Ghoul
.La paziente in data 16/06/1998 è stata ricoverata in Day Hospital presso la divisione di Semeiotica e Chirurgia ambulatoriale. La diagnosi di ricovero è stata la seguente:Adenopatia Sovraclaveare e Laterocervicale dx e sx. Architettura linfonodale sospetta nelle regioni ascellari e inguinali dx e sx. In fase di accertamento l’interessamento linfonodale sopradiaframmatico con progressione in sede paraortica. Diagnosi di dimissione:Tumore maligno del tessuto Linfoide ed IstiocitarioLinfogranuloma di Hodgkin in IV stadio. Terapie eseguite in ricovero:In anestesia locale e previa incisione cutanea si esegue isolamento e asportazione del linfonodo in zona sovraclaveare dx. Completamento dell’emostasi. Ricostruzione per piani in Cutgut. Sutura cutanea. Informazioni cliniche:Decorso regolare. Terapie proposte:Ai colleghi di Oncologia medica per stadiazione e trattamento chemioterapico e/o radioterapico. ……………… Di uno sguardo distorto e cieco, di un ostinato e autobiografico inceppo. Non lamenterò il susseguirsi dei fatti, non è ciò che mi interessa. Né scoprire la posizione del famelico vedere altrui nell’offrire un bel pezzo di carne dalla stopposità mugolante, battuta e cotta. C’è ben altro che mi preme, ed è la cura. La cura della mia ripetizione, di una lieve e regolare reminiscenza andata, a cui chiedo di rimanere. L’iniziale abitudine, assenza di differenze, isolamento e mancanza di contatti. I ricordi si tramutano in un impulso elettrico che lambisce il cervello facendo scintillare quei circuiti dismessi dal tempo e l’illuminazione è fugace, istantanea e rumorosa come un flash, ma dura per poco, il tempo di tornare in quel buio, un buio ancora più buio e poi si rimane accecati. La stanza era disposta in verticale, esattamente di sei pareti incongruenti ma perfette. Bianca, di un bianco come la morte. Basta un istante e affondo i polpastrelli in quelli che potrebbero essere due occhi, quattro, sei o forse più, anche loro disposti senza un ordine preciso ma perfetto. Ho poco tempo per reagire, la fissità del mio volto inizia a sciogliersi e coagulare un espressione di mascherata indifferenza. Le fitte lancinanti ti occupano tutti i canali del dolore, e così ti ritrovi ad avere poco tempo da dedicare alla scena. Una scena che sgorga dal rifiuto indiscriminato di sapere e non capire, e più sai e più non comprendi, dove pesi e contrappesi fanno a gara in funzione reciproca, cercando di non sbordare mai nella fatalità di un gesto, di una parola, di un aiuto. Non è più tempo per la resa dei conti, mi rimani sul vago di un rispetto, che sai esserti guadagnata. E non hai aggiunto oltre, quando avresti potuto ben farlo, dirmi cose sensate sull’apprendere dagli errori sui miei errori, ma il tempo è prezioso e certi discorsi sono vane dissipazioni. Allora spetta a me giustapporre i frammenti e coniugarne le voci, perché tu hai scomposto quel filo del tempo per ignorarlo, e intanto hai stretto i nodi come fossero incertezze, incertezze da impilare e racchiudere, e quello che per te era ieri, per me sarà sempre oggi. E allora spetta a me il gioco delle assonanze predittive, spetta a me svelare l’inevitabilità di un puro incidente di percorso, e della casualità di un semplice Perché. Questo mio Presente, legato dal tempo, perché da solo non mi basta. Che mi incide e lamenta con una piega sugli occhi che non muta espressione, aperta e richiusa, che nessuno può reclamare, o ascoltare. Un sussurro, da poggiare sul giaciglio che chiede la giusta cura, e mi trascina come un’onda d’urto e mi accende un lampo, un lampo che è già Passato.
Io ai morti non manco mai di fargli visita.