I DIALETTI

Post n°5 pubblicato il 11 Ottobre 2005 da emma_bovary0
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Con Dialetto si definisce un insieme di forme linguistiche che vengono praticate in zone geograficamente limitate, non è una derivazione dell’italiano, come molti ancora credono, ma una lingua di pari dignità all’italiano (cioè al toscano), che si è evoluta parallelamente a questo, direttamente dal latino.

In Italia, dialetti e lingua si trovano sullo stesso piano, riflettono tradizioni e culture specifiche, possiedono un lessico e una grammatica. L’unica vera differenza sta nella diversa estensione: il dialetto è parlato in un’area di minor estensione rispetto alla lingua.

In Italia, il dialetto non è affatto una parlata delle minoranze, ma bensì, costituisce la scelta linguistica di comunicazione  maggiormente  usata in Italia attualmente.

Questo fenomeno è forse il risultato della tardiva unificazione nazionale dell' Italia che ha portato al forte mantenimento delle diverse lingue italico-latine presenti negli stati italiani prima del 1861.

Si calcola infatti che in Italia circa l'  80% della popolazione parli il dialetto soprattutto in casa e nelle città, e che esso sia prevalente al nord piuttosto che al sud Italia, inoltre sono gli ultrasessantenni a detenere il primo posto nella classifica dei parlatori di dialetto in un contesto regionale che vede primo il Friuli e ultima la Toscana .

In Italia i diversi dialetti sono divisi in quattro fasce geografiche dallo studioso Tullio de Mauro:

Varietà Settentrionale, Varietà Toscana, Varietà Romana e Varietà meridionale.

Un valore particolare al dialetto è stato attribuito solo in tempi relativamente recenti , dopo esserci preoccupati di riconoscere il valore dei beni monumentali e ambientali lo stesso è stato fatto con la nostra parlata rendendosi conto di come sia un prezioso bene culturale da tramandare.

Si sta tentato di recuperare la parlata locale, la storia è il vissuto di un popolo e fanno parte di esso i costumi, le abitudini, le tradizioni e sopratutto il linguaggio che in una piccola comunità si identifica con l'uso del dialetto.

Pur considerato in alcuni ambiti ancora come una forma scorretta dell'italiano, il dialetto rappresenta tuttavia un efficace mezzo di comunicazione in quanto si presta ad essere utilizzato non solo per motivi di ordine pratico ma anche come strumento per esprimere in modo colorito sentimenti, passioni, emozioni.

L’ Italia è uno dei paesi più ricchi di dialetti nel mondo, quindi non dimentichiamo che conoscere il dialetto, parlarlo abitualmente sia in casa che fuori, insegnare ai bambini a parlare in dialetto, è sinonimo di ricchezza culturale.


 
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Post N° 4

Post n°4 pubblicato il 26 Luglio 2005 da emma_bovary0

Vi starete chiedendo...ma questa mo che vuole? perchè ha cominciato a scrivere queste cose in questo blog?

parlare di linguistica italiana ....interessarsi di dialetti ,e cercare di far capire l'importanza di conoscere la nostra lingua nei suoi aspetti ,forse, più complessi, come possono essere la fonetica ,la morfologia e il lessico.

Io ci provo ! è un mio progetto e spero che piaccia a tutti, e se così non sarà ,allora mi sarà servito come un mio esercizio personale.

notte

 
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Il Dialetto Opaco

Post n°3 pubblicato il 25 Luglio 2005 da emma_bovary0
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L’evoluzione del dialetto e dei suoi usi comporta anche l’abbandono di parole dialettali .

Tuttavia alcune di esse sopravvivono anche se non sono più comprese nel loro significato  originario diventando ,così , forme opache ; tali sono molti cognomi e nomi di luogo .

Le forme opache sono soggette a reinterpretazione etimologica,processi che può portare alla creazione di parole nuove.

