scrittori

La strada


Cormac McCarthy ha vinto il Pulitzer 2007 con "La strada".  E dalle prime pagine capisci che è un premio strameritato. Uno di quei libri che senti a pelle. Uno di quelli che entra nella tua classifica personale. Lo sto leggendo e mi fermo spesso, perché in treno c'è un cicaleccio di colleghi che lamentano orari assurdi, presidi dittatori, alunni criminali e via discorrendo. Si capisce che la distrazione è d'uopo.Ma non è solo questo. Si va piano a leggere "La strada" di Cormac McCarthy perché si deve andare piano.Solo che adesso c'è Annozero con Grillo. E continuo dopo. Ecco fatto. Finito. Ricomincio con la grillite addosso.Dicevo che si va piano leggendo questo libro, perché il respiro inciampa ogni minuto nelle immagini che le parole disegnano, nei fotogrammi di sequenze lampo. C'è un mondo scaraventato nel dolore, annientato da qualcosa, ma nulla di più si sa. Si parte subito con i due protagonisti. All'inizio affiora Highlander, dai ricordi fanciulli di prime visioni su Italia 1. Poi lo capisci che è di più. Che ha un'autonomia di linguaggio, questo romanzo qua. Una potenza senza margine d'errore. Non tentenna. Mai t'accorgi che qualche filo non s'è dipanato. Che ne so: al cinema capita che il microfono sbuchi dall'alto a ingolfare col suo collo da giraffa l'inquadratura, a piegarla all'errore. Anche a Kubrick è capitato.Qui, finora, no.Pare di giocare una Champions League in una di quelle annate spettacolari. Tutti squadroni, nessun errore in difesa, ottima circolazione della palla. Solo che è un romanzo, questo. E non conta la spettacolarità dell'evento. O almeno non conta secondo i nostri canoni di spettacolarità. Perché in realtà l'idea di fondo di "La strada" non lascia dubbi. Non è un'idea marginale all'Umanità. Anzi, è focale. Amore, morte, smarrimento, solitudine, plastica, supermercati, un padre, paura, una pistola, un figlio, il fuoco preistorico da portare. Tutto s'insinua nel nostro animo con McCarthy, come con Saramago o Don de Lillo, come con Màrquez. E noi e i nostri affetti, le nostre notti buie con i muri alti e neri intorno, e gli spazi enormi, e le luci accecanti, e i dolori e gli acciacchi, e i rimedi e le gioie, le lodi e i rimproveri, gli ormeggi e le partenze, le fughe e i ritorni, tutto lì dentro, in mezzo a quella strada,  "La strada" di Cormac McCarthy, alla fine ci rimbomba addosso. E non ne usciamo. E siamo felici di leggerlo mentre lo leggiamo. Sia pur lentamente, tra un cicaleccio e una fermata, perché il dolore non abbia modo di sopraffarci. dedicato a fionamay e a cow_boy, miei amici di strada