Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

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Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

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ESSERI UMANI O VACCHE (DI HEGEL)?

 

Ogni singolo essere umano vivente (personalmente lo estendo anche agli animali, che non considero inferiori all'uomo e alla donna) merita pari opportunità, rispetto, dignità e tutela. E per affermarlo va riconosciuta una comunanza data da un'unica matrice: l'esistenza. Per questo ci si è appellati al principio di uguaglianza.

Peccato, però, che con il tempo l'uguaglianza sia stata abbondantemente travisata fino a diventare, paradossalmente, discriminatoria: perché, giusto per intenderci, se ci si aspetta che un uomo paraplegico si alzi in piedi in nome della similarità o che, in virtù della sacrosanta parità, faccia le scale come il fratello che cammina, non ci siamo molto.

E così, fin troppo spesso, anziché predisporre una norma che abolisca le barriere architettoniche a favore di chi, alla faccia del principio di uguaglianza, di fatto non è in grado di camminare, non solo non si tutela come merita la persona, ma non la si sta nemmeno rispettando per la sua legittima necessità individuale. Ed il suo diritto ad essere considerata diversa. 

Siamo tutti uguali, quindi? Si, nella misura in cui siamo tutti esseri umani. Ma abbiamo tutti le stesse esigenze? No. Affatto.

E non rispettare le singole particolarità e le peculiari disabilità, può diventare quanto di più spietatamente razzista, discriminatorio e storicamente nazista esista al mondo (la razza ariana promulgata dal folle con gli imbarazzanti baffetti, ve la ricordate?)

Ecco cosa accade nel perseguire ottusamente l'uniformità e l'indifferenzazione. Si arriva, senza accorgersene, al punto di sterminare chiunque non rientri nel "modello unico"...

Perchè rispettare la parità tra gli esseri vuol dire rispettare le differenti esigenze di ognuno. Mentali, emotive e psichiche (oltre che fisiche).

Alzi la mano chi pretende di far urinare una donna in piedi o chi vorrebbe far allattare un bambino al seno di suo padre. Probabilmente pochini. Però le domande erano piuttosto facili.

Vediamo, invece, chi alza la stessa mano perchè si aspetta (leggasi "pretende") che il proprio figlio diventi un affiliate manager e si sposi con la signorina Tizia Caia, coetanea, fertile e con 10 decimi d'italianità, invece di rispettare il suo desiderio di diventare maestro elementare (ops, di "scuola primaria") convivere con un signor Sempronio dai natali oscuri che il Natale nemmeno lo festeggia,  ha 15 anni in più ed una protesi al ginocchio. E che magari lo colpevolizzi (più o meno esplicitamente) per aver chiaramente scelto di non riprodursi, neppure per la gioia dei nonni.

Secondo me qualche mano in più al cielo si leva. Ed in alcuni casi anche entrambe le mani, anche oggi, anche in questa estate 2022. 

Non siamo uguali.

E per quanto tutti noi sappiamo molto bene che un arcobaleno include più spettri di colore, alcune sfumature si temono come fantasmi.

I fiori sono tutti fiori, lo sappiamo, nonostante Margherita e Viola non siano Narciso. Però, di fatto, l'ovvio non fa una piega solo quando ci fa constatare la singolare eccezionalità delle infiorescenze. Eppure è strano, a pensarci bene, perchè tutta la nostra uguaglianza consiste nell'essere diversamente unici.

Nonostante l'ovvietà, però, qualsiasi giardino variopinto risulta ricco e affascinante solo se variegato di petali; ma non accade lo stesso quando si tratta di esseri umani.

D'altro canto, è anche altrettanto evidente il motivo, dal momento che ogni emarginazione nasce proprio dalla paura della conoscenza.

La discordanza porta con sè l'ansia dell'impareggiabilità e l'uomo insicuro o incattivito (leggasi "in cattività") preferisce sempre vivere in un villaggio di timbri da discount piuttosto che riconoscersi unico. Fa paura il confronto. E l'insicuro non è un animale idoneo per l'agonismo sportivo. Non si mette in gioco. Al limite tifa, in poltrona o allo stadio. Passivo o aggressivo, o entrambi, ma sempre vigliaccamente in mutande. 

