dottormanser

TIME OUT


E con questo stacco. Per un po' sarò alle prese con una serie di impegni, se così posso chiamarli, notevoli: dopo una settimana-dieci giorni in cui mi butterò full immersion nel restauro della mia casa, partirò per qualche Altrove alla ricerca di Qualcosa che mi faccia sentire Qualcuno, staccandomi così dalla condizione di Ibrido in cui vivo ora; nel frattempo userò tutte le mie forze fisiche e spirituali per combattere (e vincere) i fantasmi reali e presunti che affollano la mia mente e non solo. Fondamentale sarà anche continuare a scrivere, cercando di portare a termine il famoso "quaderno rosso" di stantuffiana memoria. Nel viaggio porterò con me il "Don Chisciotte della Mancia", forse perché sento qualche affinità con il protagonista del romanzo di Cervantes. Per il momento vi saluto tutti con l'incipit di un vecchio racconto mai terminato; il capitolo si intitolava DOVE VAI?
“Dove vai?” chiese mio padre.   “Non lo so!” risposi.   “Come sarebbe a dire Non lo so?”   Erano le otto di mattina del ventiquattro giugno; quella notte non avevo chiuso occhio e solo verso le cinque avevo preso la decisione che avrei dovuto prendere molti mesi, o perfino anni prima. Senza fare rumore per non svegliare mamma e papà ero andato in mansarda a prendere il mio vecchio zaino Invicta insieme a una vecchia ma quasi mai usata valigia ed ero tornato in camera a riempire sia il primo che la seconda. Nella valigia avevo messo il minimo indispensabile per non viaggiare troppo pesante: biancheria intima, qualche vestito di ricambio e il necessaire per l’igiene personale. Nello zaino avevo stipato quaderno, astuccio, macchina fotografica digitale, cracker, un paio di lattine di Heineken, una stecca di Winston e una decina di copie del mio ultimo libro da vendere nel caso avessi incontrato qualche alieno interessato a leggere il libro di un disperato in fuga dalla mediocrità.   In realtà erano già parecchie notti che non chiudevo occhio, a meno che non mi coricassi con un una bella riserva di alcol in corpo; così facendo però, mi svegliavo nel cuore della notte molto più angosciato di quando andavo a letto sobrio.   Preparato tutto l’occorrente, avevo puntato la mia sveglia a forma di galletto per le otto meno dieci, ben sapendo che era una precauzione del tutto superflua dato che fino a quando non fosse scattata con il suo chiccirichì non avrei fatto altro, come in effetti feci, che far vorticare il cervello in un turbine di pensieri, paranoie, paure e ripensamenti. Ma dopo che il gallo aveva cantato, non so come, avevo ricacciato tutti i timori nel “freezer della coscienza” e alzatomi in piedi, come un automa, avevo cominciato a prepararmi…   “Dove vai?” Papà mi sorprese mentre uscivo dal bagno, pronto proprio per andare a svegliare i due genitori e informarli della mia decisione.   “Non lo so!”   “Come sarebbe a dire Non lo so?”   “Non lo so! Perché, tu sai dove vai?” Quel  perché, tu sai dove vai? era una finezza filosofica che come prevedevo mio padre non colse. Proseguii: “Davvero… non lo so. Vado via per qualche tempo, non ce la faccio più a vivere in questo paese di zombie, in questa società marcia. Stacco per un po’ per non impazzire o non cadere nell’autolesionismo più incontrollato.”   “Avrai pure una minima idea di dove dirigerti: non hai prenotato il soggiorno in nessun posto?”   “Prenotato? Oh no, no, non sia mai che prenoto, poi mi viene l’ansia! Ho deciso semplicemente di uscire di casa, poi vedrò via via dove mi porterà la mia strada!”   “Tu hai letto troppi libri, figlio mio.”   “Hai ragione, infatti ho sempre viaggiato solo tra le pagine scritte e mi sto perdendo il viaggio reale, la vita vera!”   Intanto si era svegliata anche mia madre, la quale si era rivolta a mio padre: “Mario, che succede?”   “Simone va via. Dice che ha bisogno di ferie… Ma se è una vita che è in ferie!” E qui papà ha perso un attimo il controllo, manifestando quel risentimento nei confronti del mio stile di vita che aveva sempre cercato di nascondere. D’altra parte non posso biasimarlo: avere un figlio che campa di sogni non credo sia il massimo dell’orgoglio per un padre.   “Simone, dove pensi di andare?” aveva chiesto mamma, più calma e comprensiva.   “Non lo so Ma’, vado a fare un giro…”   Dopo un’altra mezz’ora, dove non avevamo più discusso molto, tutti persi nei nostri pensieri, avevo salutato i miei genitori: papà alla fine mi aveva stretto la mano con forza, gesto il cui significato solo io potevo comprendere a fondo e che apprezzai tantissimo; mamma mi baciò e mi disse – un classico! – di stare attento.   Uscii di casa e mi diressi alla fermata dell’autobus…
 P.S: Nel caso voleste mandarmi un messaggino o fare due chiacchiere, vi ricordo il mio numero di cellulare: 328 3783357. Ma senza esagerare...