epagogico

Giro per casa


Giro per casa. Passeggiando lentamente con le mani affondate nelle tasche calde. Come se non fosse una casa, bensì un mondo, come se non fosse sostanza, bensì un ricordo. Mi appoggio al davanzale della finestra, il vetro freddo sul naso, l’alone caldo del mio respiro, guardo fuori: saracinesche sbarrate, strada deserta, luci gialle che rievocano goffamente un medioevo stantio. Attraverso a passi lenti la cucina: mobili da modernariato, la televisone rotta, il cestino pieno di rifiuti, la lavatrice Candy, una piantina di basilico che non so come riesce a sopravvivere nonostante me, il tavolo e poi le sedie. Quante volte mi sono seduto, quante volte ci ho mangiato: gusti, odori affollano la mia bocca, le mie narici.Vado in bagno, mi siedo sul cesso con il coperchio abbassato, tiro l’acqua tre volte di seguito, il rumore dello sciacquone mi rilassa, sarà per quello scroscio che un po’ tutto porta via non si sa dove. Boccette di bagnoschiuma, deodoranti, gel, creme, lamette… mi stendo nella vasca vuota. E’ bianca e fredda ma si sta comodi. Vorrei morire in una vasca. Apro gli occhi, mi risveglio non so come in camera, nel letto: il piumone bianco a fiori azzurri e rossi dell’Ikea, sulla sinistra la sveglia al quarzo con i numeri rossi, la luce fioca dell’abat-jour, i libri accatastati sul tavolo basso e, dall’altro lato, la lampada rossa, quella per certe occasioni, lo stereo vicino a me che mi accompagna nelle mie notti. Delineo con lo sguardo gli oggetti che mi circondano e proietto inconsapevolmente dentro di me ciò che ogni cosa rappresenta o ha rappresentato. Gli oggetti mi fanno paura stasera, non sopporto la loro presenza, ne percepisco l’anima corrosiva, la segreta immortalità che io stesso alimento. Allora mi immagino giocoliere: io che lancio in aria libri, sedie, tavoli, abat-jour, televisori, sveglie, ciabatte, tazze, caffettiere, cellulari… io che mi destreggio con leggerezza, grazia ed abilità dimenticando ogni forma e funzione, facendo attenzione solo alle diverse traiettorie per poi gettare con leggiadria tutto in un grande sacco e… sì, via tutto. Che bello essere circondato solo da bianche e silenziose mura un po’ scrostate. Guardo in alto, nell’angolo più lontano da me, un ragno nero dalle lunghe zampe sta iniziando a tessere la sua tela. Pura essenzialità. Lo lascio lavorare, fuori fa freddo, il cibo scarseggia, non ho davvero nessun motivo di toglierlo.