EduSphere - racconto arrabbiato in 6 puntate - cap. 3

Post n°32 pubblicato il 24 Novembre 2012 da duetalleri
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EduSfere

Capitolo 3.  Novembre


E così andò avanti per un bel po’ di tempo, in modo tutto sommato tranquillo anche se ai primi di novembre Enrico aveva già preso l’abitudine di indossare la EduSfera anche a casa quando si trovava a dover preparare alcune lezioni importanti. “E’ per calarsi meglio nel ruolo” diceva per giustificarsi, davanti alla moglie e anche a se stesso. Non che fosse vietato usarla fuori da scuola, ovviamente, ma in effetti Enrico si sentiva un po’ in colpa tutte le volte. Non che cominciasse ad esserne dipendente però…a dirla tutta, si sentiva davvero un Professore solo quando era dentro alla sua EduSfera, ecco.

Il primo intoppo arrivò un grigio giovedì mattina.

“Hai forse spostato tu la EduSfera, Simona? Non riesco a trovarla…e poi lo sai che non saresti autorizzata a toccarla!”

“Ma caro, l’hai indossata qualche minuto fa, prima di andare a prendere la borsa…”

La sorpresa di Enrico durò solo una frazione di secondo, quindi il sistema di supporto neurale della EduSfera gli diede l’imput per una risposta a tono.

“Stasera mi piacerebbe mangiare qualcosa di speciale, perché non prepari il tuo famoso filetto al pepe verde? Ora vado che mi aspetta una lunga giornata e abbiamo pure i consigli di classe nel pomeriggio. A stasera!”

Fu così che cominciò l’incubo. Per Simona, ovviamente, perché per Enrico (scusate, il Professor Enrico) nulla era mai andato così bene. La vita gli dava grandi soddisfazioni e quando viveva nella sua Sfera nessun problema gli pareva mai insormontabile. Si sentiva ammirato e rispettato e le questioni che brillantemente affrontava gli sembravano riguardare il mondo intero. Non si era mai reso conto, prima di diventare professore, che il suo ruolo fosse di così vitale importanza per la società e per il progresso e che le persone intorno a lui pendessero dalle sue labbra. Del resto, era giusto che fosse così visto che tutti avevano idee e opinioni così sciatte, così inadeguate rispetto a quelle che ora venivano in mente a lui. Certo, quando usciva dalla sua EduSfera non era più così sicuro di tutto ciò…per questo tendeva a toglierla il meno possibile. A casa riusciva ancora a darsi un contegno, però si rendeva conto di dover stare più attento. Sua moglie certo non sarebbe stata contenta di sapere che si inventava corsi, convegni e riunioni inesistenti pur di rimandare il più possibile il momento del rientro a casa, in cui avrebbe dovuto togliersi quell’armatura che ora gli sembrava così preziosa e insostituibile. Non si perdonava il giorno (quel maledetto giovedì mattina) in cui si era distratto e non si era accorto di averla indossata con tanta naturalezza da non essersene neppure reso conto. Simona non era stupida, tra un po’ avrebbe cominciato ad insospettirsi ed intuire che qualcosa in lui era cambiato. Già, doveva decisamente stare più attento.

Così si tormentava il Professor Enrico che, in fin dei conti, da un lato godeva del suo nuovo status sociale e psicofisico e dall’altro continuava a voler bene alla sua compagna di vita, che così tanto aveva creduto in lui sostenendolo anche quando i problemi sembravano montagne. Ma passato ancora qualche giorno, di quali problemi si fosse trattato ormai non si rammentava più, così come gli sembrava sempre più irreale che in passato avesse avuto bisogno di aiuto e sostegno. No, sicuramente non era mai successo e, in ogni caso, non sarebbe successo mai più. La prima domenica di dicembre Simona ebbe la prima crisi isterica della sua vita.

...continua…

 
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EduSphere - racconto arrabbiato in 6 puntate - cap. 4

Post n°31 pubblicato il 24 Novembre 2012 da duetalleri
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EduSfere

Capitolo 4.  Il Professor Enrico


Faceva freddo, davvero freddo quella mattina. Quando il Professor Enrico uscì di casa una folata di vento gelido entrò in casa e fece danzare le tende. Come uno spettro entrò in camera da letto e svegliò Simona, che con un brivido si alzò di colpo a sedere, tutti i sensi all’erta. Qualcosa non andava, questo era certo.

