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Eggy's Psichedelic Breakfast

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VIII

Post n°8 pubblicato il 23 Novembre 2009 da EggyEskimo

 

Matilda

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Il sangue scendeva trasversalmente, delimitando il grande foro occipitale in una cresta scabra verso la linea nucale superiore, offrendo al pavimento la mia schiena nuda ed esposta, adagiata su un fianco. La pressione esercitata sui seni sfenoidali, mi procurava un respiro  irregolare, come se dormissi di un sonno fatto di incubi sepolti. Intanto sudavo, inchiodata ad una stretta non verbale, vischiosa, cruda e inspiegabilmente perfetta. Silenzio.

Inequivocabilmente instabile. Fu così che mi presentai. Il che potrebbe anche avere un suo fascino o essere irrimediabilmente scambiato per Carica d’Intensità Potenzialmente Toccante. Ne acquisivo magnetismo, ed era il mio sguardo, sorprendentemente drammatico, a farmi assumere quella nuova carica seduttiva. Cercai di pensare a qualcuno che dopo una grande tragedia ne era uscito migliorato, ma non mi venne in mente nessuno. Il mio alibi si faceva inappetente, ma la cosa mi fece sentire forte e gravida di una sovrumanità allo stesso tempo. Mi accorsi anche che dietro, alle mie spalle, le ombre di quei vecchi morti andavano riordinandosi e darmi più spazio di movimento, come fossero dotare di una personalità che normalmente non avrebbero avuto. Il quell’angolo del soffitto, dove avevo deciso di racchiudere parte dei miei malesseri, vidi più volte un mucchietto di muffa perforato e scrostato delle stesse dimensioni di un cuore umano. E’ tutto un po’ così, parole come sassi da calciare e una colata di cemento sui sentimenti, un po’ come un cumulo di detriti sui ricordi. Parlo in modo semplice e uso parole semplici, cucite alla meno peggio. Mia madre non rammenta ma rammenda, ripresi, facendosi carico della mia inabilità. Mi prende le mani e soppesa il danno, con una tenerezza un po’ melensa e legata da puri termini affettivi. Mio padre, lui no, lui sta bene e a volte no. Il medico mi ascolta con un’espressione priva di ogni deduzione e annota, e chiarisco sul Tempo, così immancabilmente effimero, che mi schiaccia, come se accellerasse ogni mia probabile percezione o induzione, ed io ho poco tempo, poco tempo per esprimermi, poco tempo per realizzare, poco tempo per Essere. I particolari erano sempre più vaghi e ciò mi faceva comodo, volevo evitare un giudizio disdicevole e resistere a quella pressione verbale che mi premeva in pieno petto. Andò avanti così, per circa due anni. Inquisizioni su inquisizioni personali per il puro piacere di non perdere quel fremito sul giaciglio di un crollo psichico e compassionevole. Mi dichiaravo lucida e mentivo, dettando quella perfezione umorale tipica di chi tende a nascondere sentimenti o esplosioni di rigetto. Sapevo che quella confessione era lì, racchiusa tra quattro mura fatte di carne e ossa. L’indicibile utero a cui facevo affidamento che mi cullava al suono di un vecchio carillon da preinfanzia ma di cui diffidavo, con la stessa e implacabile sofferenza con cui mi scuoteva il cranio, avanti e indietro, inesorabilmente, pur di negare e ancora negare, ciò a cui avevo assistito.

 

Raccontami una bella fiaba, e Io ti racconterò la mia.

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NB: L’immagine che accompagna il testo, intitolata “Matilda”, è una mia personale elaborazione grafica. La copia o la riproduzione anche parziale, non è consentita, se non con la mia espressa autorizzazione.

 

 

 
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