
Loredana Biffo 03 Febbraio, 2011
Il 1 febbraio, è stato pubblicato un articolo sulla testata “Pordenone oggi”, scritto da un'insegnante (anonima), la quale sostiene che il declino della scuola sia aggravato, se non determinato dall'approvazione della legge ministeriale 170 per la tutela del diritto allo studio dei soggetti dislessici, disgrafici e discalculici, che rientrano sotto la denominazione di Dsa (disturbi dell'apprendimento).
Secondo l'anonima “esperta”, l'approvazione di questa legge, sarebbe la causa ultima dell'inesorabile declino della scuola pubblica, complici i neuropsichiatri, gli psicologi e ancor più le famiglie, che a suo dire, sarebbero una banda di genitori irresponsabili e poco attenti all'educazione e all'istruzione dei figli portatori di Dsa, e ben felici che i ragazzi vengano promossi nonostante siano nullafacenti (sic!).
A suo dire, bisognerebbe tornare ai metodi pedagogici di Don Milani, che recuperava in modo eccellente anche gli “stupidi incapaci di apprendere”, in quei bei tempi lontani, in cui non imperversavano teorie scientifiche di dubbia serietà (sempre secondo la signora), e tutto si basava su metodi “naturalistici” a suo dire molto più attendibili.
L'estrosa articolista (nonché insegnante), pare abbia una mentalità da dibattito anti-positivista tardo ottocentesca, che ritiene la scienza un pericolo per l'umanità, infatti dice che:
“Perchè dobbiamo dare credito a teorie psichiatriche fallimentari che stanno buttando nello sconforto alunni e genitori e non recuperare gli insegnamenti e l'esperienza dei grandi pedagogisti? Perchè un gruppo di psichiatri ha deciso a tavolino che gli studenti che in seconda elementare devono saper leggere senza errori, devono saper scrivere correttamente e fare calcoli, come prestabilito nei loro protocolli?
Hanno stabilito che gli alunni che sono fuori dai loro parametri, sono dislessici, affetti da disturbi specifici dell'apprendimento, sono disabili e non impareranno mai. Teorie scientifiche che farebbero inorridire Galilei. Io per fortuna appartengo a quella generazione che aveva il diritto di commettere errori che l'insegnante segnava in rosso, senza che nessuno mettesse in dubbio la mia sanità mentale portandomi dal neuropsichiatra.”Bene, a fronte di tutto ciò, in qualità di Responsabile Agiad nel Comune di Torino (Associazione genitori e insegnanti amici della dislessia), mi sento in dovere di chiarire alcuni concetti dai quali non si può prescindere, soprattutto perchè sostenendo tali eresie, si dà un'informazione sbagliata, viziata dal pregiudizio.
Ritengo che le parole dell'autrice di quell'articolo, siano la dimostrazione dell'assoluta non conoscenza del Dsa da parte del sistema scolastico, potremmo definirla “ignoranza specifica”, certamente questo è dovuto al fatto che non è mai stata fatta formazione specifica agli insegnanti, sia perchè di disturbi dell'apprendimento si parla da poco tempo.
Superfluo fare commenti sugli ultimi tagli voluti dalla Gelmini, è evidente la gravità della cosa, visto che non si sono tagliati drasticamente le cattedre di sostegno agli handicap, figuriamoci se si potranno mettere in atto metodologie didattiche specifiche e adatte a dislessici e disgrafici, che handicap non sono.
Si, perchè quello che si evince dall'articolo, è che la signora, fa molta confusione tra le due cose, deve essere chiaro che dislessia e disgrafia, “non sono un handicap”, si tratta di soggetti con quozienti intellettivi nella norma, e spesso superiori alla norma, pertanto non essendoci un deficit cognitivo, non rientrano nella sfera dell'handicap. Quello di cui necessitano, è una messa in opera di “metodologie didattiche personalizzate”, difficilmente conciliabili con la rigidità dei tempi della didattica tradizionale, svolta perlopiù in classi troppo numerose.