“Enrico?”

L’orologio a cifre rosse indicava le 06:35, ma dov’era Enrico? Possibile fosse già in piedi, la domenica all’alba? E perché non rispondeva? Infilandosi al volo una vestaglia, Simona scese dal letto e corse in sala e quindi all’ingresso. Nessuna traccia del professore e, ahimé, neppure della EduSfera.

Senza perdere tempo a cambiarsi, Simona infilò sopra al pigiama una tuta felpata e uscì in fretta da casa. Non nevicava, ma il vento del nord era teso e grigio. Attraversò di corsa tutto il giardino e si fermò all’angolo dell’isolato. Si guardò un poi intorno e, non vedendo il marito, prese decisa in direzione della scuola. Più avanti camminava un uomo dritto e impettito, con passo tranquillo ma preciso. Assomigliava vagamente a Enrico, ma l’andamento non era si sicuro il suo. La giovane donna rimase incerta un attimo, poi si ricordò che il suo Enrico aveva preso con sé la EduSfera e questo cambiava tutto. Allungò il passo e lo raggiunse, affiancandoglisi. Il Professor Enrico camminava con lo sguardo fisso davanti a sé, ruminando chissà quali pensieri dotti e non si accorse minimamente di lei. Simona lo chiamò, dapprima piano, poi sempre più forte. L’uomo non diede alcun segno di averla vista né sentita anche se inconsciamente allungò leggermente il passo. Sempre camminandogli appresso Simona cercò di far dei segni per attrarre l’attenzione, resistendo a stento alla tentazione di afferrarlo per le spalle e scuoterlo dall’evidente stato di trance in cui si trovava. Ma non poteva permettersi di toccarlo in alcun modo, una EduSfera attivata non perdona. Corse allora in avanti, superandolo di alcuni metri, quindi gli si parò innanzi a braccia aperte, con gli occhi imploranti gonfi di pianto. “Enrico, ti prego…”

Il Professor Enrico si fermò di botto, posando uno sguardo inquisitore sulla figura che gli si era improvvisamente- e alquanto maleducatamente- parata davanti, poi lo sguardo gli si addolcì e disse:

“Buongiorno bella bambina, perché piangi? Non trovi la mamma?”

 

...continua…

 

 
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EduSphere - racconto arrabbiato in 6 puntate - cap. 5

Post n°30 pubblicato il 24 Novembre 2012 da duetalleri
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EduSfere

Capitolo 5. Angeli Custodi


Silvia lavorava al Pronto Soccorso da quasi dieci anni e, nonostante i commenti maligni dei colleghi, non si faceva scrupolo di fermarsi sempre un po’ oltre l’orario. Aveva fatto il turno di notte e stava smontando, ma fu lei a ricevere la telefonata del Professor Enrico, intuendo immediatamente la situazione. Senza perdere tempo fece partire l’ambulanza ma raccomandò al personale di essere gentili con la signora e di non eccedere con i sedativi. Avrebbe trovato poi lei un modo per tranquillizzare la ragazza, ah come la capiva! Prima però doveva chiamare rinforzi. Ancor prima che l’ambulanza fosse di ritorno aveva provveduto ad allertare la dolce Rosita e la buona vecchia Alma. “Oh povera cara” aveva detto quest’ultima al telefono, “avevo sentito l’urlo disperato dall’altra parte dei giardini pubblici, ma avevo tanto sperato che non fosse una delle nostre!”.

Simona arrivò all’ospedale in pieno stato confusionale e continuò a piangere anche mentre le infermiere l’aiutavano a scendere accompagnandola in una cameretta appartata, dove già l’attendevano le tre donne che con fare esperto presero in mano la situazione. Rosita la prese per mano e la invitò a sedersi sul letto, Silvia le porse una tazza di thè bollente e Alma attendeva tranquilla su una poltrona un po’ in disparte, con un grosso pacchetto appoggiato alle ginocchia. Simona, ancora sconvolta, lasciava fare. Bevve l’infuso aromatico e si distese. Non riusciva a mettere a fuoco chi fossero quelle donne che si stavano prendendo cura di lei, ma si lasciava confortare dal loro aspetto vagamente familiare e dal fare materno. Sotto l’effetto dei tranquillanti, sprofondò in un sonno breve, ma denso e senza sogni.

