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Intellettuale ad Auschwitz


Domani sarà la Giornata della Memoria . Per ricordare la Shoah Oltre 6 milioni di ebrei uccisi nei campi di sterminio ma anche altre migliaia di persone, Rom, Testimoni di Geova, omosessuali, militari, partigiani, donne, combattenti, politici e politiche, bambini e anziani, malati di mente e handicappati furono vittime dei lager nazisti e della loro ferocia Tra i tanti libri che parlano di quella immane tragedia che colpì l'Europa nel secolo scorso ho ritrovato un libro che avevo letto molti anni fa, Intellettuale ad Auschwitz di Jean Améry, riproposto recentemente da Bollati Boringhieri con una presentazione di Claudio Magris.Améry, che si chiamava Hans Mayer,era un letterato viennese. Membro della Resistenza in Belgio, fu arrestato nel 1943 ed internato ad Auschwitz. Sopravvissuto allo sterminio, scrisse che " essere ebrei è paura. Ogni mattina, alzandomi, scorgo sul mio braccio il numero di Auschwitz: è un fatto che tocca i più profondi grovigli della mia esistenza". Dopo aver scritto libri sul suicidio e sulla vecchiaia, Améry si uccise a Salisburgo nel 1978.E' un libro interessante, ma non facile da leggere, che affronta la questione del rapporto tra gli intellettuali e la Shoah, una ferita ancora aperta che ci riporta ai suicidi di Primo Levi, di Améry o di Bruno Bettelheim, lo pscicanalista internato a Dachau e a  Buchenwald, che con Hannah Arendt fu coinvolto nella polemica sulla passività degli ebrei, un aspro problema non ancora sepolto Améry affronta il problema senza tentennamenti, sulla scorta della propria esperienza personale di due anni. L' idea fondamentale della sua tesi è che nel lager l'intellettuale è un soggetto più debole, più incapace, per 3 ragioniPrima di tutto perchè le professioni intellettuali erano a rischio poichè non facilitavano l'inserimento al lavoro, fondamentale per sopravvivere; sarebbe stato meglio, molto meglio essere un fabbro piuttosto che non un'insegnante o un avvocato.Il lager richiedeva infatti " qualità che i lavoratori dell'ingegno raramente possedevano ", come la forza fisica, il coraggio e una certa dose di brutalitàSecondo Améry gli intellettuali non riuscivano nemmeno a farsi degli amici, erano isolati perchè i loro interessi non sarebbero stati condivisi. L'intellettuale vorrebbe parlare delle sue letture abituali del passato, di quando era libero, ma lascia perdere quando il compagno di letto gli dice per l'ennesima volta " Che merda!"Su questo punto la visione di Levi era completamente diversa, ma Levi era un chimico e il suo lavoro il suo carattere e la conoscenza del tedesco gli permisero di fare esperienze diverse, con degli amici anche nel terribile mondo concentrazionarioIl tema chiave del libro è l'Heimat, il pellegrinaggio alla ricerca di una patria della Spirito. Per lui se l'Heimat è sicurezza, è tradizione, è conforto, gli ebrei di Auschwitz allora non l'hanno mai posseduta.Hitler non faceva una guerra contro gli ebrei, contro gli zingari, contro gli altri "sottouomini", li annientava!