Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

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Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

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TRECENTO O SEICENTO PAROLE: FOSSERO PURE MILLE, SAREBBERO COMUNQUE POCHE…

Post n°377 pubblicato il 10 Maggio 2025 da ElettrikaPsike
 

 

Si legge su più testate - alcune più attendibili ed accurate, altre meno - e poi, confusamente, a rimorchio anche sui social, che lo psicoanalista, filosofo e sociologo (ma non linguista) Umberto Galimberti, avrebbe sostenuto che gli adolescenti italiani di oggi possiedono un lessico di poche centinaia di parole.

In realtà, la cosa è del tutto inverosimile perché sappiamo bene che, in media, già un bambino di tre anni arriva a conoscerne più del doppio. Per affrontare un linguaggio "normale" dovremmo avere un piccolo bagaglio di almeno 7.500 parole e con poche centinaia non potremmo neppure balbettare con un infante.

Premesso questo, però, tanto che Galimberti abbia utilizzato o meno un'iperbole, resta il fatto che nella sostanza ha comunque ragione. Non è un mistero che stiamo diventando tutti realmente orfani di un lessico prospero e, aggiungo, non è nemmeno un segreto che, grazie all'ignoranza, si stia diventando anche un tantino "handicappati emotivi”. Ma la responsabilità è nostra.

Platone sosteneva senza mezzi termini che se gli ateniesi non fossero stati abbastanza istruiti, nessun tipo di educazione sarebbe stata davvero praticabile, pertanto finché non ci fosse stata una effettiva formazione sarebbe stato meglio che venissero regolati dal governo dei "migliori" (ἀριστοκρατία) vale a dire tutti coloro che - al di là dei privilegi dettati dalla nascita e dalla ricchezza - erano ritenuti superiori per virtù, capacità e valore. Oggi è vistosamente il contrario. E, per quante possano effettivamente essere le parole conosciute da un ragazzo nel 2025, sono comunque poche.

Galimberti ha ragione anche sul fatto che esiste una cosa fantastica chiamata letteratura. Difatti è da essa che tutto parte e s'impara.

Morte, vita, amore e dolore, gioia, malinconia; ma anche noia, etica ed estetica, erotismo e misticismo. Tutto. Eppure, la letteratura è stata messa in un angolo e trascurata.

Va bene, mi verrebbe da dire a chi la reputa inutile, credendo di potersi occupare puramente di discipline ben più pragmatiche e apparentemente funzionali, pensando stoltamente che queste possano prescindere da essa. Allora fatelo, trascuratela; ma poi non lamentatevi se siete disarmati e impotenti, aggressivi e sciocchi, inebetiti e vuoti, banali e prevedibili, mediocri e volgari, inutilmente fastidiosi e ridicolmente provocatori.

E non lamentatevi nemmeno se per questo la gente vi evita.

È una vostra libera scelta.

La letteratura salva, un ambiente linguisticamente impoverito affossa. E in un contesto deprivato di stimoli linguistici, inevitabilmente, ci si abitua anche a pensare poco e male, perché il pensiero si struttura proprio attraverso le parole.

Un tempo si leggeva per noia, per curiosità, per immaginare; ma se oggi i ragazzini vengono esposti prevalentemente (e precocemente) ad immagini, reels, contenuti brevi, frasi spezzate, emoticon, emoji (et similia) e se il fatto stesso di parlare in modo preciso viene guardato con sospetto o lo scrivere con proprietà viene scambiato per ostentazione, di chi è la responsabilità?

In un film "horror" di qualche anno fa, Vivarium, ambientato in un contesto immobile e solo apparentemente perfetto come un quadro di Magritte, una coppia disperata e in trappola alleva un piccolo mostro.

Ma il punto reale della storia è: era già un mostro o semplicemente lo è diventato di riflesso al suo ambiente e per come è stato educato?

Se neppure si richiede ai ragazzi d'imparare a scrivere con accuratezza e si tollera bonariamente qualsiasi nefandezza - banalità, errori logici e grammaticali, scarsità linguistica - in un tacito elogio alla pochezza ed è proprio la scuola stessa a smettere di correggere chi dovrebbe erudire nel timore di “mortificarlo", preferendo abbandonarlo al suo analfabetismo funzionale senza troppi rimorsi, che cosa si può pretendere?