“Bentornata, Simona” la salutò allegra Rosita quando, passata un’oretta, vide la giovane riaprire gli occhi, “va meglio?”

Simona si sentiva in effetti meglio, per quanto stordita, ma poi si ricompose nella sua mente l’immagine degli occhi del marito che la fissavano vacui.

“Enrico!” esclamò alzandosi di scatto a sedere.

“Sta bene, sta bene” la rassicurò Alma, accostandosi, “anzi si può dire che il Professor Enrico stia benone!”.

“Conosce mio marito? Mi conosce?” fece Simona guardandola con più intensità. Ricadde poi sui cuscini, stordita. “A dire il vero mi sembra di conoscervi tutte ma non saprei proprio dire se è vero o no. Non capisco più nulla, è tutto così confuso.”

“Non ci siamo mai presentate ufficialmente, ma ci siamo incontrate alla festa di inizio anno scolastico. Forse non ti ricorderai di noi, ma sicuramente ti saranno stati presentati i nostri mariti…mi chiamo Alma e sono la moglie del Professor Giuseppe; lei invece è Rosita, moglie del Professor Oreste mentre Silvia, l’infermiera che ha ricevuto la telefonata al Pronto Soccorso, è la moglie del famoso Professor Aristide, il Preside.”

Simona non parlò subito, rimase in silenzio a riflettere. Solo in parte rallentato dai sedativi, il suo iperattivo cervello aveva ricominciato a funzionare alla velocità della luce, incrociando indizi e tessendo ipotesi.

“Ommioddio” sospirò alla fine “voi sapete”.

“Sì.”

“Mi aspettavate!”

“Sì.”

“E non avete fatto nulla! Prima che succedesse, intendo...” c’era della disperazione nella sua voce, e Alma le rispose solo dopo averle costretta a bere un’altra tazza di thè bollente.

“Sono quindici anni che mio marito è Professore, Simona. Quindici lunghi anni in cui, una volta indossata la EduSfera, non è stato mai in grado di riconoscermi come sua moglie a meno che non si restasse entro le mura di casa. Quindici lunghissimi anni in cui non ho smesso un minuto di pensare a come fare a distruggere quella maledetta cosa e riprendermi mio marito. E a come fare per impedire che altri aspiranti insegnanti ne fossero vittima.” Alma sospirò, assorta in una sua vana lotta interiore.

“Ci avete provato?” Suo malgrado, Simona non riusciva a non provare affetto e solidarietà per quel terzetto un po’ male assortito, apparentemente accomunato solo dalla professione dei reciproci coniugi.

“Oh, sì, eccome. E’ per questo che siamo qui. Per cercare di convincerti che è inutile provarci ancora.” Era stata Silvia a parlare, ma Rosita subito aggiunse:

“Ti sei mai chiesta perché molti Professori sono soli, per quanto a loro sembra non gliene importi granché? Pochi sono quelli che non hanno mai avuto una compagna eppure, poco dopo essere passati a ruolo, rimangono soli. Non sono poche le donne che non reggono la situazione e scappano, ma molte di più sono quelle che la situazione non l’hanno retta sul serio. E il Ministero tace….”

Simona faceva fatica a seguire il discorso, ma quel nome della giovane le ricordava qualcosa. Qualche tempo prima se ne era parlato sui giornali, di una Rosita moglie di un Professore…Guardò il bel viso dal sorriso triste e finalmente la riconobbe.

“Sì, sono io. Mi hanno fotografato in lungo e in largo tre anni fa, quando con mia sorella ci ribellammo e cercammo di distruggere la EduSfera di Oreste. Ci diedero delle pazze. Quello che non dissero i giornali fu che mia sorella non è più qui a raccontarlo.”

“Ma è orribile!”

“Lo è, eccome, ma la parte peggiore non l’hai ancora sentita” interloquì Alma. “Guarda qui!”

