Creato da ElettrikaPsike il 17/12/2012

ElettriKaMente

Dillo, bella strega...se lo sai, Adorabile strega…Dimmi, conosci l’irremissibile? (I fiori del male, C. Baudelaire)

 

 

UN'IMMAGINE OLTRE LO SPECCHIO

 

 

"L'immagine corporea è quel quadro del nostro corpo che formiamo nella mente. E come ogni quadro, nel guardarlo possiamo provare emozioni, sensazioni e possono emergere ricordi."

Paul Schilder (1935)


 

Commentando un post di woodenship che riguardava un argomento da me sempre indagato, vagliato e talvolta sviscerato da ogni sua possibile angolazione, qualche tempo fa scrissi che l'enigma psicologico del doppio allo specchio è un universo di spunti concatenati, ottimo per comprendere ogni cosa. Per conoscere noi stessi ma anche tutto ciò che empiricamente esiste in quel riflesso di noi che chiamiamo mondo. Un tema che è la chiave per accedere a molte insospettabili porte e sul quale, inevitabilmente, ho costruito buona parte (se non addirittura la gran parte) di ogni mia indagine interiore.

L'età non c'entra, o almeno non è una prerogativa assoluta, e neppure la mancanza oggettiva d'un aspetto armonioso e gradevole lo è, perchè il fenomeno del non riconoscere il proprio aspetto esteriore come realmente rappresentativo dell'anima che sentiamo di possedere - o, ugualmente, rappresentativo della summa di caratteri che compongono la nostra personalità - può manifestarsi indipendentemente dall'avvenenza dell'immagine percepita, e non è neppure maggiormente riscontrabile in presenza di evidenti malformazioni.

Può, infatti, invariabilmente capitare di non ritrovarsi nella propria immagine allo specchio da bambini, nel periodo dell'adolescenza, da giovani adulti oppure da anziani, ed è una condizione che può essere  sperimentata tanto da una creatura evidentemente bellissima quanto da un individuo effettivamente non aderente a nessun canone di beltà o proporzione fra le forme.

A dirla tutta, poi, credo sia una condizione almeno in piccola parte familiare a tutti, e questo in prima battuta perchè senza dubbio lo specchio è già, di per se stesso, il grande mentitore - ricordiamo Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carrol - ma anche perché se da un lato è già decisamente complicato mantenere un equilibrio tra la nostra personale attività percettiva (con tutto il suo mondo al seguito) e quella visiva senza rischiare di sovrapporle in modo scriteriato e senza farle divergere troppo, pensiamo soltanto quanto può essere ardua la paradossale azione che quotidianamente la nostra mente compie nel guardare l'involucro che la contiene - e che la vorrebbe rappresentare, portandola nel mondo in una forma visibile - convincendosi che non ci sia una soluzione di continuità tra il soggetto pensante e il soggetto/oggetto guardato, vale a dire tra il dentro ed il fuori.

Non è un lavoretto così lieve.

O, almeno, non lo è per chiunque si soffermi a pensare al significato dell'identità. E questo senza neppure andare a scomodare i veri e propri disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione o il cosiddetto dismorfismo psicologico.

Di fatto, penso che sia solo semplicemente umana questa percezione - più o meno ricorrente o più o meno recepita - di scollegamento dal proprio corpo e dai propri processi mentali. Un po' come se si stesse osservando dall'esterno quel nostro golem che sembra poter assumere, almeno in alcune circostanze, un’identità propriamente autonoma e a se stante.

Se ne è scritto e se ne potrebbe scrivere ancora all'infinito su questo argomento: saggi filosofici, trattati clinici, romanzi, novelle, opere teatrali, film e miti hanno, difatti, cercato di estinguere l'interesse verso questo processo, tentando di spiegarlo, legittimarlo e sublimarlo (pensiamo a Dorian Grey, al Gobbo di Notre Dame, a Narciso, a La Bella e la Bestia... e mi vengono anche in mente le parole di Agrado nel film Tutto su mia madre "...perché una persona è più autentica, quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa”); ma penso che sia uno di quei cronici quesiti che ancora per un po' non ci daranno tregua. O almeno fino a quando non si troverà il modo di allineare corpo e mente.

Ma non credo che la strada perché questo possa accadere potrà mai partire dal corpo.

