa repentina e dall’altrettanto rapida caduta di Napoleone. In quegli anni di raccordo, in cui è in realtà ravvisabile una placida continuità, mossa dalle turbolenze politiche, operano numerosi autori che rilevano l’eredità italiana, prima fra tutte dell’illustre scuola napoletana, ma si aprono alla scoperta delle sperimentazioni sinfoniche d’oltralpe. Tra i compositori più attivi è ravvisabile Ferdinando Paër, uno dei migliori esempi della fortuna di cui godono gli operisti italiani nell’Europa d’allora.
   Nato a Parma, in breve tempo Paër diventa direttore musicale al Kärntnertortheater di Vienna, quindi maestro di cappella a Dresda fino a raggiungere il massimo riconoscimento come direttore e compositore della musica privata al servizio di Napoleone che lo nominerà, nel 1813, direttore musicale del Théâtre-Italien, carica mantenuta, con alterne fortune, fino al 1827. A ripercorrere, seppur a grandi passi, una carriera così fulgida ci si chiede come mai una simile personalità artistica, apprezzata dai contemporanei, possa essere stata completamente e ingiustamente dimenticata dai posteri. Sorte purtroppo condivisa da molti colleghi, celebri e onorati in vita ma presto dimenticati per il rapido mutamento dei gusti e del repertorio. Tra le oltre cinquanta partiture liriche composte da Paër, un ruolo particolare è rivestito dall’opera semiseria.         Proprio in questo genere, grazie a una fervida immaginazione e all’abilità di intrecciare elementi di varia natura, il compositore raggiunge i risultati migliori.
   Per l’immediato successo e per la pregevole fattura ne è esempio Agnese: concepito nel 1809 su libretto di Luigi Buonavoglia e su commissione del conte Fabio Scotti, per il suo nuovo teatrino privato appena fuori Parma, il dramma semiserio in due atti unisce alle tematiche amorose, miste ai tratti comici, il tema della pazzia, sul quale in quegli anni gli studi si concentrano con maggiore accuratezza. La critica sociale esibita senza filtri ed evidenziata da uno stato mentale alterato, particolarmente suggestivo e impressivo per il pubblico d’inizio Ottocento, garantisce una completa caratterizzazione, consueta nella pièce à sauvetage con un finale lieto e speranzoso. Dopo un’esecuzione in forma concertante a Lugano nel 2008, ora l’opera è rappresentata per la prima volta in epoca moderna al Teatro Regio di Torino grazie all’edizione critica e all’approfondito lavoro di ricerca di Giuliano Castellani. La possibilità di vedere l’azione consente anche di afferrare l’innovativa portata della vicenda musicata: dall’abbandono del tetto coniugale di Agnese, in fuga dal marito fedifrago, si passa alla pazzia del padre dovuta alla scelta di vita della figlia. Tra questi due ingredienti, particolarmente nuovi e quasi intollerabili nel panorama artistico di inizio Ottocento, s’inserisce da un lato chi mostra una moderna sensibilità verso la situazione e la patologia di Uberto, dall’altro, al contrario, chi fatica ad accettare il comportamento della donna e la possibilità di affrontare con maggiore libertà di vedute la follia.

   Solo con la messinscena può essere tangibilmente compreso il dipanarsi della narrazione. In questo senso si muove efficacemente il lavoro di Leo Muscato, regia, Federica Parolini, scene, Silvia Aymonino, costumi, e Alessandro Verazzi, luci. Lo spettacolo è arguto e ben congegnato: sul palcoscenico sono adagiati dei grandi contenitori, che richiamano i box medici o le scatoline di caramelle, nei quali vengono ricreate ambientazioni collegate alle diverse situazioni e ai vari personaggi. La vivacità coloristica e la possibilità di movimentare lo spazio, con spostamenti e mutazioni frequenti, rende fluido l’allestimento e particolarmente appetibile e chiara una prima esecuzione. Suggestiva l’iniziale realizzazione del bosco, sapientemente ideato con lo sfruttamento di tecniche digitali in grado di rendere la tridimensionalità dello spazio. Altrettanto immaginifiche risultano le varie stanze che in una superficie ristretta offrono un’ideale scenografia nella quale dar vita ai quadri dell’opera. Il lavoro registico contribuisce a sottolineare gli aspetti caratteriali delineati dal libretto. Si manifestano dunque atteggiamenti compulsivi che ci danno la cifra delle problematiche sociali diffuse, spesso erroneamente confinate solo nell’alveo di una dichiarata malattia mentale. Muscato evita soluzioni macchiettistiche e fuorvianti, riuscendo a non calcare troppo la mano, in perfetta sintonia con l’intendo edificante e benevolo dell’opera semiseria.