Così dicendo tolse dall’involucro di carta da imballo un grosso album di fotografie e lo porse a Simona.

“Il sistema di Autoproiezione Imago inganna anche le macchine fotografiche, quindi nemmeno dalle fotografie è possibile essere certi se una persona stia indossando la EduSfera o meno. Guarda però gli occhi delle persone…ecco, qui, questo è Oreste, il marito di Rosita, prima di iniziare l’insegnamento. Vedi? Ha uno sguardo allegro e vitale. Guarda qui, invece. Quel luccichìo metallico nello sguardo indica che la Sfera è attivata: non è più Oreste ma il Professor Oreste. Ora guarda attentamente quest’altra foto. E’ stata scattata cinque mesi dopo che la sorella di Rosita, con il suo sacrificio, aveva distrutto la EduSfera del cognato.”

Simona rabbrividì nell’incrociare sulla carta stampata quello stesso sguardo gelido e vacuo che aveva conosciuto qualche ora prima.

“Vedo che gliene hanno fornita una nuova, in sostituzione di quella inutilizzabile”.

“E invece no.”

 

...continua…

 
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EduSphere - racconto arrabbiato in 6 puntate - cap. 6

Post n°29 pubblicato il 24 Novembre 2012 da duetalleri
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EduSfere

Capitolo 6.  La Resistenza


“Come sarebbe a dire?”

“Una volta distrutta la EduSfera” raccontò Alma malinconicamente ”ad Oreste nessuno ne ha mai fornita una seconda. Sono strumenti costosi e il Ministero riesce a pagarne al massimo una per insegnante. La cosa triste è, come puoi vedere, che Oreste ormai non ne ha più bisogno. Non ha più la sua EduSfera ma è come se l’avesse ancora. E’ successo così anche a mio marito, al marito di Silvia e a tanti altri. Guarda, l’intero album è pieno di fotografie analoghe.”

“Ma non capisco...” Simona era sempre più confusa e impaurita.

Silvia si sedette sul letto e le passò un braccio intorno alle spalle.

“Ti aspettavamo, Simona, è vero. Ti aspettavo soprattutto io, che non a caso faccio più ore del dovuto al Pronto Soccorso. Aspettavo te e tante altre mogli di Neo Professori. Non ti aspettavo così presto, però. In genere la prima crisi arriva a Natale o tuttalpiù alle vacanze di Pasqua, qualche volta passa anche un anno. Il vero problema è che il sistema neurale della EduSfera agisce sulla psiche, ma non la stravolge del tutto. Non subito, almeno. E’ studiato per far leva sull’egocentrismo già presente in ognuno di noi, sull’istinto di predominio sugli altri. Tutti lo abbiamo, chi più chi meno, per questo la EduSfera funziona su tutti, con risultati però più stabili sulla popolazione maschile. Spiriti equilibrati resistono più a lungo, mentre caratteri ribelli o particolarmente insicuri non hanno invece grosse possibilità di difesa, nel senso che saranno essi stessi a ricercare sempre più la sensazione di potere che la Sfera instilla, diventandone dipendenti in brevissimo tempo”. Lanciò a Simona uno sguardo significativo, che abbassò il suo.

“Speravo non succedesse mai. E invece…avevo intuito che qualcosa stava cominciando a non andare per il verso giusto.”

“No, Simona, non è cominciato ora. Il vero cambiamento è cominciato ben prima. Dalla prima volta che ne ha indossata una, in genere al primo anno di Università. Anche se gli allievi non se ne rendono conto consciamente, tutto il successivo percorso formativo spesso si riduce ad una corsa ad imparare sempre di più e sempre più in fretta in modo da essere ammessi quanto prima all’insegnamento. E all’uso delle EduSfere.”

“Ma è terribile! Non può essere vero! Al mio Enrico piaceva sul serio insegnare!”

“Strano, vero?” sogghignò Alma, “E magari quando aveva la possibilità di illuminarti su qualche argomento che lui conosceva bene finiva per parlare per ore e dimenticarsi di tutto il resto?”

“Sì, ma…”

“E ti parlava come se il tuo parere fosse quello di una povera ignorante che doveva essere portata ad un livello superiore mediante il suo insegnamento?” incalzò Silvia.

