Hotel Meina, l'ultimo film del regista Carlo Lizzani, è basato su fatti realmente accaduti, nel settembre 1943 sulle rive piemontesi del Lago Maggiore, che sono stati raccolti e poi raccontati nell’omonimo libro di Marco Nozza. Ho letto le oltre 400 pagine di Hotel Meina, appena uscito, negli anni '90 con l'allora edizione Mondadori ( attualmente lo si può trovare anche ne Il saggiatore tascabili -collana storica ) perchè mi interessava conoscere anche la storia delle stragi naziste commesse nelle ridenti cittadine del Lago Maggiore: Baveno, Stresa, Meina, Arona, tanto vicine alla città dove abito e di cui sapevo ben poco. In questi luoghi, nel settembre 1943, una colonia di ebrei sfollati dalle città lombarde assistette all'arrivo dalla Leibstandarte Adolf Hitler, la "gloriosa" divisione SS tanto amata dal Furer. Grazie a decine di testimonianze dirette, Marco Nozza ha ricostruito la reazione fiduciosa degli ebrei,aggrappati alla convinzione di essere cittadini italiani, nonostante le umilianti leggi razziali che li avevano discriminati. Nozza non si è però fermato alla ricostruzione del rastrellamento, ma si è spinto avanti nella storia, fino ai decenni successivi alla guerra, ed ha sollevato interrogativi che hanno gettato ombre oscure sull'assetto dell'Europa del dopoguerra. In quel settembre '43 la divisione corazzata Leibstandarte-SS Adolf Hitler, guardia del corpo di Hitler, proveniente dal fronte russo, con compiti militari, polizieschi e politici, ebbe l'ordine di stabilirsi sul lago per proteggere l'accesso alla frontiera svizzera ed impedire la fuga di soldati italiani. Il comando venne alloggiato all' Hotel Beaurivage di Baveno. Tra il 15 settembre e l'11 ottobre, soldati del primo battaglione assassinarono 54 ebrei, 16 dei quali a Meina, ottenendo i nominativi con la collaborazione degli uffici comunali. Il volume di Nozza ha quindi voluto ricordare la memoria di quanto è accaduto allora affinché simili atrocità non si possano ripetere e perché le nuove generazioni possano dire con Primo Levi: «Ricordiamo che questo è stato». Anche se avevano sulle spalle i segni delle battaglie combattute all'Est, i soldati erano spesso molto giovani, erano sicuramente spietati e non si ponevano particolari problemi nelle loro azioni. Il clima mite di settembre sui laghi piemontesi, il fronte di guerra lontano, gli alberghi e le ville requisite che diventavano comandi militari o veri e propri convalescenziari, consentirono un mese di "vita tranquilla", un mese segnato dalla spietata caccia agli ebrei residenti o in fuga verso la vicina Svizzera, con l'aiuto di complici, spie e burocrati, partecipi e disponibili L'individuazione, l'arresto e in seguito l'uccisione degli ebrei presenti nelle zone dei laghi Maggiore e d'Orta fu in effetti facilitata dall'esistenza, presso i Comuni e le Questure, degli uffici per la precettazione di lavoratori civili, degli uffici demografici e per la difesa della razza, e delle liste degli ebrei presenti sul territorio, compilate dalla burocrazia italiana, con sorprendente zelo, a partire dal 1938, anno di promulgazione delle leggi razziali. Contribuirono agli arresti anche e soprattutto la notorietà di parecchie persone residenti o proprietarie di case e di ville, la visibilità, nel caso di Meina, dell'albergo ove erano ospitate le future vittime e, infine, la relativa sottovalutazione dell'imminenza del pericolo. Non mancarono poi spie e delatori pronti a riscuotere premi in denaro per la denuncia di ebrei, come nel caso di Baveno o della famiglia Ovazza a Intra. Anche nel caso dell'Hotel Meina fu un ex cameriere a segnalare la presenza degli ospiti ebrei e in altre situazioni ancora fu la guardia comunale a guidare i nazisti alle ville. Altri elementi che fanno emergere l'esistenza di collaborazionisti sono rintracciabili anche nei documenti stessi della divisione, dove, quando si cita l'arresto di "numerosi ebrei messi al sicuro", oppure che "gli ebrei individuati nell'area del Lago Maggiore vengono concentrati in Lager", non si è tenuto nascosto il fatto che una compagnia della Milizia confinaria, fedele a Mussolini, si è posta agli ordini dei tedeschi ed ha partecipato ad azioni di disarmo e di presidio del confine. E' fatto noto da tempo ormai che la presenza di tanti cittadini di origine ebraica nella zona era dovuta alla vicinanza con la Svizzera, l' ultimo rifugio possibile per un popolo destinato alla "soluzione finale". Furono in molti quelli che riuscirono a rifugiarsi nella nazione elvetica, ma molti altri invece furono individuati o respinti, proprio nel tentativo di varcare il confine Anche se erano tutti civili, gli ebrei erano considerati dal nazismo "nemici", e pertanto le SS di stanza nei territori della strage non ebbero bisogno di