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EleP.
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Post n°381 pubblicato il 01 Novembre 2025 da ElettrikaPsike
Tag: 2000, 2025, anni 90, confronto periodi, giovinezza, immagine digitale, magia, The Closer, twilight
Non sto propriamente bene, sono molto stanca – l’affaticamento cronico e periodico, dovuto alla mia patologia, è puntualmente costante – e, giocoforza, anche le emozioni sono affaticate, a volte si rendono invisibili e non ho più la forza per andarle a cercare. Lascio che giochino a nascondino, consapevole che c’è stato un tempo in cui non lo avrei permesso. C’è di buono, però, che poi ad un certo punto si decidono a tornare a casa.
Qualche giorno fa, mentre ero orfana di suggestioni, ho sentito persone sconosciute dire qualcosa a proposito del fatto che gli anni Novanta e i primi del Duemila fossero stati più magici rispetto ai giorni d’oggi – evidentemente da loro percepiti come spenti e privi di entusiasmo in generale – e, nel ripensare a quel passato di pura “generazione Xennial”, in un balenio di vertigine, è ritornata la memoria emotiva. Mi ero chiesta anche io, e più volte, se potesse esserci un perché a questa convinzione e, al di là della considerazione meramente soggettiva dovuta al fatto che gli anni Novanta e i primi del 2000 sono stati “i miei anni” – quelli della mia adolescenza e prima giovinezza, quando ero una teenager e poi una ventenne – penso che la risposta abbia anche una sua legittimità più estrinseca. Non credo, infatti, che la magia degli anni ’90 e dei primi 2000 sia dovuta solo alla nostalgia, ma penso abbia anche basi socio-culturali e tecnologiche, se non propriamente economiche (o, perlomeno, non dal 2000 in poi). Quelli sono stati anni di transizione culturale e di libertà creativa in un periodo di forte sperimentazione. Internet e i social erano ancora, in un certo senso, agli albori e la comunicazione molto più lenta ed estremamente selettiva, pertanto ogni scoperta (indipendentemente dal fatto che si trattasse di un gruppo musicale, un videogioco o un sito web, tanto per fare qualche esempio) portava con sé un piacevole sapore di esclusività e di sorpresa. Non c’era la sequela martellante di contenuti immediati e auto-fagocitanti che oggi banalizza le parole e le emozioni. La percezione di novità e scoperta, autenticità ed unicità – in una parola, di pregio – era incommensurabilmente maggiore rispetto ad ora. Dopo la Guerra Fredda e la crisi degli anni ’80, l’Occidente aveva vissuto un periodo di relativa stabilità economica e di sostanziale crescita, con evidente possibilità di mobilità sociale e di sogni un minimo più raggiungibili, il che aveva rimandato colorati echi di entusiasmo per un futuro che appariva più aperto e seduttivo di opportunità concrete. Poi, tra crisi locali, recessioni e passaggio all’euro, nei primi anni del 2000 iniziò ad emergere una chiara instabilità economica e geopolitica. Il terrorismo internazionale – 11 settembre del 2001 – e le guerre successive, non ci offrirono certo scenari sereni o idilliaci e l’ansia era innegabilmente presente su scala globale (inoltre, la crescita economica era decisamente rallentata, tanto che la crisi del 2008 segnò un punto di rottura drammatico). D’altronde, ogni lettura degli eventi storici non può che contraddire l’esistenza di un’epoca totalmente quieta e fiduciosa. Eppure, in quel periodo, sebbene la serenità fosse parziale, relativa e relegata soprattutto all’impressione individuale dei singoli, la magia e il sentore di essere parte di un flusso incantevole c’erano davvero, offerte da un suggestivo mix, composto di novità culturali e limitata saturazione mediatica. Tutto era più intimo, segreto e romantico. I media tradizionali (televisione, radio, cinema) erano centralizzati e condividevano gli stessi riferimenti