Onestamente penso che sia un processo condotto dall’interno e che sia estremamente più facile che il fuori si allinei al dentro piuttosto che il contrario, dal momento che il nostro corpo riflesso allo specchio non è solo un’immagine, ma un vero e proprio processo d'integrazione tra la sfera delle percezioni, quelle delle cognizioni e quella delle emozioni. 

E' più facile, dunque, che la Bestia appaia visivamente come principe mutando la propria interioritá perchè, come ci chiarifica la canzone nel cartone della Disney, "qualcosa in lui si trasformò, era sgarbato, un po' volgare, ora no: è timido, piacevole e non mi ero accorta che ora è incantevole!" mentre molto complicato sarebbe poter considerare incantevole un'ipotetica bellezza di forme che si mostra sgradevole e volgare.

Sì, l'allineamento necessariamente ha il suo inizio con la mente e mi sento di ammettere che ne sono pressochè certa. 

Non fosse altro per il fatto che se la nostra interioritá non decidesse di allinearsi a quella immagine che da sempre abbiamo sognato di noi stessi e fosse, invece, solo il corpo a provarci, difficilmente (ed anche con tutti gli accorgimenti del mondo) il nostro aspetto esteriore potrebbe resistere a lungo nella bugia…

 

 
 
 

VIA CON LA FOLLIA

 

 

Un'amica, in un commento al mio precedente post, ha scritto:

"Tutto tristemente vero: razzismo e poi proteste antirazziste che sfociano nella violenza e nell'estremismo medievale da censura ad ogni cosa, film, parole e quant'altro, come si è visto. E poi la gente...che è rimasta la stessa, con la stessa mentalità mai cambiata di una mezza virgola, nulla la cambia..."

Sul fatto che la gente non cambi, naturalmente, non posso che rispondere che no, la gente che non vuole cambiare, certamente non cambia.

Il fatto consolante è che se volesse, però, potrebbe, e che se non lo fa è comunque per una sua libera scelta. Ed avrà i suoi motivi, i suoi tempi, le sue convinzioni, seppure lontane anni luce da ogni nostra visione del globo. Ma è proprio per il fatto che non cambia, e che ripete la storia in uno scenario già visto, restando intrappolata in un ennesimo giorno della marmotta, come nel film del 1993 con Bill Murray ed Andie MacDowell, che non si accorge nemmeno di passare dal ruolo di agnello sacrificale al ruolo d'inquisitore, senza passare dal "bar-lume" del discernimento a rifocillarsi la rete neurale.

Siamo al 4 luglio.

Oggi è il 185º giorno del calendario gregoriano, mancano 180 giorni alla fine dell'anno, è il giorno in cui la Terra è più lontana dal Sole e negli Stati Uniti si celebra la Dichiarazione d'Indipendenza; ma per la dipendenza dal contagiosissimo virus dell'oscurantismo, non sono previsti vaccini.

E si continua a veleggiare sullo stesso mare di giugno.

Si è da poco assopita l'eco della caduta dell'ultima statua di Cristoforo Colombo a Houston, in Texas, che di nuovo si cercano altre streghe da bruciare in nome, non della libertà, ma di tutti fanatismi del creato.

E non avevamo ancora salutato quei dolcetti al cioccolato - alimento che, ahimè, ha la "colpa" e il "merito" d'essere scuro - prodotti da più di settant'anni dalla Dubler con il nome di "Mohrenkopf", ovvero "teste di moro" (da non confondere con le altrettanto potenzialmente in bilico, produzioni in ceramica di Caltagirone, o con la gradazione di colore marrone scuro utilizzata per l'abbigliamento) che il vento della follia già sostituiva Via col vento.

Malauguratamente, però, nessun vento ha rinfrescato le meningi delle multinazionali e pochi giorni fa anche i cosmetici si sono sentiti accusare di razzismo. Il gruppo francese L’Oreal si è sentito in dovere di abolire un'altra parola: bianco. Ed a questo punto direi che se non si può più dire "nero" e nemmeno "bianco", anche la Vecchia Signora potrebbe intravedere un futuro molto complicato...e nonostante i miei natali color sangue granata, avrebbe tutta la mia solidarietà.