Assieme al citato Castellani, Diego Fasolis è l’altro artefice della riproposta di Agnese. Il direttore svizzero, già venuto a contatto con la partitura, porta in dote la lunga e approfondita frequentazione dei repertori barocco e classico, diretti antecedenti delle composizioni che s’affacciano timidamente ai seguenti sviluppi romantici. La sua lettura, attenta alle esigenze vocali e al contempo prodiga di colori, valorizza la scrittura di Paër che dal Settecento europeo eredita il gusto per gli impasti orchestrali e per gli strumenti concertanti (in particolare flauto, clarinetto, corno). In questa operazione di recupero e di ricerca delle sonorità più adatte al formulario primo ottocentesco, il direttore è affiancato dall’Orchestra del Teatro Regio capace di affrontare con piena padronanza un repertorio ibrido per certi versi e particolarmente insidioso per la molteplicità di linguaggi adottati. Valido anche l’apporto del Coro istruito da Andrea Secchi. È inoltre ascrivibile al lavoro congiunto di Castellani-Fasolis il recupero di tutto il materiale musicale finora rintracciato: alla versione parmigiana del 1809 sono affiancate le varianti apportate dal compositore stesso per le riprese parigine del 1817 e 1824 (quest’ultima con Giuditta Pasta), nel dettaglio due nuove arie, una per Ernesto, tenore, e una per Agnese, soprano, e un lungo duetto per entrambi. È particolarmente interessante notare, nell’ambito di questa operazione, la modernità di Paër che fa propri ed elabora con personalità gli stilemi rossiniani, ormai indispensabili al favore del pubblico.

   Omogeneo e ben preparato il cast vocale. María Rey-Joly, Agnese, è dotata di uno strumento duttile, capace di affrontare compiutamente le multiformi esigenze espressive del genere semiserio. Il controllo dell’emissione e la padronanza tecnica le consentono di affrontare tanto i temibili passaggi belcantistici (specie nell’aria alternativa), quanto i momenti d’intenso lirismo dove emergono il timbro suadente e la musicalità. Parimenti efficace risulta la prova di Markus Werba. Il ruolo di Uberto offre ampie possibilità interpretative, in particolare per le sfaccettature umane delineate da libretto e musica. Paër adotta spesso il declamato con repentini cambi umorali per tratteggiare appieno il disagio mentale del padre sofferente. Il baritono austriaco padroneggia il fraseggio che acutamente piega alle sfumature emotive per dar corpo alle varie scene di pazzia concepite dall’autore. Ne risulta un personaggio vivo, inserito nell’azione e allo stesso tempo efficace agli occhi dell’uditorio odierno.
    La parte di Ernesto si avvale della vocalità tenorile abbinata al carattere controverso di un marito infedele ma realmente pentito. Edgardo Rocha ha uno strumento cristallino, a proprio agio nelle forme protoromantiche ma ancora fortemente influenzate dal classicismo tardo settecentesco. Al cospetto di una parte che prevede una seppur minima evoluzione interiore, il cantante esprime con convinzione le proprie potenzialità attoriali fa risaltare, attraverso una sicura espressività e una linea canora perlopiù precisa, le peculiarità evidenziate dalla scrittura paeriana.
   La vis comica di Filippo Morace si adatta alla parte buffa di Don Pasquale, pauroso intendente dell’ospedale dei pazzi. L’artista, vero e proprio animale da palcoscenico, tratteggia efficacemente la parte del direttore senza cedere a effetti di dubbio gusto, atti a sollecitare facili consensi. Ne emerge una figura ben delineata, comica ma non caricaturale.
   Efficaci gli apporti di Andrea Giovannini, Don Girolamo, protomedico illuminato che suggerisce nuovi percorsi di cura, e di Lucia Cirillo, Carlotta, figlia di Don Pasquale. Non del tutto inappuntabile la prestazione di Giulia Della Peruta, Vespina, che denota qualche asprezza in zona acuta pur risolvendo la parte con spigliatezza e brio. Completano la compagnia Federico Benetti, il custode dei pazzi, ed Esmeralda Bertini, Una bambina di sei anni, figlia di Agnese.
   Il pubblico, seppur non numeroso, ha seguito con attenzione la recita mostrando di apprezzare, al temine, tutti gli interpreti per quest’attesa prima riscoperta del lavoro di Paër".

