ElettriKaMente
Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)
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Tutti i passanti sono gentilmente invitati a lasciare fuori da questo blog:
incontinenze di ogni genere e tipo,
pratiche onanistiche finalizzate alla pubblicazione
e manie persecutorie-vittimistiche,
grazie.
Anche se il blog é moderato, ogni intervento pervenuto viene pubblicato.
Qualora il vostro non risulti, invece, visibile tra gli altri è semplicemente perché, presentando tracce delle sopracitate (incontinenze, pratiche onanistiche o manie persecutorie-vittimistiche)
vergognandosi di se stesso e di chi l'ha messo al mondo, si è autoeliminato.
Capisco che il nome del blog potrebbe trarre in inganno, ma qui non troverete il supporto psichiatrico che andate cercando.
Cordialmente,
Elettrikamente,
EleP.
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Si legge su più testate - alcune più attendibili ed accurate, altre meno - e poi, confusamente, a rimorchio anche sui social, che lo psicoanalista, filosofo e sociologo (ma non linguista) Umberto Galimberti, avrebbe sostenuto che gli adolescenti italiani di oggi possiedono un lessico di poche centinaia di parole.
In realtà, la cosa è del tutto inverosimile perché sappiamo bene che, in media, già un bambino di tre anni arriva a conoscerne più del doppio. Per affrontare un linguaggio "normale" dovremmo avere un piccolo bagaglio di almeno 7.500 parole e con poche centinaia non potremmo neppure balbettare con un infante.
Premesso questo, però, tanto che Galimberti abbia utilizzato o meno un'iperbole, resta il fatto che nella sostanza ha comunque ragione. Non è un mistero che stiamo diventando tutti realmente orfani di un lessico prospero e, aggiungo, non è nemmeno un segreto che, grazie all'ignoranza, si stia diventando anche un tantino "handicappati emotivi”. Ma la responsabilità è nostra.
Platone sosteneva senza mezzi termini che se gli ateniesi non fossero stati abbastanza istruiti, nessun tipo di educazione sarebbe stata davvero praticabile, pertanto finché non ci fosse stata una effettiva formazione sarebbe stato meglio che venissero regolati dal governo dei "migliori" (ἀριστοκρατία) vale a dire tutti coloro che - al di là dei privilegi dettati dalla nascita e dalla ricchezza - erano ritenuti superiori per virtù, capacità e valore. Oggi è vistosamente il contrario. E, per quante possano effettivamente essere le parole conosciute da un ragazzo nel 2025, sono comunque poche.
Galimberti ha ragione anche sul fatto che esiste una cosa fantastica chiamata letteratura. Difatti è da essa che tutto parte e s'impara.
Morte, vita, amore e dolore, gioia, malinconia; ma anche noia, etica ed estetica, erotismo e misticismo. Tutto. Eppure, la letteratura è stata messa in un angolo e trascurata.
Va bene, mi verrebbe da dire a chi la reputa inutile, credendo di potersi occupare puramente di discipline ben più pragmatiche e apparentemente funzionali, pensando stoltamente che queste possano prescindere da essa. Allora fatelo, trascuratela; ma poi non lamentatevi se siete disarmati e impotenti, aggressivi e sciocchi, inebetiti e vuoti, banali e prevedibili, mediocri e volgari, inutilmente fastidiosi e ridicolmente provocatori.
E non lamentatevi nemmeno se per questo la gente vi evita.
È una vostra libera scelta.
La letteratura salva, un ambiente linguisticamente impoverito affossa. E in un contesto deprivato di stimoli linguistici, inevitabilmente, ci si abitua anche a pensare poco e male, perché il pensiero si struttura proprio attraverso le parole.
Un tempo si leggeva per noia, per curiosità, per immaginare; ma se oggi i ragazzini vengono esposti prevalentemente (e precocemente) ad immagini, reels, contenuti brevi, frasi spezzate, emoticon, emoji (et similia) e se il fatto stesso di parlare in modo preciso viene guardato con sospetto o lo scrivere con proprietà viene scambiato per ostentazione, di chi è la responsabilità?
In un film "horror" di qualche anno fa, Vivarium, ambientato in un contesto immobile e solo apparentemente perfetto come un quadro di Magritte, una coppia disperata e in trappola alleva un piccolo mostro.
Ma il punto reale della storia è: era già un mostro o semplicemente lo è diventato di riflesso al suo ambiente e per come è stato educato?
Se neppure si richiede ai ragazzi d'imparare a scrivere con accuratezza e si tollera bonariamente qualsiasi nefandezza - banalità, errori logici e grammaticali, scarsità linguistica - in un tacito elogio alla pochezza ed è proprio la scuola stessa a smettere di correggere chi dovrebbe erudire nel timore di “mortificarlo", preferendo abbandonarlo al suo analfabetismo funzionale senza troppi rimorsi, che cosa si può pretendere?
Se per comunicare “ci 6?”, “ok”, “lol”, “like” non servono neppure 300 parole, perché mai la cultura dovrebbe avere ancora un senso per un bambino o per un adolescente? Come possono conoscere il valore di un linguaggio, se nessuno si preoccupa di insegnarglielo?
I ragazzi non sono stupidi mostriciattoli, a meno che non siano gli adulti a volerli plasmare come tali. E se offriamo loro una cultura composta da 600 parole scarse, li stiamo obbligando a vivere, a porte chiuse, in una stanza senza finestre.
Ed allora i veri mostri siamo noi.

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