Se per comunicare “ci 6?”, “ok”, “lol”, “like” non servono neppure 300 parole, perché mai la cultura dovrebbe avere ancora un senso per un bambino o per un adolescente? Come possono conoscere il valore di un linguaggio, se nessuno si preoccupa di insegnarglielo?

I ragazzi non sono stupidi mostriciattoli, a meno che non siano gli adulti a volerli plasmare come tali. E se offriamo loro una cultura composta da 600 parole scarse, li stiamo obbligando a vivere, a porte chiuse, in una stanza senza finestre.

Ed allora i veri mostri siamo noi.

 

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Commenti al Post:
misteropagano
misteropagano il 10/05/25 alle 08:57 via WEB
Bravissima, cara amica mia da sempre, testo super, ne concordo ogni virgola con un punto e virgola di precisazione da quel:" Cos'è STREGHE HOPPER?))))) SIIIIII ;-)Ideato io con l'IA ad immagini..."- del precedente post_Er
Ecco, l'immagine che è linguaggio anche essa. L'Arte non è deputata solo alla narrazione dell'immaginario, all'emersione di un inconscio che si struttura, dell'uso di un bene quantistico - cioè di un patrimonio di punti di vista -, ma uno strumento di pensiero critico e in ciò, l'esercizio al pensiero e alla parola. Non può essere diversamente.
Baci, in questo saluto una parola sola:baci baciM^
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 15:19 via WEB
Perché mette in crisi l'immaginario e l'inconscio, li fa pensare, mettendo in pratica la filosofia...Un bacio mist e dopo passo con l'invito per te...
 