 *

   A maggiore mio scorno e a dimostrazione della mia ignoranza (e io che pensavo di aver nella mia lunga vita quasi tutto visto e appreso, e non solo in campo musicale), un “Chicchignola” petroliniano piacevolissimo, di cui ignoravo perfino l’esistenza. Nel ruolo del protagonista Mario Scaccia, uno dei più grandi attori della nostra scena di vecchia scuola, che non è esagerato dire ormai classica, e comprimari all’altezza. Divertentissime, ma come in poche altre pièces comiche anche in grado   di far profondamente pensare, le vicende dei due ‘becchi’ che vicendevolmente si cornificano, ognuno con l’amante dell’altro; e non manca nemmeno il colpo di teatro con Chiccignola che rivela di avere, da parte sua, finto il tutto . Mi sono, ripeto, molto divertito, e ho immaginato cosa avrebbe potuto essere una registrazione originale con Petrolini in persona protagonista.

   E che dire di quel capolavoro, e qui si respira altra aria, rappresentato dal Trittico pucciniano per l’ennesima volta dalla Rai riproposto? Bello il tragico Tabarro, incomparabilmente comico Gianni Schicchi, ma ai limiti del sublime Suor Angelica, che giustamente Giacomo, oltretutto fratello di una suora, riteneva dei tre episodi il suo prediletto. Io mi spingo oltre e dico essere Suor Angelica non solo del Trittico il mio prediletto, ma dell’intera produzione pucciniana, ove altri momenti, seppur meno profondamente, mistici, non mancano. Sarà per un certo tipo di formazione ricevuta (poi rigettata: ma quanto di una formazione ricevuta si può rigettare? Quanto, se non di contenuti, di forma plasmante, di radice, è destinato a permanere?); sarà per il mio innato romanticismo che nessun recuperato Illuminismo è riuscito, né mai riuscirà,  a soffocare, se mai a correggere nelle sue forme più estreme ossianiche; sarà per l’umanissima vicenda narrata, per il modo della narrazione (in essa si danno solo protagoniste suore biancovestite -voci maschili si percepiranno solo nel coro misto finale che accompagna in lontananza la salita di mamma e figlio in cielo - una statua di Madonna riversa a terra sul cui corpo mastodontico la vicenda si snoda, il fantasma del figliolo morto, la sadica principessa zia che reca  ad Angelica freddamente la notizia, il suo scopo essendo solo quello di ottenere una firma di rinuncia all’eredità); sarà per tutto questo che Suor Angelica mi giunge ogni volta nuova e antica, straziante e letificante, terrena e mistica, laicamente mistica e latamente, umanissimamente, ‘religiosa’, immanentisticamente terrestre. La laica ‘religiosità’ pucciniana più che in qualsiasi altra creazione trovo espressa, e profondamente sento di condividerla. Essa mi tocca cuore e mente. Essa mi attraventa violentemente, tragicamente ma liricamente ed estaticamente nell’intimo del Sacro, nell’intimo del Mistero. Come posso non prediligere Suor Angelica?

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  Chàirete Dàimones!

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Dossi esilarante. Dossi e le "Fleurs du mal", Maria Teresa, compare Romeo, "Carmina Burana"

Post n°1132 pubblicato il 16 Luglio 2022 da giuliosforza

 

1033

   Con piacere, ilarità e qualche perplessità leggo in Carlo Dossi (1849-1910), Note azzurre (op.cit. pp 632-633) quattro note consecutive, le 4639, 4647, 4648, 4649 (il salto tra la prima e le altre tre nella numerazione si trova anche nel manoscritto: evidentemente è lo stesso autore a non accorgersene al momento della correzione delle bozze, e quanto lo capisco!). Le perplessità riguardano la 4648 ove le considerazioni sulle Fleurs du mal, dopo tutto quello che ho scritto sul loro Autore e su di esse in particolare, mi fanno l’effetto di un pugno allo stomaco: ma tot capita tot sententiae, e mi tocca romanescamente ‘abbozzare’. Esilaranti sono quelle sulla papale sedia stercoraria e sul colle Vaticano, che si presterebbero a troppo facili ironizzazioni e riflessioni malevoli e maligne. Cose non da me, da quel pio e devoto uomo che notoriamente sono.