Da adesso in poi, quindi, i prodotti "sbiancanti", "illuminanti" e finalizzati a dare luce uniformando la grana della pelle non saranno più una cosa buona e giusta. E' il Festival del nonsense, ma sapete, l'inquisizione procede in questo modo, ingravida l'ignoranza e mette al mondo tanti fanatismi che non distinguono più la mano destra dalla sinistra, il naso dalla bocca, il cervello dalle natiche.

Capisco che attaccare un simbolo equivalga ad attaccare l'ideologia che lo vivifica e capisco che qualche volta sia necessario accendere un falò per bruciare il passato; ma per non finirci dentro a quel fuoco, sarebbe il caso di tenere acceso anche un piccolissimo buon senso. Anche minimo. Anche a basso dosaggio.

Perchè non ha senso demonizzare una parola, un colore, un nome ed un dizionario colpevoli solo di essere stati strumentalizzati.

Prendiamo il concetto di "razza" - di per sè, nato per definire un raggruppamento d'individui costituito in modo empirico sulla base di caratteri somatici esteriori comuni - che, ora, è stato scientificamente considerato come privo di alcun fondamento sul piano dell'analisi genetica.

Questa parola è stata impugnata al fine di operare arbitrarie differenziazioni sul piano delle relazioni socio - politiche e per definire strampalate ipotesi di supremazia di un uomo rispetto ad un altro in nome soltanto di una peculiarità estetica, una pigmentazione della pelle, un'appartenenza geografica; ma il fatto che il vocabolo sia stato sostituito con una più corretta alternativa che non possa determinare alcuna differenza sostanziale nell'unica specie umana, non ha comunque cambiato di una virgola il modo di pensare di chi, come me, l'ha sempre considerata alla stregua del termine etnia e, purtroppo, allo stesso modo, non cambia la convinzione di chi crede che non siamo tutti figli della stessa mamma.

Tant'è che, anche tra consanguinei, c'è chi rivendica una supremazia sul proprio fratello, senza scomodare nessuna differenza di "razza".

Non era necessario che la scienza dimostrasse che non esistono razze a livello biologico per sapere ciò che era ovvio, dal momento che eravamo già tutti esseri umani da ben prima che si potesse anche solo sognare l'esistenza del DNA, scoperto solo negli anni Cinquanta del 1900...

E quindi sembrerebbe che non si possa più dire nero, un po' come non si può più dire cieco, o vecchio. Si deve per forza utilizzare un paracadute perbenista che non suoni come scorretto o insensibile; mentre, a parere mio, è molto più insensibile (oltre che palesemente ridicola) la presa per i fondelli di chi crede che, definendo "diversamente vedente" chi non ha la vista o "diversamente giovane" chi è nato agli anni dei re magi, possa - magicamente - se non rischiarare la prospettiva di un cieco o rinfrescare la pelle di un anziano, comunque rendere più dolce o in qualche modo meno oggettiva la loro condizione.

Se la giovinezza è uno stato d'animo e la cecità non preclude la capacità di avere ben altra e più profonda vista, non sarà certo attraverso queste circonlocuzioni che le persone interessate lo scopriranno.

Il razzismo, la mancanza di tatto, il cinismo e la meschinità stanno solamente nell'intenzione di chi legge o pronuncia tutte quelle neutralissime parole.

E non solo cancellare il termine "sbiancante" non aiuterà a rimuovere l'idiozia nel DNA di chi è convinto della supremazia di una etnia, di un orientamento sessuale, di un credo religioso, di una fede sportiva (et cetera) rispetto ad un'altra; ma, anzi, farà di peggio: incrementerà la ristrettezza ideologica, il buio mentale, la sospettosità, il fanatismo e l'insofferenza.

Mettere all'indice i libri non ha mai impedito - e per fortuna! - che la conoscenza dilagasse, così come coprire le nudità delle statue o rivestire i dipinti ritenuti immorali dai perbenisti non ha mai frenato l'arte. Perchè voler seguire le stesse modalità repressive, adesso, per promuovere la libertà?

Il film Gone with the Wind - tradotto in italiano Via col vento - ed ancor prima il libro da cui è stato tratto, è un esempio cristallino di storia nella storia in un periodo storico in cui i pregiudizi razziali esistevano. Una cosa è opporsi con fermezza ad ogni ventata razzista, altra cosa è farsi trasportare da un vento di dabbenaggine, arrivando a voler decontestualizzare la stessa arte dal periodo storico in cui è nata...