Occhio, quindi, a far diventare l'uguaglianza una penalizzazione anzichè l'agevolazione. Ed attenzione a non trasformare il diritto all'unicitá in una ghettizzazione. Perchè in un mondo di individualità si dovrebbe esaltare la bellezza dell'eclettismo per garantire la giustizia e per eliminare il sospetto emarginante.

Non è abolendo la storia di come sia nata la letteratura italiana nel 1200 o sacrificando la mitologia Bantu dell'Africa subsahariana che azzereremo le differenze discriminatorie. Ma, piuttosto, nel darci la possibilità di comprendere i kaidan nella cultura giapponese o di conoscere l'arte turca ed islamica accanto a Michelangelo e alla Land Art industriale. Perché, in caso contrario, finiremo semplicemente in un mondo sempre più emule del Kamikaze o del marito che si evira per punire la moglie infedele.   

"Tau tau" era il termine (onomatopeico) per descrivere, a Tahiti, l'usanza di bucare la pelle con un ago per produrre scritte e disegni; ma se il capitano Cook l'ha scoperta approdando sull'isola nel XVIII secolo dopo Cristo, già nel 3300 prima di Cristo esistevano i tatuaggi. Non parlerei, quindi,  di una moda esattamente nuova o innovativa. Al limite potrei definirla ripetitiva, visto che è una consuetudine piuttosto anziana.

Ciononostante, non ci fu un posto per i tatuaggi nel mondo della moda fino a quando non venne presentata una collezione Tattoo Autunno-Inverno, nella New York nel 1971. E da allora sono diventati un'abitudine sempre più assidua al punto che oggi è sempre più difficile trovare un lembo di pelle, adolescente o matura, nuda o vestita, coperta da tailleur o da canottiere della salute, che sia esente da tatuaggi. Chi non li ha è l'eccezione. 

Perché, lo sappiamo, è solo la consuetudine che stabilisce cosa sia trasgressivo della regola.

Quindi credo sia molto più sensato educare ad una logica, ad un linguaggio e ad una visione che accolgano l'aspetto variegato e multiforme della natura umana come consuetudine, senza che ci si debba aspettare il modello univoco, anziché offrire un impoverito standard per azzerare le differenze che, di fatto, esistono. E non possono non esserci, a meno che non si voglia forgiare un allegro villaggio di dannati, tutti uguali e monotematici.

Ma, anche qui, educare non significa vestirci con i panni di Torquemada e impalare in pubblica piazza o sul web ogni fantasma di scorrettezza.

Perché accettare la varietà significa anche capire quando l'uguaglianza può diventare un fantasma piuttosto violento. E' proprio il suo fantasma, infatti, ad autorizzare il fanatico a buttare in lavatrice il bambino giudicato indemoniato. Ed è ancora il mito dell'uguaglianza a suggerire all'omofobo di aggredire chi non ha gusti eterosessuali. E' l'ideale di un'omogenea ed universale condizione di perfezione a guidare l'annoiato figlio di chissà quale padre a bruciare un clochard. Ed è quel fantasma a guardare e giudicare con gli occhi di un genitore che non accetta il figlio per come è.

La soluzione non è spegnere la luce. Ricordate Hegel e la notte in cui tutte le vacche sono indifferenziate?

Io amo i patchwork e la joie de vivre dei pennelli fauves, e così scelgo di pensare al mondo. Per questo non credo che l'omogeneità sia il solo mezzo per promuovere una parità di diritti. Credo, invece, alla libertà che esalta l'eccezionale unicità nell'infiorescenza umana.

E, di certo, un "villaggio di dannati", dove tutti hanno la stessa voce, la stessa faccia e sono indistintamente uno il replicante dell'altro, non lo guardo neppure nei film horror.

 

 
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