culturali, creando un senso – talvolta illusorio, talvolta meno – di partecipazione e meraviglia condivisa, mentre oggi l’iper-personalizzazione dei contenuti sui social sta frammentando quel tipo di esperienza collettiva, stravolgendo la sensazione di familiarità e vicinanza. C’era la convinzione di ballare e canticchiare tutti la stessa canzone, muoversi sulla stessa colonna sonora di un film, emozionarsi per una medesima trama o guardare semplicemente la stessa luna, a distanza. Senza fotografarla e soprattutto in silenzio, pensando segretamente a chi ci aveva fatto innamorare. Quegli anni non erano saturi di stimoli istantanei. Il tempo tra un evento e l’altro permetteva di metabolizzare e fantasticare. Il desiderio cresceva lentamente ed anche le risposte si dovevano cercare e costruire nel tempo, scoprendo gradualmente ogni mattoncino e conquistando con dedizione ogni tassello che ci permettesse di raggiungere una visione il più possibile globale. L’epoca digitale, al contrario, ha sostituito tutta quell’attesa con una gratificazione immediata e superficiale. Questo, era. Almeno presentando il quadro nel modo più imparziale possibile. Ma, in definitiva, forse la risposta è che, davvero, ognuno considera magico il periodo in cui ha vissuto il suo momento magico.
Cosa c’era, dunque, di magico per me? La mancanza di iper-connessione e il silenzio. Forse, in una sola parola, twilight. Il crepuscolo.
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Questo per dire che ognuno ha come termine di paragone l'età felice della gioventù. Dunque è chiaro che il presente risulterà sempre perdente. Infatti, quando mi ritrovo a parlare con gente che mi dice: ah non ricordo più la mia città, tutta sporca, la delinquenza... mi vedo costretto a chiedergli: ma quando mai questa età dell' oro? Negli anni '60 c'erano le bande criminzi. Che trasformavano le strade in circuiti sfrenati con sparatorie a gogò. Negli anni '70 oltre alla criminalità c'erano pure le lotte operaie, negli anni '80 l'eroina riempiva le strade di siringhe e disperati con furti come non mai... insomma, alla fine non è che una visione generazionale l'età dell'oro. Un bacio scintillante di stelle.
ps: spero che tu possa sentirti meglio in questi giorni un po' più miti. Mi pare che tu abbia accennato qualcosa circa la Fibromialgia, vero?
A parziale mio mezzo gaudio, comunque, credo che pochi siano consapevoli della magia del momento presente quando la si vive, è qualcosa che arriva sempre dopo, nel retrogusto di una madeleine ormai andata giù e che puoi riportare in bocca soltanto con rigurgiti di parole. Per questo è da tanto, ormai, che cerco di gustare l'attimo vivente in ogni sapore che porta con sé, benedicendolo quando arriva il dolce e tirando giù qualche santo quando capita l'amaro, ma sempre senza mai guardare troppo oltre.
Sai, streghetta, molti credono che il crepuscolo sia il momento che precede la notte, quello in cui il giorno non è più giorno, ma l'oscurità non è ancora scesa a rendere la terra tutta uguale; un magico portale attraverso il quale sgattaiolare via, una soglia che rende nulla la realtà materiale. In verità il crepuscolo è anche quel momento di buio non buio che si lascia la notte alla spalle un istante prima dell'alba.
Crepuscolo è una soglia tra due mondi, una sottile frattura lungo la quale tutto è possibile, esattamente come l'attimo presente, minuscolo istante incastrato tra la magia malinconica del passato e le possibili fantasmagorie del futuro... e allora io "a settant'anni pianterò ulivi" non perché l'eterno argento delle loro foglie sia testimone di giorni remoti, né per la promessa d'oro dei loro frutti maturi, ma per guardarli vivere oggi.
P.S. Ti sei resa conto che due degli ultimi tre post rimandano in qualche modo al tempo che fu?
Non sapevo che anche le streghe soffrissero di crisi di mezz'età :-)