Un film girato negli anni Trenta e ambientato a metà dell’Ottocento non può essere considerato razzista perché descrive un’epoca che, di fatto, è stata un'epoca razzista. Bandire un film storico è come voler prendere un libro di storia e strappare le pagine indicative dei periodi più bui per fare finta che non siano mai accaduti.

Un film, come un libro, può essere semplicemente un viaggio nel tempo. E non sempre quello che si vede nel viaggio è in sintonia con quello che avremmo desiderato vedere. Possiamo ripercorrere la storia dell'Olocausto quante volte vogliamo ma non troveremo mai umanità e spazi verdi nei campi di sterminio.

Non troveremo i fiori dentro i cannoni durante le guerre e non potremo cambiare niente di ciò che è stato, proprio come fare il presepe e celebrare il Natale ogni anno per onorare la nascita del Figlio di Dio, non cancellerà però mai il fatto che Cristo è stato inchiodato ad una croce perché qualcuno, a suo tempo, se n'è lavato le mani.

Ma se la follia indirizza a distruggere le statue e a vedere il male nel nome di un cioccolato, allora, davvero che Dio ci aiuti, perché lo spettro di Tomás (de Torquemada) è ritornato ancora e come tutte le inquisizioni, anche questa, dopo aver travestito gli omicidi ed i fanatismi da "santi" ideali, presto metterà all'indice anche il già non poco provato Giacomo (Leopardi) perché, ricordiamocelo, nella poesia A Silvia, lodando i suoi capelli neri, li definisce negre chiome...

 

 

L'immagine, già utilizzata e sempre ricorrente, è di Francisco Goya:

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

 
 
 

E SOLO PIU' LA NOTTE RIMASE A CASA

 

Dopo soltanto una ventina di giorni dall'uccisione di George Floyd, adesso ad Atlanta la storia si ripete e viene ucciso un altro uomo afroamericano.

Mentre l'America si muove contro le forze dell'ordine che non hanno ascoltato le suppliche di quell'uomo che non riusciva a respirare, soffocato dal ginocchio dell'agente che premeva sul suo collo, lo spettro di una nuova epidemia di razzismo potrebbe mostrare focolai più letali di qualsiasi virus.

Così, se una parte ora si appella ad una giustificazione che non giustifica nessuna morte, sostenendo che l'uomo si mostrava sotto gli effetti della droga e che, dopo aver tentato di vendere una banconota contraffatta, ha opposto resistenza all'arresto, i filmati di sorveglianza di un ristorante limitrofo e poi diffusi sui social mostrerebbero, invece, un uomo scortato dalla polizia che, barcollante, cade per due volte, del tutto incapace di reagire.

E Rayshard Brooks, il giovane afroamericano ucciso dagli spari della polizia, ora, sembra essere il suo erede. L'uomo viene trovato in stato di ubriachezza a dormire all'interno della sua auto, nel parcheggio di un ristorante. Anche qui due versioni: da una parte chi sostiene che Rayshard si sia giustificato con gli agenti, affermando di non avere intenzione di commettere alcuna violazione e di poter rincasare tranquillamente a piedi e, dall'altra, chi parla di una ribellione da parte sua e che infatti si sia dato alla fuga subito dopo aver sottratto la pistola a scarica elettrica ad uno degli agenti. In ogni caso, però, una cosa è senza dubbio certa, mentre scappava, quell'uomo è stato colpito alla schiena da tre colpi di arma da fuoco ed è stato lasciato a terra agonizzante prima di essere soccorso e portato in ospedale dove è comunque deceduto.

Una reazione da parte della polizia nella lotta al crimine sarebbe stata tanto incomprensibilmente cruenta se non fosse stata spinta dalla discriminazione razziale? Di sicuramente acclarato c'è che, per quanto possa sembrare incomprensibile e paradossale, l'America persevera nel tradire una sua metà oscura composta di sorgenti razziste più o meno dichiarate e di focolai insospettabili. 

Esiste la cancrena, in tante forme, a questo mondo; ma principalmente si chiama  ignoranza, perchè è da quella che poi vengono partoriti razzismo, dogmatismo, fanatismo, abuso e violenza. Tutti figli della stessa madre, espertissimi ad alimentarsi vicendevolmente.