Nell’Italia odierna vi è chi è esclusivamente italofono e chi è anche dialettofone con diverso grado di competenza ,ovvero c’è chi parla il dialetto e chi lo capisce ma non lo parla. Basti pensare alle parole che usano o ricordano le persone anziane ma non i giovani, il cui dialetto è più esposto agli influssi dell’italiano e di conseguenza alla sostituzione di parole dialettali con altre italiane,più o meno adattate al dialetto. Si pensi poi a quei termini che escono dall’uso perché scompare l’oggetto o il concetto a cui sono legati, di solito sono voci del lessico del lavoro agricolo.

Tuttavia alcune possono restare se entrano in espressioni e modi di dire, se è avvenuto uno spostamento di significato rispetto a quello originario(significato traslato o metaforico).

Nell’onomastica(settore del patrimonio linguistico costituito dall’antroponimia-nomi propri, e dalla toponomastica-nomi propri di luoghi) vi sono forme usate quotidianamente che hanno a che vedere con i dialetti e che sono altrettanto o ancor più oscure o opache delle parole disusate,per quanto riguarda il significato. Opacità e trasparenza dipendono dal grado di conoscenza di una parola dialettale che ,in tal caso, è strettamente connesso con la conoscenza del dialetto:migliore tendenzialmente nelle persone di una certa età. Forme opache sono soggette a essere rimotivate dal parlante fino ad arrivare a nuove forme; ciò non è possibile oggi con i cognomi che sono trasmessi per scritto da atti amministrativi,ma avviene invece per quegli elementi antroponimici che sono  di tradizione orale. Quando una forma linguistica risulta opaca,il parlante tende a intervenire per ricostruire un rapporto tra forma esterna (significante) e significato  arrivando anche ad una nuova motivazione ( significato e significante costituiscono il segno, per esempio la parola cane è un segno che denota un certo animale). La ricerca di questo significato equivale a dare trasparenza a un nome . Molto spesso la ricostruzione corrisponde alla paretimologia , cosiddetta perché, diversamente dall’etimologia l’interpretazione avviene per associazioni che legano una forma ad un’altra senza che vi sia tra le due un rapporto etimologico.

L’ etimologia,invece , è la scienza che studia l’origine delle parole,vale a dire la ricerca dei rapporti che legano una parola con un’altra unità che la precede storicamente e da cui quella deriva. La reinterpretazione paretimologica è una riflessione sulle parole a livello di cultura popolare;mentre l’etimologia è un’interpretazione di fatti linguistici da parte degli studiosi,quindi con metodo scientifico. L’etimologia non scientifica appartiene anche a parlanti colti i quali,operando con lo stesso principio dell’associazione suggerito dall’omofonia ,credono di individuare delle relazioni tra parole e di poter stabilire un etimo(pseudoetimologia o etimologia falsa) non di rado ricorrendo a lingue straniere antiche o moderne ,in tal caso si parla di etimologia dotta.
 
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Dialetti e lingua

Post n°2 pubblicato il 25 Luglio 2005 da emma_bovary0
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L’Italia dal punto di vista linguistico è notevolmente differenziata al suo interno ;oltre all’italiano notiamo la presenza di una notevole varietà di dialetti,tratto che caratterizza la linguistica italiana moderna ma anche antica. Dante ,per primo,nel De vulgari eloquentia ci da una classificazione avvalendosi di un criterio geografico:  l’Italia è divisa in due parti,una a destra e una a sinistra della linea formata dal giogo dell’Appennino. L’Italia presenta una varietà di almeno quattordici volgari,i quali poi si differenziano al loro interno.

Il termine dialetto è un cultismo nella tradizione linguistica italiana;le sue remote origini risalgono al greco dialektos che significa dapprima ‘colloquio,conversazione’,poi anche ‘lingua’,’lingua di un determinato popolo ’;passato in latino il vocabolo indica ‘parlata locale assunta a importanza letteraria ‘. La nozione di dialetto greco con riferimento all’antica Grecia è familiare agli umanisti italiani del Quattrocento che la esprimono con diversi vocaboli latini (lingua,idioma,sermo)e,a partire dal 1473,anche con la parola dialectus;negli scritti in italiano , la forma dialetto non compare prima del 1546 ad opera dello scrittore e lessicografo cinquecentesco Niccolò Liburnio.