rteo1
rteo1 il 11/05/25 alle 10:57 via WEB
<<...il pensiero si struttura proprio attraverso le parole.>>. Questo mi sembra il "nucleo" del discorso. Si riprende, così, il tema del "valore" delle parole. Nel precedente post sono stati richiamati diversi piani culturali e scientifici che hanno esaltato o minimizzato il ruolo delle parole. E' evidente, da ciò, che non esista una idea comune, che sia universale, da tutti condivisa e accettata, sul "valore" delle parole nella vita della specie umana. Certamente le parole, che hanno riempito i vocabolari, di tutte le lingue, costituiscono una evoluzione culturale della specie. Ma fin dove può spingersi "l'evoluzione" se la stessa si dissoci dal ciclo naturale ? in altri termini, il ciclo biologico può essere messo da parte, sostituito, da quello "culturale" ? E allora è quest'ultimo che alla fine prevarrà ?Io penso che la "cultura" (e quindi le "parole") non possa che essere strumentale, ancillare, rispetto all'evoluzione della specie umana. Non serve, perciò, angosciarsi nè inebriarsi per come e quanto la "cultura" (e le "parole") si accresca, si ampli, oppure si ridimensioni, perchè anche la "cultura" (e le "parole") soggiace all'eterno ciclo della natura. E così anche le civiltà, che nascono, si sviluppano e poi si eclissano. E per fortuna ! Pensate agli Ittiti, agli Assiro-Babilonesi, ai Fenici, ai Cartaginesi, agli Egizi, ai Greci, ai Romani... e ora agli Americani... Forse la "grandezza" del "Disegno" sta proprio nel "ciclo". Peccato, però, che nessuno se ne accorga e così si continuano a sterminare bambini e popoli inermi per accrescere una potenza statale che è destinata a tramontare.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:20 via WEB
Rteo è un peccato che io riesca sempre a rispondere così tardi ai commenti a causa di lunghe assenze, ma quello che scrivi merita una parentesi a sè. Tu dici "Non serve, perciò, angosciarsi nè inebriarsi per come e quanto la "cultura" (e le "parole") si accresca, si ampli, oppure si ridimensioni, perchè anche la "cultura" (e le "parole") soggiace all'eterno ciclo della natura. E così anche le civiltà, che nascono, si sviluppano e poi si eclissano". La parola per me è il nome originario, ousia vibratoria, cioè struttura ontologica e generativa della cosa stessa, solo il nome successivo è etichetta linguistica convenzionale. La tua concezione che la cultura sia “strumentale” e soggetta al ciclo naturale si colloca interamente in una sfera post-originaria, quella in cui il linguaggio è già decaduto a codice e la cultura è un prodotto umano secondario. In quest'ottica e contesto, hai ragione, è vero che le parole smettono di essere atti creatori e diventano oggetti, segni, funzioni sociali e, in quanto tali, tramontano insieme alle civiltà che le hanno generate; ma questo non riguarda e non tocca affatto il nome originario, che non soggiace ai cicli, perché non è prodotto dalla civiltà ma parte del campo originario del Logos, anteriore al tempo e alla storia. In sostanza è ciò che permane anche quando tutto il resto decade.  Il ciclo storico può spegnere le lingue, le scuole e le civiltà, ma non può intaccare l’essenza vibratoria e invisibile della parola. Ed è lì che si decide se l’essere  è ancora capace di creare o se è già morto nel linguaggio. Oltre a questo, anche se le civiltà seguono un corso di cicli, la qualità di quei cicli (e il modo in cui si vivono) dipende da quanto gli individui che ne fanno parte esercitano o abdicano alla propria responsabilità formativa. Il ciclo può essere inevitabile, ma ciò che lo rende fecondo o disastroso è il livello di coscienza di chi lo attraversa. Poi passiamo all'altro punto. Tu dici "Pensiamo agli Assiro-Babilonesi, ai Fenici, ai Cartaginesi, agli Egizi, ai Greci, ai Romani... e ora agli Americani. Forse la "grandezza" del "Disegno" sta proprio nel "ciclo". Peccato, però, che nessuno se ne accorga e così si continuano a sterminare bambini e popoli inermi per accrescere una potenza statale che è destinata a tramontare". Fermiamoci un attimo. Dici che tutte le civiltà, e con esse le parole e la cultura, seguono un ciclo naturale (nascono, crescono, decadono, quindi "non vale la pena angosciarsi) perché tutto questo è parte dell’ordine delle cose, ma subito dopo condanni il fatto che nonostante l'inevitabile ciclicità, si continui a commettere atrocità (stermini, guerre, soprusi) nel tentativo di incrementare potenze che sono comunque destinate a morire. Non capisco il tuo passaggio perché se davvero credi che il ciclo sia naturale e inevitabile, allora è implicito che nessuno se ne accorga. Secondo la tua tesi dovrebbe essere la prassi che non si impari nulla, che si perpetui la violenza. Se davvero credi nel ciclo naturale della decadenza, allora ogni devastazione e male è un passaggio, ma se lo denunci come evitabile e giustamente assurdo, allora non puoi più farlo restare all'interno di un fatalismo ciclico.
 
   
rteo1
rteo1 il 29/06/25 alle 20:55 via WEB
Ho letto con interesse le obiezioni sollevate verso il mio intervento. Tutte ovviamente stimolanti, alle quali spero di dare una qualche risposta, seppur brevi, non essendo facili i temi. A) Sul primo punto affermi: <<La parola per me è il nome originario, ousia vibratoria, cioè struttura ontologica e generativa della cosa stessa, solo il nome successivo è etichetta linguistica convenzionale>>. Per quanto penso di aver compreso dalle poche nozioni della fisica quantistica, le "vibrazioni", o "fluttuazioni" del vuoto quantico, sono la "base" da cui si origina il tutto. Tali "vibrazioni" possono certamente essere l'essenza della parola che si esprime con "l'ousia vibratoria", tuttavia non vi potrà mai essere alcuna certezza che "la parola" e non altro sia l'essenza dell'ousia vibratoria. In altri termini: Se Dio non gioca a dadi, come obiettò Bohr a Einstein, non vedo perchè lo stesso Dio debba "per forza" fare uso della "parola" (senza voler sminuire i credenti dei Libri sacri) nelle "vibrazioni". B) La seconda obiezione: <<Non capisco il tuo passaggio perché se davvero credi che il ciclo sia naturale e inevitabile, allora è implicito che nessuno se ne accorga. Se davvero credi nel ciclo naturale della decadenza, allora ogni devastazione e male è un passaggio, ma se lo denunci come evitabile e giustamente assurdo, allora non puoi più farlo restare all'interno di un fatalismo ciclico>>. Messo in questi termini sembra, indubbiamente, una contraddizione, la mia. In verità, intendevo dire proprio il contrario, ma forse non mi sono espresso in modo chiaro. Il mio pensiero era, ed è, questo, con un esempio concreto: Gli USA finiranno come impero, come tutti gli imperi che l'hanno preceduto. E' un ciclo naturale. E' vero. Ma questo dovrebbe indurre ad agire per il meglio e non per il peggio. L'ineluttabilità del ciclo deve farti capire che non potrai dominare in assoluto e per sempre tutti i popoli della terra. Prima o poi il tuo potere tramonterà. E allora, scegliere la strada della cooperazione anzichè quella della sopraffazione, della prevaricazione,degli stermini di massa, dei genocidi, comunque non impedirà il tramonto (ecco l'ineluttabilità del ciclo) ma di sicuro renderà migliori quei Popoli che subentreranno, perchè memori, anch'essi delle cose del mondo e della storia.
 