 

 

E presi dall'ondata d'infuocate proteste antirazziste, ci sono passati dinanzi, senza fare più alcun scalpore nè particolare share, anche i giorni in cui ci si aspettava, in Italia, una recrudescenza dei contagi e dei sintomi di quell'altro virus, quello incoronato, che dal suo canto ha contribuito egregiamente nel falciare vittime senza fare discriminazioni nello scegliere i suoi ospiti.

Ma anche adesso - consci del fatto che, al di là del numero dei contagi, i quadri clinici dei pazienti positivi presentano chiaramente una sintomatologia molto più lieve e gestibile - ed anche per questo'altro argomento, abbiamo più versioni tra cui scegliere.

E' questo, infatti, il momento in cui si oscilla tra chi sostiene che tutto sia scomparso e sia semplicemente una ridicolaggine portare ancora avanti il discorso e chi, continuando, invece, a non vedere chiaro nei dati, nei rapporti dichiarati dai media e soprattutto nelle cause determinanti questo alleviamento della sintomatologia clinica, non ritiene il virus per nulla estinto. Senza contare i gruppi babbani dei contesti medico-scientifici che predicano che tutto non sia proprio mai esistito.

Io, da fautrice della teoria del "dividi a metà e appellati ai fatti, studiando le fonti e la storiografia ma lasciando parlare l'intuito", per il momento sono solo soddisfatta di non aver dovuto assistere a ciò che mi premeva evitare: un nuovo lockdown condito di lamenti, sentimentalismi e soap opera in chiave musical; per il resto, mi limito come sempre a parlare di ciò che ho visto e che ho potuto constatare personalmente. Vale a dire la serietà di un'infezione con un'alta carica virale che - di fatto - poteva degenerare, e che in molti casi è degenerata, in aggravamenti inaspettati e di difficile gestione ma che, ad ora, si è certamente indebolita, benchè la causa di questa sintomatologia più lieve ancora non si possa scientificamente affermare (condizioni ambientali più favorevoli - umidità e temperatura - che condizionano la persistenza e la resistenza del virus? varietà genetica della popolazione che determina la ciclicità epidemica dove nelle fasi iniziali si ammalano soprattutto i pazienti più fragili che tendono poi immediatamente ad aggravarsi?) e nonostante questo affievolimento dei sintomi si presenti in una situazione in cui apparentemente anche i contagi sembrano diminuiti, a dispetto dell’allentamento delle misure di contenimento (ma anche questo, alla fine, è potenzialmente irrilevante, in quanto l'andamento transitorio è insito nelle epidemie e caratterizzante della maggioranza di esse).

Pertanto, risulta inutile voler riempire tutti questi punti interrogativi con illazioni pour parler, perchè davvero potrebbero colorare qualsiasi pronostico con sviluppi completamente differenti e distanti fra loro.

 

L'amico woodwnship

in una fase pandemica precedente, asseriva come fosse

 un bene che la notte tornasse presto ad essere una notte poeticamente viva e fracassona.

E scriveva nel suo blog un tagliente, cristallino e sentito

Vorrei che si capisse una volta per tutte che è tutto

in questo non sfiorarsi di ombre...

Infatti. E' tutto lì.

 

Perchè ci fu un tempo in cui anche la notte rimase a casa, aspettando di potersi dilatare con l'eco dei vetri gettati nella differenziata e di potersi esprimere nello scontro diretto dei baci tra bottiglie come in quelli tra gli adolescenti, ammassati l'uno sull'altro, amanti neofiti e proseliti d'un muretto o di un lampione, impazienti che il divieto dell'intreccio non sia più vietato...

Rimase a guardare, allora, insieme a noi, anche la notte,

nello spazio di una strana primavera,

aspettando pazientemente di accogliere ancora le luci delle auto che sfumano nel buio ed il ronzio dei motorini accesi.

E rimase, poi, con noi in silenzio, in attesa di ascoltare le note lagunari di quelle musiche estive che si dilatano come gocce quando piovono nel mare, ed il vociare stanco e vivo delle donne e degli uomini che rientrano dopo un lungo turno di lavoro o che si affrettano ad uscire in strada perché, per loro, è arrivato il momento dello svago.

Il tempo per divertirsi, per spiegarsi, per vedersi, per mostrarsi, per essere fuori da casa.