Infatti le loro difficoltà, si manifestano spesso attraverso la lentezza nella lettura, disordine nella scrittura e difficoltà nel calcolo, il che è causa di uno scarso rendimento, perchè concentrandosi sul gesto grafico-motorio, o sulla lettura, tendono a “perdere i contenuti” di quanto studiano.
Si è visto che lavorando più sull'ascolto, dandogli mappe concettuali nelle verifiche, facendogli usare il computer, la calcolatrice, concedendogli tempi più lunghi negli elaborati scritti, e prediligendo le verifiche orali, questi soggetti migliorano esponenzialmente le loro prestazioni. Il che li aiuta a riacquistare autostima, a combattere un aspetto psicologico grave, definito “senso di incapacità acquisita”, che li conduce in breve tempo a stati depressivi, disturbi del comportamento e disturbi alimentari, e nella stragrande maggioranza dei casi, all'abbandono scolastico; vera “piaga” della scuola italiana.
Inoltre è utile precisare, che l'abbandono scolastico, è un vero e proprio problema sociale nel nostro paese, problema che abbiamo da decenni, mentre in paesi come la Svezia, è praticamente a zero, e non certo perchè lì non esistano i Dsa.
Questo è un dato di fatto di cui il sistema scolastico dovrebbe tenere conto, altro che dare la responsabilità alla legge 170, che per quanto possa essere “perfettibile”, è un primo passo per il “diritto allo studio”, esattamente come lo è stata la legge Basaglia per i “diritti umani”, due concetti assolutamente interdipendenti, perchè senza formazione, non esistono diritti.
Il punto è che in Italia, si è verificato spesso che ci sia stata la capacità di produrre leggi avanzate che in tutto il mondo ci hanno invidiato (vedi la legge Basaglia), ma ne è seguita sempre un' incapacità del sistema di applicarle e valorizzarle. Probabilmente perchè il gattopardismo di cui il nostro paese soffre da tempi remoti, fa si che in seguito a buone idee, vi siano poi interessi forti che ne impediscono la messa in pratica. Per quanto riguarda la legge sulla dislessia, l'ossimoro sta nel produrre una buona legge che dovrebbe far fare un salto di qualità alla scuola pubblica, ma nel contempo si prosciugano le casse del sistema scolastico, il che impedirà una vera applicazione della legge.
A tal proposito sarebbe certamente utile fare una riflessione sulla proposta di far fare lo screening dei Dsa agli insegnanti, che non avendo una formazione specifica (l'articolo citato dimostra la confusione che vige in materia), sarebbero investiti di un onere che vivrebbero come un “carico in più”, con le immaginabili conseguenze.
A farne le spese, sarebbero poi i ragazzi e le famiglie, che troppo spesso navigano al buio nel tentativo di aiutare i figli anche rispetto ai problemi psicologici (non di poco conto) sopracitati; e in ultimo il danno economico spesso sottovalutato dalla scuola, che queste famiglie hanno per riparare ai danni, nonché un drenaggio di soldi in ripetizioni private che rispettino i loro tempi di esecuzione, salvo poi veder tutto disfatto a scuola durante verifiche che non tengono conto delle misure compensative e dispensative necessarie a questi bambini, lo ripeto, intelligentissimi.
Dunque era necessario e urgente varare una legge che riconoscesse il problema, che superasse la debolezza delle circolari con le quali finora era stato affrontato, con il risultato di delegarlo interamente alla discrezionalità delle scuole e alla buona volontà degli insegnanti.
Con le norme previste nella legge appena approvata viene rafforzato il diritto all'istruzione a successo formativo, ad avere pari opportunità attraverso una flessibilità didattica, che è finalizzata a favorire l'apprendimento, l'autostima, ed evitare che le difficoltà legate alla dislessia e disgrafia, mettano i bambini in condizioni di svantaggio col rischio di frustrazioni che sviluppano ansia, e depressione.
Questo in nome del “principio di egualglianza”, che si applica proprio rispettando le differenze, mettendo i bambini allo stesso livello si, ai posti di partenza, ma soprattutto, sostenendoli durante il percorso, che non può essere discriminatorio, perchè quando la differenza fa paura, la normalità uccide.
FONTE:politicamentecorretto
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