   In questi giorni fa un caldo assassino anche sui miei monti, ed è prudente che non metta il capo fuori. Purtroppo devo anche rinunciare alla mia passeggiatina antimeridiana, e al godimento degli incredibili riposanti panorami che essa offre allo sguardo. Me ne sto dunque al fresco piacevolissimo del piano terra, o alla vasta protettrice ombra del noce, a leggere e scrivere ed a godermi la quasi quotidiana Opera offerta da Rai 5, oggi il Don Giovanni nell’allestimento, solitamente fastosissimo, zeffirelliano del 2015 all’Arena di Verona, e a godermi i profumi del rosmarino fresco emananti dalle poche patate al forno che mi posso permettere.

   Scrive dunque Dossi:

    “4639. Nel dodicesimo secolo per rammentare al nuovo pontefice  che l’elevaione alla carica non doveva fargli dimenticare di essere uomo, egli veniva posto a sedere sopra una sedia di pietra forata e vuota al di sotto detta stercoraria  situata avanti il portico di San Giovanni in Laterano, e in quella posizione il pontefice gettava denaro al popolo (M. Gioja Galateo) ‘Questa esposizione del pontefice sulla sedia stercoraria, fatta senza calzoni, è perché il popolo passandovi sotto potesse persuadersi della sua virilità e che nessuna donna era assunta al papato. Ciò in ricordo della papessa Giovanna’.

    “4647. Il monte Vaticano appare negli scrittori latini spregiatissimo – Vaticana bibis -bibis venena – e Tacito: postremo ne salutis quidem cura, infamibus Vaticani locis megna pars tetendit. In non uso del corsivo per le citazioni è di Bossi stesso.

   “4648. Ho letto Baudelaire, il poeta dei profumi e delle puzze. Le poesie (Fleurs du mal) mi pajono brutte. Sono scritte in stile notarile, sono di una monotonia desolante, e dalle immagini e dalle idee stanche e colle rughe della decrepitezza. Baudelaire cerca di disporsi intorno artisticamente i suoi panni stracciati. Si direbbe l’orgoglio in cenci. Nota però che il Praga ha evidentemente copiato da lui le sue bruttezze (Cf. anche le frasi, azzurro, penombre ecc.), e che il Carducci sì è forse inspirato nelle litanie baudelairiane di Satana per comporre il suo Inno a Satana, e che il pittore Morelli può avere il suo quadro delle tentazioni di Sant’Antonio dai versi – ( nelle Femmes damnées) “D’autres commes des soeurs, marchent lentes et graves / à travers les rochers peins d’apparitions / où Saint Antoine a vu surgir comme des laves / les seins nus et apourprés de ses tentationons”. Ma tanto sono infelici e vecchie le poesie di Baudelaire, quanto i suoi petits poèmes en proses sono meravigliosamente belli e nuovi. La mia ammirazione per lo scrittore è però mista l dolore, dirò meglio all’odio di vedere che una parte dei miei letterari progetti fu già compiuta da Baudelaire in modo inarrivabilmente splendido. E splendida è pura la prefazione di Th. Gautier ai Fleurs du mal”.

