NAPOLI – Un calvario per far valere i diritti allo studio e alla salute del figlio quindicenne. La storia è quella di Irene R. e della sua famiglia, che da un giorno all’altro si è vista sprofondare a causa di un problema tanto comune quanto sottovalutato, la dislessia. «Lo scorso anno – racconta la madre – ci siamo resi conto che nostro figlio è affetto da una forma di questa sindrome. Lo abbiamo scoperto solo alla fine della terza media e non credevamo che potesse cambiare così la nostra vita». Diagnosticata la sindrome, infatti, i genitori di Marco (nome di fantasia) sono stati costretti a fare i conti con una burocrazia farraginosa e incerta, e con le condizioni disastrate della sanità pubblica. «Per poter far si che la scuola, un liceo napoletano, riconoscesse il problema – continua la donna – abbiamo dovuto ottenere dalla Asl una certificazione specifica. Niente di strano se non fossero serviti cinque mesi, vissuti con Marco tra attese di ore in uffici e presidi sanitari fatiscenti e tra ripetute umiliazioni». Tempi che naturalmente non hanno consentito di predisporre da subito un piano personalizzato che consentisse al ragazzo di affrontare con profitto il primo anno alle superiori. «Addirittura – incalza la mamma, ricordando il periodo delle visite – mio figlio si è sentito rimproverare da un medico che proprio non comprendeva perché mai il ragazzo avesse scelto un liceo scientifico e non qualcosa di più facile. Evidentemente, per quel medico, un ragazzo dislessico dovrebbe volare basso con le proprie ambizioni». Così, per sopperire alle carenze pubbliche, l’unica soluzione è stata quella di rivolgersi al privato. Un percorso praticamente obbligato che in circa otto mesi è costato alla famiglia circa 10mila euro tra visite specialistiche, lezioni private e doposcuola. «Soffrire di una forma di dislessia – spiega Francesco Bianco, dell’associazione napoletana Ipertesto-, in una regione come la nostra equivale spesso ad una condanna all’emarginazione. Le Asl denunciano situazioni economiche disastrate, la scuola non ha le risorse, e spesso neanche le competenze, per disporre piani personalizzati. Nel nostro piccolo abbiamo costituito un gruppo di auto e mutuo aiuto per cercare di fornire alle famiglie le informazioni essenziali. Esistono leggi che vanno rispettate e i genitori devono conoscerle per pretendere il rispetto dei diritti dei figli». Non certo dei migliori anche l’approccio con i docenti che da subito, stando al racconto del genitore: «hanno mostrato nei fatti scarsa conoscenza del problema». Ed è stavolta il papà di Marco a parlare di un trattamento non proprio idoneo. «Nonostante la certificazione della Asl dispensasse, mio figlio in più occasioni è stato costretto a leggere ad alta voce davanti a tutta la classe. Provocando, come era facile intuire, un forte disagio per mio figlio. Per lui, inoltre, dovrebbero essere impiegati ausili compensativi e dispensativi che di fatto la scuola ha difficoltà anche solo a conoscere. Quando fa un compito scritto gli sono consentiti 30 minuti in più rispetto ai compagni, poi però il suo voto resta basso perché ‘ha avuto più tempo’. Mi chiedo che senso abbia una scuola così?. Trovo incredibile – conclude il genitore ¬- che durante tutto il suo percorso formativo, in scuole che pretendono di essere tra le migliori della città, nessuno sia mai stato capace anche solo di sospettare che qualcosa non andasse. Scuole che in generale tendono a considerare questi ragazzi più che altro un problema da accantonare e da eliminare, in modo da non appesantire la mole di lavoro dei docenti». FONTE:
CORRIEREDELLASERA