Dal secondo Cinquecento letterati italiani nei loro scritti si riferiscono a dialetto con un’accezione subordinata a lingua, intendendo una varietà meno prestigiosa rispetto a una più prestigiosa.

Sempre nel Cinquecento vive la cosiddetta questione della lingua,una polemica intorno al tipo di lingua da considerare come norma linguistica per poter fissare la grammatica per gli scrittori italiani sintetizzabile in questi orientamenti principali: uno a favore del toscano, e uno a favore della lingua comune o cortigiana che prenda elementi dai vari dialetti parlati presso le diverse corti. La soluzione che prevale è quella proposta da Pietro Bembo che consiste nell’imitazione dei classici fiorentini trecenteschi considerati il modello.

Per diversi secoli però in Italia la parlata nettamente prevalente è sempre il dialetto. L’Italiano ,fissato sulla base del fiorentino scritto trecentesco,è solo una lingua che si scrive che si legge e che si studia a scuola,ma è parlata da un numero limitato di persone ,almeno fino alla seconda metà del XIX secolo. La diffusione della lingua nazionale è favorita da circostanze diverse:l’unificazione nazionale con il suo apparato burocratico,la scuola,i mezzi di comunicazione,l’urbanizzazione.

Più si espande l’italiano meno si usano i dialetti,ma ciò non significa che i dialetti stiano scomparendo. Le statistiche informano che i dialetti sono adoperati o conosciuti ancora da buona parte della popolazione che spesso alterna, e mescola, nell’uso quotidiano,italiano e dialetto,specie al Sud. Parlare di dialetti italiani equivale ad adoperare un’espressione non priva di ambiguità. Forse sarebbe più opportuno riferirsi a dialetti dell’Italia piuttosto che italiani.

Il dialetto,oggi,va inteso con due diverse accezioni:

-un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale

-una varietà parlata della lingua nazionale,ovvero una varietà dello stesso sistema.

Dialetto e lingua sono collegati in quanto sviluppi del latino e per i rapporti che da tempo si sono instaurati tra loro. Esistono anche le varietà locali della lingua nazionale ,chiamate italiano regionale,cioè quelle varietà della lingua connesse a fattori diatonici (o geografici o spaziali)e dovuti al fatto che la lingua si è diffusa su comunità che erano generalmente solo dialettofone.

I principali italiani regionali sono quello settentrionale , centrale , romano , meridionale,meridionale estremo e sardo . Gli italiani regionali si possono dunque considerare la vera realtà parlata dell’italiano.

Per quanto riguarda i dialetti,invece,essi hanno una loro grammatica e un loro vocabolario; sono il risultato di un processo di trasformazione e differenziazione del latino parlato diffuso ,attraverso la conquista romana,non solo in Italia ma anche in buona parte dell’Europa e lungo le coste dell’Africa settentrionale. Durante l’espansione romana ,nelle varie regioni vivono genti parlanti altre lingue ( celtico,etrusco,osco-umbro)le quali finiscono per apprendere ed usare il latino sentito come lingua più prestigiosa tralasciando progressivamente l’uso della propria lingua. Il latino come tutte le lingue non è omogeneo; è una lingua che cambia nel tempo e nello spazio . La varietà parlata risente di tutte le differenze connesse con la classe sociale ,l’area geografica ,l’ambito cronologico. La variante scritta ,invece,tende a riprodurre nel tempo le stesse forme .

Dai documenti che si possiedono,si può dire che intorno ai secoli VII – IX d.C. ciò che si parla non è più il latino ,il quale,ormai , si è talmente modificato da aver dato origine ad altre varietà ; si tratta delle lingue romanze o neolatine , di cui i dialetti dell’Italia rappresentano una sezione.
 
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Post N° 1

Post n°1 pubblicato il 25 Luglio 2005 da emma_bovary0
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Le parole servono all’uomo per affermare la sua forza, la sua intelligenza e la sua potenza,per farlo sentire superiore agli animali.

E allora l’uomo dall’inizio dei tempi si è sforzato di creare un linguaggio comprensibile per tutti gli altri uomini per farsi…. CAPIRE !
 
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