   A parte che corretto è dire alle Fleurs, e non ai Fleurs,  essendo questo termine in francese femminile, a parte la stranezza della condanna delle Fleurs proprio per ciò che in essa v’ha di meglio e di nuovo (trarre dal male estremo l’arte suprema) che è il merito più grande che l’universale opinione riconosce al capostipite dei maudits (e i discepoli Verlaine e Rimbaud ben lo comprenderanno), a parte questo è ben bizarre passare alla lode direi sperticata dei petits poèmes en prose che delle Fleurs non sono che la coronazione, il naturale sbocco. Baudelaire e Wagner, la cui reciproca ammirazione, ai confini della venerazione che ben conosciamo, sono talmente grandi nella loro rivoluzione estetica che valutarli coi soliti meschini criteri moralistici è ciò che di più antiestetico possa darsi, e fa meraviglia che un uomo della qualità di un Bossi non se ne renda conto. E le Note azzurre sono zeppe di queste stranezze, come forse non può non essere in uno zibaldone che raccoglie le cose belle e quelle brutte, le osservazioni geniali e quelle banali a seconda degli umori quotidiani, Forse ciò è inevitabile, come può ben comprendere l’Autore di quello zibaldone presuntuosamente originale che sono i Dis-Incanti, dianoie metanoie paranoie di un Vegliardo diarista virtuale!

*

   La Signora dalla falce continua a danzarmi intorno la sua danza macabra. Anzi la accelera, In questa ultima quindicina ha strappato al mio affetto tre persone che hanno avuto un ruolo determinante nella mia storia e che perciò con la loro dipartita mi lasciano un vuoto grande nell’anima. Di Maria Teresa dico, di sua sorella Franca, del ‘compare’ Romeo, dei quali ho rispettivamente così scritto per gli amici su un social:

   ‘Dunque anche il Compare Romeo se ne è andato a raggiungere nelle lande del Mistero i suoi genitori e i suoi fratelli Romelia (Maria) Romano Remo e Romolo, i protagonisti di una saga vivarese che i monti racconteranno ai boschi, i boschi alle valli, le valli ai torrenti, i torrenti ai venti precipiti dal Crocione a Santa Maria finché madre Natura avrà voce. Nella sua voce le loro voci risuoneranno in eterno per chi ha orecchi da intendere le voci della Grande Madre di cui furono figli prediletti. Addio compare Romeo. Salutaci tutti. E a presto!’.

   E di Maria Teresa:

   ‘Chi ha conosciuto Maria Tersa Luciani, l'animatrice dei nostri Seminari di Educazione all'Ascolto, la pianga con me che sto scrivendo con lacrime di sangue. Quella grandissima e bellissima anima si è rituffata nella Musica Mundi che amò, di cui tanto scrisse, per la quale tanto fece, ieri notte dopo indicibili sofferenze, in Firenze, via Masaccio 143. L'hanno accolta il fratello Riccardo con la sua musica suonata dagli Angeli e diretta da Piero Bellugi, e i colleghi collaboratori (Tilde Salustri, Annamaria Masi, Marisa Castellazzo, Luciano Lucci) tutti a LEI e a me (questa la mia punizione) già da tempo premorti.

   Pace e Luce eterne a te, Mary!

   E Pietà per noi’.

   La musicologa amica Eleonora Negri mi ha inviato una foto di una ventenne Mary già direttrice e insegnante di Musica e di Teatro nel famoso orfanotrofio, voluto dai Conti Croff nella loro cinquecentesca Villa Castelletti a Signa di Firenze. L’ho condivisa per gli amici mettendo in risalto il sorriso che mai l'avrebbe abbandonata, nemmeno nelle circostanze più tragiche della sua vita. Molti amici ed ex alunni hanno espresso la loro commozione e il rimpianto di non poter essere ai funerali a Firenze, L’ho comunicato ad Eleonora con queste parole:

   ‘La notizia della scomparsa di Mary ha addolorato e commosso moltissimi amici ed ex allievi, memori della sua discreta quanto determinante presenza nelle nostre iniziative ('C.R.E.AR.E, Centro di Ricerca di Educazione Artistica ed Estetica', 'Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica "Vivarium"', 'Gruppo Corale ' Metanoesi') legate alla nostra attività accademica e para-accademica. Attraverso me tutti intendono assicurare la loro presenza in spirito alla veglia

funebre e alle esequie insieme agli amici fiorentini. Saremo in tanti a salutarla e a piangerla’.