Quel tempo sta tornando e sì, sarebbe anche un bene che la notte potesse riprendere ad essere totalmente ciò che era; ma forse, dopotutto, non lo sarebbe.

Forse la notte dovrebbe poter semplicemente uscire, ma senza gli uomini.

Quegli uomini che, probabilmente, non meritano nemmeno di averla, la notte...

Però, si sa, che per amore anche solo di quell'unico, saremo beneficiati tutti.

Ed allora, grazie.

Grazie a tutti quei pochi o tanti esseri umani belli che rendono possibile anche agli altri di partecipare - del tutto immeritatamente - ad una bellezza a loro estranea, perchè sempre più insultata.

Grazie a loro. Perchè è solo per questi pochi, o tanti, bellissimi esseri umani che anche le porte chiuse si aprono e diventano paesaggi.

 

 

 

 

NOTA ULTIMA E DEFINITIVA PER I BABBANI DI MEDICINA E DELLA LINGUA ITALIANA:

Un virus che clinicamente non esiste più non è un virus non più esistente; semplicemente è un virus che da un punto di vista clinico dimostra di riportare nei pazienti positivi una condizione sintomatologica meno grave rispetto a quelle riportate all’inizio della diffusione del virus. Se il virus fosse scomparso del tutto - quindi non clinicamente; ma effettivamente - la registrazione dei contagi sarebbe pari a zero.

L'elemento finale che determina la conclusione di un ciclo epidemico è l’immunizzazione della popolazione; ma ovviamente va tenuto in conto che ogni virus in grado di causare una epidemia è anche un virus in grado di adattarsi a condizioni ambientali e a popolazioni differenti, manifestando per conseguenza un differente andamento di diffusione.

 

 
 
 

Fase 2 lato B...

 

 

 

Alla fine i nostri coordinatori amministrativi, o politici che dir si voglia, si sono accordati e la Fase 2 - secondo tempo - il 18 maggio ha aperto le danze, inchinandosi alle porte dell'estate.

E, sapete com'è, va bene tutto, e bisogna pur dare credito a chi è preposto al monitoraggio del pluri-menzionato R0, il numero di riproduzione di base indicante la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva in ambito epidemiologico; ma è anche vero che qualche perplessità rimane. E rimane soprattutto se si pensa alla situazione di una nazione come la nostra, che fino all'altro ieri cantava dai balconi, con una sanità ridotta all'osso a stremarsi dentro gli ospedali e che elargiva generosamente similitudini belliche ma che, poi, proprio con i primi vagiti di caldo disposti a baciare chisto paese d' o sole e d' 'o mare, addò tutt' 'e pparole - doce o amare che siano - sò sempre parole d'ammore, pur con un nord ancora decisamente "in red" ed un notevole quantitativo di scellerati più o meno dichiarati nella frantumazione delle regole (e non solo di quelle), miracolosamente ritiene sia il caso di affrettarsi.

E va bene che è necessario non azzerare l'economia, e vanno più che bene le esigenze di chi necessita urgentemente di lavorare; ma tutto questo è un conto, mentre le vacanze e gli svaghi ad oltranza con il via libera agli incontri con amici, nemici e indifferenti in contemporanea all'apertura indiscriminata delle frontiere per salvare il turismo estivo...sinceramente sono altro.

Si salvi l'economia, ma anche le persone che la producono, però.

Ma le domande sono semplici e si riducono a due, a questo punto: il rischio adesso è improvvisamente diventato meno elevato perché è diventato più conveniente considerarlo tale, oppure - forse - già da prima il rischio, seppure certificato, era un rischio tuttavia calcolato? Non ci è dato avere una risposta assoluta, al momento, un domani, chissà.

D'altronde, una cosa è cristallina: sia mai che agli italiani si possano negare le fatidiche ferie d'agosto, e sia mai che non si possano fare anche le cenette il venerdì sera con gli amici o si debbano evitare le sedute in palestra con l'accurato abbigliamento training per convincersi d'essere fighi...

Tutto bene, avremo tutto salvo. Bagni, costumi nuovi, cene con chi ci pare, cinema e tutte le corse che si potranno fare finché ci sarà un soffio di fiato e una strada da calpestare da qui all'eternità; ma per favore, per gentilezza, per onestà o per un avanzo d'intelligenza non parliamo mai più di guerra.