“Sì, ma…”

“E, proprio lui in genere così mite, con lo stesso tono di superiorità ti parlava dei più disparati argomenti di cui lui avesse delle basi anche vaghe, inclusi quelli di cui tu hai una conoscenza decisamente superiore?” era stato il turno di Rosita ad infierire.

“Sì, è così” ammise finalmente Simona, sconfitta.

“Non essere triste, non è colpa né tua né sua. E’ colpa di quella stramaledetta macchina. Fin dalla prima attivazione ti mette qualcosa in testa di cui non ti puoi più liberare, e cresce. L’utilizzo continuativo delle EduSfere porta all’estremo il processo, ma esso progredisce anche da solo. In qualche anno il tuo Enrico si sarebbe ridotto né più né meno nelle stesse condizioni, fattene una ragione. Diciamo che è un effetto secondario dell’insegnamento. Per questo anche se una EduSfera và perduta, non ne viene fornita un'altra. Non serve, il cervello autoproduce autonomamente tutti gli stimoli di cui ha bisogno. Compreso quello di “vedere” una EduSfera che in effetti non c’è più e di continuare ad utilizzare un inesistente pulsante verde per entrare e un altrettanto inesistente pulsante azzurro per uscire.”

“Ma la sicurezza?”

“Intendi dire a scuola? Quale alunno mai oserebbe attaccare un insegnante che dovrebbe indossare una EduSfera, che con ogni probabilità la indossa sul serio e che, soprattutto, si comporta come se ce l’avesse davvero?”

Simona a quel punto capitolò sul serio. Il quadro si completava, rimaneva da chiarire il suo ruolo in tutto questo. O una via d’uscita.

“E io cosa posso fare?”, chiese con voce incerta.

Le tre donne si guardarono tra loro e fu Alma, come al solito, a prendere la parola.

“Puoi scappare e rifarti una vita lontano dalle scuole. Puoi lanciarti a morire contro la EduSferadi tuo marito come una falena impazzita. Puoi anche iscriverti all’Università se ti va. Due Professori nella stessa famiglia fanno fuoco e fiamme, ma riescono in genere a sopravviversi a vicenda. Alcune di noi l’hanno fatto…e naturalmente ora non sono più nel nostro piccolo Sindacato.”

“Oppure?” Simona si era alzata in piedi, quasi completamente tornata in sé. Guardò Alma dritto negli occhi, con aria di sfida.

Con sorpresa di Simona, le altre due tirarono un sospiro di sollievo.

“Oppure” fece Alma con un lampo di sincera allegria negli occhi “vieni con noi a bere un cappuccio ogni sabato mattina ed entri nel Sindacato delle Sopravviventi. Lezioni di autocontrollo tutti i lunedì ore 18 (tanto i maritini sono in Consiglio Docenti) e ogni quindici giorni alterniamo il Laboratorio di Dialettica Applicata con quello di Ascolto Selettivo. Assistenza psicologica e condivisione esperienziale continua, a richiesta. Ah sì, fino a Natale corsi intensivi di pronto soccorso psicologico, ci sono almeno altre tre “colleghe” a rischio quest’anno…Ma sì, non guardarmi con gli occhi così sbarrati, ci sono state tre altre assunzioni al Ministero oltre al tuo Enrico, no?”

“Ma…ma io con che coraggio posso tornare a casa oggi e stare ad aspettare un…un estraneo?”

“Mia cara, non è del tutto un estraneo. Il Professor Enrico nasconde ancora in sé una parte del tuo Enrico, ma per farla uscire devi far sì che lui abbia voglia di togliersi la EduSfera, reale o fittizia che sia, non appena rientra a casa. E non credo di dover stare a spiegare a te come fare, non credi? ” Alma lanciò un ultimo sguardo malizioso a Simona, prese il cappotto e fece per uscire.

“E ti consiglio di provarci subito, già stasera stessa. Uh, vedrai che ne avrai di cosette da raccontarci sabato prossimo…ti aspetto al Centrale, allora. Baci baci!”