*

   Frau Musika è venuta in questi giorni a cercare di consolarmi in tanta desolazione, ed in parte le è riuscito. Una Così fan tutte deliziosa, un tragico Otello i cui panni ha rivestito un inimitabile Placido Domingo nel pieno della sua maturità, mentre Desdemona è stata degnamente interpretata da una strepitosa Barbara Frittoli (nella cui bocca la canzone del salice e l’Ave Maria, una delle più alte espressioni della ‘religiosità’ verdiana, hanno acquistato ancor maggiore intensità), senza dire di Leo Nucci, lo straordinario baritono che tutti ammiriamo, nella parte di Jago. Si trattava dell’allestimento inaugurale della stagione scaligera 2001-2002, ma la polvere del tempo non s’avvertiva, né nelle immagini né nel suono. Merito dei tecnici rai una volta tanto all’altezza della situazione. Ma i programmi della mia prediletta musica sinfonica non sono stati da meno, con Mozart Mahler ed altri, sopprattutto il Carl Orff dei Carmina Burana, trasmessi in diretta da Piazza San Marco, direttore un compostissimo Fabio Luisi. Evento rarissimo, almeno nei miei ricordi, e bellissimo, se non fosse stato un poco guastato dai soliti piagnistei delle presentatrici e dei presentatori, chiamati a leggere, quasi a giustificazione dell’evento in atto, le solite falsità sulle presunte simpatie naziste del bavarese Orff, che se anche ci fossero state chi se ne importa: i canti goliardici messi da lui splendidamente in musica nella loro integrità non hanno tempo, come tutte le grandi invenzioni musiche (nel senso lato: includenti cioè tutte le Arti delle abitatrici d’Elicona) e musicali. Chi pensa di potersene appropriare e le strumentalizza a fini di propaganda di parte è semplicemente un illuso e un prevaricatore che risponde lui delle sue idiozie di fronte alla Storia.

   Ora approfittando dell’aria rinfrescata dalla tempesta dei giorni scorsi torno a pensare e meditare sotto il noce grande in compagnia di Carl Jung, che riflette dal suo punto di vista, in quasi nulla da me condiviso, sull’Also sprach Zarathustra.

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 Chàirete Dàimones!

 

 

 

 
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Hatem a Suleika. "Dis- Incanti" III: fine

Post n°1130 pubblicato il 10 Luglio 2022 da giuliosforza

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   Hatem per Suleika:

   Du beschämst  wie Morgenröte /Dieser gipfel ernste Wand. / Und noch einmal fühlet Hatem (leggi Goethe) / Frühlingshauch und Sommerbrand. (West-östlicher Divan)

   Tu mi fai arrossire, illumini e colori il mio volto come fa l’aurora con la parete oscura di queste cime. E ancora una volta il vecchio Hatem avverte l’alito della Primavera e l’incendio dell’Estate (Divano occidentale orientale).  

   *

   Pongo termine con queste riflessioni a Dis-Incanti III ormai pronto, col Sito di Zarathustra e La Sera di Pan che gli si uniranno in un unico volume bifronte, per le stampe. Proseguirò poi certo, spero mi sia concesso sperarlo, a pensare a ricordare a poetare, per dare senso, ed eventualmente coglierne (tentativo vano?), alla mia vita, datosi di essere uno degli incappati nel cioraniano “inconveniente di essere nato”; inconveniente ormai avviato per me a risoluzione, quanti e quali siano ancora i giorni o i mesi o gli anni a me concessi dalla Provvidenza, dal Destino o dal Caso-Caos, da vivere in quanto materia signata quantitate, come l’Aquinate disse l’individualità (fui educato al tomismo, e ricordo quegli studi con fastidio da una parte e con ammirazione dall’altra per quell’ingegnaccio che fu il d’Aquino, l’irriso “bue muto” fra i discepoli di Alberto Magno, destinato -questa la facile e felice  profezia del Maestro- a far  udire i suoi muggiti in tutto il mondo). “Quantitate signata materia principium est individuationis, id est, numericae distinctionis, quae in puris spiritibus esse non potest, unius individui ab alio in eadem natura specifica. Traduzione quasi libera: La materia caratterizzata dalla quantità è il principio di individuazione della sostanza corporea. Nelle sostanze spirituali, ad esempio negli angeli, questo problema non si pone, poiché ogni angelo differisce dall’altro per la specie. Sesso degli angeli! Di molte di simili citazioni ho ancora stipata la memoria ma, strano a dirsi, non mi infastidiscono più né le odio, come mi infastidivano e odiavo nei turbatissimi tempi dell’apostasia.