Non riempiamoci la voce di parole ad effetto, perché la maggior parte di chi ha creduto di vivere in uno stato di emergenza anche solo vagamente paragonabile ad un'emergenza bellica, proprio non ha idea di che cosa sia una guerra. Ed evidentemente non ricorda nemmeno di aver letto che cosa significhi parlare di diritti, in un tempo reale di guerra reale. Si chiama buon gusto, eleganza, cultura...ma anche, se preferite, semplice ed umile buon senso.

Conte dichiara che stiamo affrontando un rischio calcolato, ben consapevoli del fatto che la curva epidemiologica potrebbe tornare a salire; ma che è comunque necessario declinare i principi di sicurezza e di salute in maniera diversa o non potremo mai ripartire. Sembra, quindi, essere evidentemente chiaro a tutti che in un mondo perfetto si sarebbero forse dovuti aspettare la scoperta e la distribuzione del vaccino prima di proseguire con i vari allentamenti ma altrettanto evidentemente questa non sembra essere una prospettiva che ci si possa permettere se si vuole evitare di ritrovarci con un tessuto produttivo e sociale fortemente danneggiato.

Ipse dixit. E noi ne prendiamo sicuramente atto.

Da parte mia, però, trovo un po' strano che nel giro di pochi giorni, nonostante l'uscita dal lockdown e senza aver lontanamente raggiunto alcuna immunità di gregge (per raggiungere la quale, infatti, i guariti dovrebbero raggiungere una soglia del 66%), le stime siano realisticamente tanto rosee, con una soglia di R0 inferiore a 1, dove ogni persona infetta meno di un’altra persona...

Ma anche ammesso e, sia messo agli atti, non del tutto concesso che i dati siano completi, che la curva dei contagi ad oggi sia trasparente - e che molti casi, invece, non siano stati registrati semplicemente perché i sintomi non vengono denunciati e la corsa impaurita in ospedale sia diminuita per timore di non poter ritornare al lavoro - o, ancora, che rifletta effettivamente in tempo reale il numero dei risultati dei tamponi, il virus in ogni caso non scompare con un battito di ciglia solo perché le persone reclamano a voce un po' più alta i propri diritti. E questo indipendentemente dalle fazioni opposte di medici, scienziati e ricercatori suddivisi tra chi afferma, sorridente, l'indebolimento del virus e chi scuotendo la testa risponde che non esiste proprio e che è un enorme sciocchezza affermarlo dal momento, poi, che la sequenza dell'infezione non è nemmeno sostanzialmente cambiata...

Di fatto, in ogni caso, è chiaro che il virus non scompare tanto in fretta neppure quando la soglia dell'immunità viene realmente raggiunta. E sia chiaro anche che si sta solo presupponendo che gli anticorpi sviluppati abbiano una lunga durata; ma ancora non si può sapere. E qualora, poi, si riuscisse effettivamente ad azzerare il rischio tangibile di una nuova epidemia, c'è da tenere in conto il fatto che quella ancora in atto continuerebbe comunque a diffondersi per altri mesi prima di arrivare al suo naturale esaurimento, anche dopo il raggiungimento della sacrosanta immunità di gregge.

Oltre a questo, poi, non posso nemmeno non constatare che per un passaggio sensato alla "Fase 2 - secondo tempo" sarebbe stato necessario almeno disporre di un certo grado di intendimento che, di fatto, nelle menti di alcuni - più di alcuni italiani (ed "alcuni" sono già sufficienti) si dimostra essere una merce ben più rara delle mascherine anti Covid. E nonostante gli elogi collettivi, a cui si aggiunge la voce del presidente dell'Istituto superiore della sanità, evidentemente convinto che tutti siano perfettamente in grado di contenere l'epidemia, avendo ormai appreso ogni lezione, a me sembra, invece, che senza uno strattone a destra, un buffetto a sinistra e un calcetto da ogni dove, il gregge vada un po' dove gli pare, con una soglia dell'attenzione e la capacità di mantenere anche solo quelle distanze sociali e quelle norme igieniche dettate dalla più basilare educazione, francamente, di molto sotto la media. E non mi riferisco solo agli adolescenti e al loro connaturato istinto alla riduzione di ogni distacco fisico.