     
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 03/08/25 alle 02:40 via WEB
Grazie mille per la tua attenzione, intanto. E poi scusa per il ritardo con cui, ogni volta, rispondo ai commenti. Inizio con il punto A. rispondendoti subito che, infatti, no, non vi potrà mai essere alcuna certezza che unicamente "la parola" e non altro sia l'essenza dell'ousia vibratoria. Concordo. Semplicemente, laddove la fisica parla di oscillazioni di campo, io vi leggo, in chiave simbolica, il linguaggio primordiale dell’essere; ma non voglio attribuire una funzione linguistica a Dio, né ridurre l’ontologia alla semiotica, riconoscevo soltanto che la parola (in senso archetipico) può essere una figura del principio ordinatore, come per Eraclito o come nel "Fiat lux", per intenderci. Punto B.: Io ovviamente non posso che essere d’accordo sul fatto che - se dai per scontata una ciclicità storica – questa comunque dovrebbe spingere a scegliere consapevolmente almeno il come attraversare il declino, della serie se il tramonto è certo, tanto vale viverlo con dignità e lasciare in eredità un esempio diverso, quindi non quello della sopraffazione ma della responsabilità. Tu, in sostanza, dici che se non possiamo fermare l’entropia dei cicli storici, possiamo decidere se vogliamo attraversarli da carnefici, da complici oppure da esseri umani etici ed empatici e questo non è poco. Ciò che dico io, però, è che in questo modo si può comunque facilmente cadere in una forma, seppure raffinata, di disfattismo: si concede un valore morale all’azione, certo, ma solo per rendere più accettabile il fatto che non cambierà nulla. E a quel punto, non si sta forse addomesticando l’idea di tramonto, per evitare di assumersi la responsabilità di lottare davvero contro certe dinamiche? Cioè, in altri termini, o si crede che le cose possano essere diverse, oppure si prende atto che non possono. Io, evidentemente, non credo nella “inevitabilità” dei cicli. La storia ha tendenze, ricorrenze, persino schemi, ma non è un orologio cosmico. E soprattutto non è la storia a decidere, siamo noi. Ma questa, ovviamente, è solo una mia opinione.
 