   Intanto mi appresto a lasciare, per qualche mese, l’estate romana alle sue afe, alle sue pestifere immondizie, alle schiere di cinghiali affamati, alla inciviltà degli untori, nostrani o gitani, che frugano nei cassoni e lasciano sparsi intorno coi loro pestiferi fetori i resti della immonda razzia, precisamente alla maniera degli animali ruspanti. Il vergine Frainile mi attende che le catene del Sirente e della Maiella da presso ombreggiano e ventilano temperando le ardenze dei dardi solari; mi attendono i suoi silenzi, i suoi noci, il suo ibiscus, i suoi oleandri, l’agrifoglio gigante e quello nano, i suoi gelsomini, le sue lavande, il suoi rosmarini, le sue rose, le sue ortensie, i suoi tulipani, ormai nudi bulbi che dormono i loro lunghi letarghi sotto le zolle riarse, i suoi passeri, le sue rondini i suoi fringuelli, i suoi colombi, i suoi usignoli, le sue civette, i suoi gufi, il suo barbagianni dal cipiglio poliziesco, le sue lucertole, i suoi serpentelli, i suoi gechi, i suoi sventurati scorpioni. E porto con me i grossi tomi delle Contemplations hugoiane, del postumo Giudizio Universale di Papini, del Paradiso Perduto miltoniano nella antica traduzione ritmica di Lazzaro Papi, delle interessantissime dossiane Note Azzurre delle cui 1254 pagine solo un terzo a suo tempo lessi, delle opere complete di Rimbaud nella edizione Oscar Mondadori 1992 a cura di Diana Grange Fiori ed introduzione di Yves Bonnefoy e, dulcis in fundo, del quarto volume dei seminari junghiani su “Lo Zarathustra di Nietzsche”. Dulcis in fundo per modo di dire, perché temo di aver sprecato i quasi 50 euro del suo costo se leggo, subito in apertura, l’antipatica avvertenza dello psicanalista ribelle già freudiano circa lo stile di colui che soprattutto col suo più noto libro destò milioni di coscienze dal sonno dogmatico, diede la sveglia al mondo. Cosa se non una intenzione denigratoria sembra guidare la penna dello Svizzero? Sarà così per tutte le rimanenti cinquecento circa pagine? M’auguro proprio di no.

   Così apre dunque il Professor Jung.

   Rieccoci al nostro vecchio caro Zarathustra! E dando una occhiata ai capitoli di cui ci siamo già occupati e a quelli che ancora dobbiamo affrontare, devo dirvi con franchezza che mi sono annoiato a morte, soprattutto per via dello stile. Las lunga interruzione non ha fatto alcun bene al mio entusiasmo, a quanto sembra. Come spesso mi era accaduto -ma stavolta in particolar modo- sono stato colpito dall’innaturalità dello stile, dalla maniera tremendamente esagerata e tronfia (inflated) con cui Nietzsche si esprime. Perciò sono giunto alla conclusione che ne abbiate avuto a sufficienza di tutto ciò, e che non vi sia necessità di addentrarci nei singoli dettagli. Penso che faremmo bene a fare quello che i tedeschi chiamano die Rosinen aus dem Kucken picken, alla lettera “piluccare le prugne dal dolce”.

   Io, che amo lo stile “profetico” dello Zarathustra e alla sua lettura oltretutto mi diverto, e al birbone riso zarathustriano ho perennemente le labbra atteggiate, supererò senza difficoltà il tedio e la sonnolenza che mi procura invece la stile degli psicanalisti e, spinto dalla mia mai soddisfatta curiosità, mi sorbirò come una grazia di Dio le circa cinquecento pagine del volume assistendo al seminario e confondendomi, non visto, tra i seminarianti facendomi di qualcuno di essi, meglio se di qualcuna, schermo e scudo ed eleggendolo/a a portavoce delle mie domande e delle mie risposte che prevedo impertinenti, delle quali mi impegno a rendere fedelmente conto al termine degli incontri. E che il lucreziano Simulacrum del grande umanista Carl Gustav Jung, psicanalista per una svista della Specie, benevolmente m’assista.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 FINIS (NON) CORONAT OPUS

 
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