Dunque, se sono comunque troppi gli ominidi che dimostrano quotidianamente una carenza intellettiva difficilmente mascherabile (con o senza mascherina chirurgica, DPI, FFP2 o 3 che sia) è ovviamente difficile pretendere che tali esemplari capiscano - o vogliano capire, il che alla fine è lo stesso - che cosa s'intenda per quella corretta autogestione che la seconda parte della Fase 2 presuppone.

Quindi, che altro aggiungere? Vedremo, vivendo, come finirà il racconto. Io non intendo certo spoilerare; ma una cosa ve l'anticipo soltanto perché riguarda me.

Comunque vada, infatti, miei cari - amici, nemici o indifferenti - vicini e lontani, io esprimerò il mio desiderio: che nessuno blateri lamentele al gusto d'ipocrita benevolenza.

 

 

Non stressate, non voglio nemmeno una parola, e men che meno un coro...

Restiamo muti, se tra 15 o 20 giorni, saremo di nuovo - e tutti - costretti alla clausura.

Stenderemo un dignitoso e pietoso silenzio e ce la faremo passare senza tante sceneggiate.

Senza palcoscenici e soprattutto senza fare gli attori,

che tanto ccà nisciuno è... Totò.




 
 
 

TRA NUOVE FASI ED ETERNE LEGGENDE

 

4 MAGGIO

1949-2020

 

 

One dream, one soul, one prize

One goal, one golden glance

...

No mortal man can win this day.

 

It's a challenging the doors of time.

I's a kind of magic.

 

                

 

 

Un sogno, un'anima, un prezzo

Un goal, uno sguardo dorato

...

Nessun mortale può vincere questo giorno.

 

Sta sfidando le porte del tempo.

E' una specie di magia.

 

 

Oggi tutti accostano - chi sconsideratamente, chi più attentamente e chi, come me, solo apparentemente - questa data ad una nuova fase, almeno teorica, della primavera 2020; ma anche chi non è calcisticamente color granata, non può fingere di non sapere e di non ricordare che il 4 maggio è legato anche ad un'altra maledetta primavera, quella del '49.

Quando scompariva, nello schianto sulla splendente Superga, la squadra leggendaria di Torino. Una squadra che era diventata leggenda perché aveva osato sfidare gli dèi, scalando le vette più lucenti, riservate agli immortali, dimostrando di non poter perdere...o, meglio, di saper sempre vincere, indipendentemente da tutto, ogni suo avversario. E di saperlo fare in modo eroico.

Così, era già storia prima di diventarlo, quel gruppo di giovani atleti che, come tutti gli eroi, non possono che essere nell'immaginario e nei ricordi di tutti per forza anche belli, come ci ha sempre ricordato Guccini. Maroso, Loik, Mazzola e gli altri, una squadra favolosa, perché richiesta ovunque, acclamata ovunque, iconica per tutti. Leggendaria.

Accompagnata da quell’alone di magia che li rendeva diversi, inaspettati, speciali: dimostrazione vivente di una possibilità inesauribile di lieto fine, di forza magica, di vittoria. Ma si sa che se la storia ci insegna che gli eroi sono tutti giovani e belli, ci insegna anche che chi osa sfidare le divinità non  trova mai una giusta fine. E nella primavera del 1949, il 4 maggio, morì la squadra quasi al completo, allenatori, dirigenti e giornalisti, schiantandosi nell’ultimo volo sopra il muraglione della basilica di Superga.

E fu quello, forse, davvero l'unico cruente modo per arrestarne il potenziale e per finire in modo drastico la favola.

Ma come accade sempre a chi, attirando l’attenzione invidiosa delle divinità ne provoca l’ostilità mortifera, anche il Grande Torino ha ricevuto in dono la gloria che gli dèi offesi, pur nella loro superbia, accordano ai mortali che li hanno emulati, trasformandoli in un’eterna leggenda.

E’ per questa magia, dunque, che il Torino ha fatto parte della storia, non solo del calcio.

Ed è solo per questa magia che una squadra che tanti anni fa scatenò l’ira dagli dèi, alla fine, è pur sempre risorta. Sempre con estrema fatica ed in condizioni disperate; ma non ha mai voluto nè potuto soccombere. It’s a kind of magic…

 

 

 

 
 
 
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