 
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Maria & Enrica

Post n°28 pubblicato il 06 Ottobre 2012 da duetalleri
 
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Maria & Enrica


-Papà, papà, quando iniziamo il gioco?

In casa Bertani il sabato pomeriggio era riservato ad uno degli strani giochi che papà Luciano inventava per le sue due gemelline di quasi sei anni, Maria ed Enrica. Maria era sempre la più vivace e quella più pronta mentre Enrica era più poetica e riflessiva ed il loro babbo aveva sempre cura che nei giochi da lui escogitati entrambe potessero esprimere il meglio di sé. Spesso non c'era una vincitrice, oppure vincevano tutte e due, in ogni caso nessuna delle due vinceva né perdeva troppe volte di seguito.

Quel giorno Papà Luciano aveva preparato due pile di pacchettini di colori vivaci e ora, con l'aiuto di una bilancia da cucina su cui aveva appoggiato un canovaccio, stava pesando accuratamente i singoli oggetti annotandone poi i pesi su un piccolo notes, in due colonne distinte contraddistinte dai nomi delle due bimbe. Non che servisse sul serio essere così pignoli, anche perché gli oggetti di ogni pila erano esattamente identici anche se disposti in diverso ordine, ma fare un po' di scena contribuiva sempre ad aumentare la suspence.

-Ho quasi finito, Maria, vedi? - disse tirando una riga sotto le due colonne di numeri e facendo le somme: i due totali erano identici – intanto tu vai con Enrica a controllare il percorso, che sia pronto per benino.

Avevano infatti spostato tavolini, sedie e poltrone in modo da formare un passaggio tortuoso ma percorribile, con un po' di attenzione, anche da due bambine affiancate con le braccia cariche.

-Tutto a posto papà! – dissero in coro le due bimbe dopo aver fatto la prova correndo avanti e indietro - Siamo pronte!

Papà Luciano aveva intanto spostato le due pile di oggetti in terra, all'inizio del percorso.

-Benissimo, sono pronto anch'io. Allora, ecco il gioco di oggi: dovrete portare tutti questi pacchetti dall'altra parte della stanza, seguendo il percorso, senza mai senza farli cadere.

-Poi possiamo aprirli? Cosa c'è dentro?

-Ah, cosa c'è dentro credo lo sappiate...vi ho visto sbirciare! Comunque ve lo dico, dentro i pacchettini ci sono a volte dei libri, altre volte scatole con dentro qualche biscotto o altre cose di quelle che vi piacciono tanto e se arrivate al traguardo senza far cadere niente vi potete tenere il tutto. Ah sì, ci sono anche scatoline vuote, ma per poter tenere i regalini dovrete riuscire a portarle tutte insieme, anche quelle vuote.

-Tutte insieme? Ma sono tantissime! Non ce la faremo mai!

-Prima di dire che è impossibile bisogna almeno provarci, no? Comunque aspettate un attimo, che non ho ancora finito con le regole. Allora, il gioco consiste nel fare avanti e indietro il percorso senza far cadere le scatoline, ma cosa succede se ne cade una o se finiscono tutte per terra?

-Che la mamma si arrabbia e noi dobbiamo ripulire tutto...

-Ma no, sciocchina, ho cercato di mettere nelle scatole oggetti che non si rompono...e poi io so che siete due bimbe in gamba e riuscirete a non fare disastri. Se poi succede pulisco io, promesso. Dunque, se vi cade qualche scatolina la regola dice che si deve tornare indietro fino alla linea di partenza e ricominciare. Io mi metto dall'altra parte della stanza, se poi vedo che c'è qualche problema vedrò di darvi un aiutino. Pronte?

-Pronte!

-Allora viaaa!

Maria e Enrica cominciarono a riempirsi le braccia di pacchetti, ma quanti erano! A metterli uno sopra l'altro formavano una pila altissima e pericolante, a metterli di fianco scappavano via dalle manine. I primi tentativi finirono rovinosamente sul pavimento.

Che gioco bizzarro aveva inventato quella volta il papà, e faticoso! Sembrava più un lavoro che un gioco. Le due bimbe ogni tanto si guardavano perplesse per una frazione di secondo, poi la voglia di provarci e il profumo dei biscottini al cocco che usciva dalle scatole prendevano il sopravvento. Il papà intanto, dal fondo della stanza, continuava ad incitarle con allegria e il suo entusiasmo era contagioso come sempre.