woodenship
woodenship il 12/05/25 alle 00:03 via WEB
In definitiva non so chi siano i mostri o meno. Però penso che se gli esseri umani hanno perso il pelo, è perché non gli era più necessario per sopravvivere. Come anche la parola: l'intelligenza artificiale ce ne consegna a migliaia, senza il minimo sforzo. Dunque sembra che si vada in questa direzione: poche parole, lo stretto necessario per esprimere una comunicazione essenziale. Regressiva dal punto di vista intellettuale, ma evolutiva dal lato evolutivo. Del resto ognuno è figlio del proprio tempo. Ricordo un giorno in una delle mie tante vite. Volevo aiutare a studiare mio nipote: aveva una ricerca di geografia da fare. I computer c'erano già sebbene ancora ingombranti di stampanti, monitor e quant'altro. Gli dissi dai che cominciamo. Lui non aveva voglia e tirava per le lunghe dall'alto dei suoi 13 anni. Alla fine si è deciso: ha cliccato sull'argomento che gli interessava. L'ha copiato e stampato in due pagine. Ecco che la ricerca era bella che fatta. Avevi voglia a dirgli che non si fa così. Che avrebbe dovuto consultare più testi. Leggere e poi fare una sintesi curando la parte storica ed economica, oltre che quella fisica del paese in oggetto. Mi assicurò che andava bene così. Che l'avrebbe letta prima di andare a scuola. Alla fine si è laureato, ha fatto un master in Finlandia ed ha vissuto per un periodo in Nuova Zelanda. Ora è sempre alle prese coi numeri e le parole sono sempre meno. Evidentemente lui è uno di quelli che ha già fatto il salto evolutivo...un bacio scintillante di stelle parolaie.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:31 via WEB
Probabilmente si. O forse è semplicemente cresciuto ed è maturato, si è evoluto come uomo. Oppure ha capito che il suo destino non erano le parole; ma i numeri. Ad ognuno la propria pertinenza, no? Ma per scrivere - e fare poesia (ogni riferimento non è casuale, amico mio) - non esiste tempo che non richieda il rispetto e la conoscenza del linguaggio.
 
   
woodenship
woodenship il 01/07/25 alle 01:31 via WEB
Mi è capitato di leggere cose di gente quasi analfabeta. Gente che non sapeva nemmeno cosa fosse un linguaggio. Per quanto le parole usate fossero essenziali, comunque riuscivo a sentirci un pulsione poetica non comune. Evidentemente la poesia è qualcosa che va ben oltre il linguaggio. In definitiva non possiamo nemmeno dire che" rispetto e conoscenza del linguaggio" siano alla base della poesia. Certo a livello generale è possibile che le cose possano stare così. Ma, per quella che è l'esistenza del singolo, non sempre è in questo modo che si risolvono e cose.
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
Arwen71 il 10/06/25 alle 20:25 via WEB
Sottoscrivo ogni parola.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:31 via WEB
;-)
 
ravenback0
ravenback0 il 10/06/25 alle 20:29 via WEB
Ed è impressionante davvero il grado di analfabetismo funzionale a cui si è arrivati. Se sia una vittoria sul fatto che almeno ora ci siano meno analfabeti assoluti (da croce al posto della firma) non lo so ma certo è che l'istruzione si è accasciata nel preferire parametri aziendali e tecnici a letteratura e grammatica. Si siamo noi i mostri non c'è dubbio.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:33 via WEB
Si, la pseudo cultura di massa è anglofona e manageriale. Personalmente, terribile.
 
legrillonnoirdestael
legrillonnoirdestael il 13/06/25 alle 00:48 via WEB
Si è così non posso che confermare tristemente. Ricordo Vivarium e il tuo post al proposito Ele. Credo che la tua lettura sia ineccepibile e la cosa più preoccupante è che oltre a obbligare i ragazzi a restare rinchiusi in una stanzetta angusta senza finestre ci stiamo murando anche noi. Gli analfabeti funzionali sono tanti e quelli di ritorno forse anche di più.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:34 via WEB
E' vero. E quello è il destino più temuto...
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
ARGYRIA il 14/06/25 alle 15:26 via WEB
Ormai è tutto marketing ed economia aziendale e dell'arte e della cultura non frega un accidenti Ele a chi fa le riforme scolastiche. Pragmatismo e linguaggio per il lavoro stop. Triste ma vero.
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 28/06/25 alle 16:36 via WEB
Esattamente si, e con la tua solita pragmatica sintesi hai concluso degnamente il discorso. Grazie Argyria ;-)
 
ProvaProv4ta
ProvaProv4ta il 29/06/25 alle 11:37 via WEB
"""non esiste tempo che non richieda il rispetto e la conoscenza del linguaggio"""TOP
 
 
ElettrikaPsike
ElettrikaPsike il 03/08/25 alle 02:07 via WEB
Esatto, ed è una Prova(com)Prov4ta! ;-)
 
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