-Forza piccole! Ce la potete fare! Dai che son qui che vi aspetto!

-Guardate! Ce l'ho fatta! - disse Maria che aveva messo in basso un grosso libro e ci aveva appoggiato sopra gli altri pacchetti, in due colonne.

-Aspettami, arrivo anch'io! -disse Enrica che aveva appoggiato tutti i libri in terra e stava spingendo in avanti il tutto servendosi di un pacchetto basso e largo – Vale spingerli così?

-No che non vale, Enrica, torna indietro! Però bella l'idea dello spazzaneve! Torna indietro anche tu, Maria, ho visto che ti è caduto un pacchettino dietro la poltrona...

-Uffa, papà, ma non si riesce proprio!

-Un altro tentativo, forza! Dai che siete sulla buona strada!

La seconda volta andò un po' meglio. Maria riuscì ad arrivare fin quasi alla fine, poi però c'era da passare sotto un tavolino e metà dei pacchetti le caddero di mano. Enrica ci impiegò un po' di più a partire perché aveva trovato il modo di incastrare i pacchettini in modo più stabile, ma anche lei non superò la prova del tavolino. Il papà si avvicinò e sbirciò sotto il tavolo: erano ancora tutte e due lì, circondate dai pacchetti colorati, con lo sguardo a metà tra il riso e il pianto.

-Allora, lo volete un aiutino?

-Sìììììì! Per favore! - Esclamarono entrambe, poi Maria aggiunse: -Io però ci ero quasi riuscita. Ed Enrica ha copiato.

-E allora? Tu hai trovato un sistema che funziona, se Enrica poi copia vuol dire che ha imparato anche lei, no? E comunque ha impilato i pacchi in modo diverso. Su, basta frignare, andiamo che vi dò una mano a riportare indietro tutto.

Dopo qualche minuto, separati i pacchetti di Maria da quelli di Enrica, ecco le due bambine nuovamente pronte alla linea di partenza.

-Allora, l'aiutino?

Il papà aveva tirato fuori una grossa scatola di cartone e la stava pesando.

-Ecco, l'aiutino è qui dentro e pesa circa 350 grammi, insomma un po' meno di mezzo chilo. Chi lo vuole deve portarlo fino all'arrivo insieme ai pacchetti. Allora, chi lo vuole?

-E se cade?

-Si ricomincia da capo come prima.

Enrica e Maria rimasero un po' in silenzio a pensare. C'era da fidarsi del babbo? A volte faceva degli scherzi un po' strani...Maria si decise per prima.

-Babbo, io non lo voglio l'aiutino, per me è una fregatura. Già faccio fatica con questi pesi! E poi ho capito come fare, mi metto in ginocchio così non devo abbassarmi per passare sotto il tavolo. Vedrai che riesco.

-Brava! E tu Enrica, hai deciso?

-Sì papà, se tu dici che mi può aiutare...

Papà Luciano le porse lo scatolone. Era un po' pesante, in effetti; quando ci guardò dentro, però, a Enrica scappò un risolino. Ne tirò fuori uno zainetto e velocemente cominciò a cacciarci dentro tutti i libri e i pacchetti. Ci stavano a pelo ma ci stavano tutti, quindi Enrica se lo infilò sulle spalle e cominciò a fare il suo percorso, quasi correndo. Superò senza difficoltà sedie e poltrone e raggiunse Maria che ormai aveva superato il tavolino, passandoci sotto in ginocchio.

-MA NON VALE! - Disse questa vedendo la sorella superarla ed era talmente stupita e arrabbiata che lasciò cadere in libri in terra, scoppiando a piangere.

Enrica era contenta di avere vinto con così tanta facilità e già aveva vuotato il contenuto dello zaino oltre la linea del traguardo. Stava per aprire il primo dei pacchetti quando alzò lo sguardo verso il papà che la osservava con attenzione, in silenzio.

-Dai, Maria, sbrigati- disse allora lanciando lo zaino alla sorella-questi biscotti devono essere buonissimi!

 
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