particolari autorizzazioni per compierla. E' dubbio invece e non provato che la strage fosse stata ordinata dai comandi superiori, tuttavia è poco credibile che non ne fossero stati informati. Il confronto delle modalità delle uccisioni porta a credere che ci fu una feroce interpretazione specifica dei responsabili locali riguardo agli ordini superiori sulla "soluzione finale"; le modalità degli arresti non furono diverse da altri, ma l'esito e l'uccisione degli arrestati lo fu sicuramente Fu infatti violata la segretezza dell'operazione perché gli ebrei avrebbero dovuto semplicemente sparire nel nulla e la strage doveva rimanere nascosta. Le uccisioni avvennero di notte, in riva al lago o nei vicini boschi. In alcuni casi, come a Baveno, furono diffuse perfino false lettere di saluto ai parenti, lette in pubblico da autorità locali. Dei testimoni però videro l'uccisione degli ebrei di Arona, i corpi di alcuni degli uccisi di Meina riaffiorarono e furono visti e quindi la notizia della strage si diffuse quasi subito. Tuttavia, non si seppe più nulla di molti di loro e i corpi non furono mai ritrovati. Rispetto alle direttive generali, la strage fu compiuta in modo "maldestro", per odio razziale e per frenesia di rapina; infatti uno dei responsabili dei crimini, il capitano Hans Krüger, radunò in una villa sigillata beni e preziosi appartenenti alle vittime, spartì il bottino con altri ufficiali e cercò di portarseli in Germania. A metà degli anni sessanta fu celebrato in Germania il processo contro i responsabili, tre dei quali vennero condannati all’ergastolo. Il governo federale tedesco aveva iniziato un' indagine sull'operato in Italia del maggiore Theo Saewecke, capo dell'ufficio milanese della Gestapo, e sulla 1ª Divisione corazzata SS Leibstandarte "Adolf Hitler". L'indagine fu affidata al dottor Gerhard Viedmann; non riuscì a trovare abbastanza prove per l'inchiesta su Saewaeke, ma trovò sufficienti elementi per aprire un processo contro gli autori della strage del lago Maggiore. Grazie al suo coraggio, all'aiuto del dott. Antonio Amati, incaricato dalla magistratura italiana di raccogliere testimonianze ed all'impegno di Eloisa Ravenna, che collaborò alla preparazione dell'istruttoria e rintracciò i testimoni che rilasciarono le dichiarazioni utilizzate nel processo, il 9 gennaio 1968 si tenne la prima udienza nel palazzo di Giustizia di Osnabrück, Sassonia. Sul banco degli imputati c'erano cinque componenti la divisione: Friederick Hans Röhwer, comandante del battaglione, e Hans Krüger, comandante della terza compagnia di stanza a Stresa, tutti e due ex capitani SS, detenuti; Karl Schnelle, ex tenente e comandante della quinta compagnia di stanza a Baveno, e Oscar Schultz e Ludwig Leithe, ex sergenti, a piede libero, appartenenti alla quarta compagnia sempre alloggiata a Baveno e responsabili dei fatti di Meina. Tra il 1968 e il 1969 si tennero 61 udienze, furono ascoltati, direttamente in aula o per rogatoria, 180 testimoni e la corte condannò tre imputati, gli ufficiali, all'ergastolo e gli altri, a tre anni di reclusione. Ma nel 1970 la corte suprema di Berlino dichiarò nulla la sentenza, in quanto i reati erano caduti in prescrizione!
Hotel Meina
Hotel Meina, l'ultimo film del regista Carlo Lizzani, è basato su fatti realmente accaduti, nel settembre 1943 sulle rive piemontesi del Lago Maggiore, che sono stati raccolti e poi raccontati nell’omonimo libro di Marco Nozza. Ho letto le oltre 400 pagine di Hotel Meina, appena uscito, negli anni '90 con l'allora edizione Mondadori ( attualmente lo si può trovare anche ne Il saggiatore tascabili -collana storica ) perchè mi interessava conoscere anche la storia delle stragi naziste commesse nelle ridenti cittadine del Lago Maggiore: Baveno, Stresa, Meina, Arona, tanto vicine alla città dove abito e di cui sapevo ben poco. In questi luoghi, nel settembre 1943, una colonia di ebrei sfollati dalle città lombarde assistette all'arrivo dalla Leibstandarte Adolf Hitler, la "gloriosa" divisione SS tanto amata dal Furer. Grazie a decine di testimonianze dirette, Marco Nozza ha ricostruito la reazione fiduciosa degli ebrei,aggrappati alla convinzione di essere cittadini italiani, nonostante le umilianti leggi razziali che li avevano discriminati. Nozza non si è però fermato alla ricostruzione del rastrellamento, ma si è spinto avanti nella storia, fino ai decenni successivi alla guerra, ed ha sollevato interrogativi che hanno gettato ombre oscure sull'assetto dell'Europa del dopoguerra. In quel settembre '43 la divisione corazzata Leibstandarte-SS Adolf Hitler, guardia del corpo di Hitler, proveniente dal fronte russo, con compiti militari, polizieschi e politici, ebbe l'ordine di stabilirsi sul lago per proteggere l'accesso alla frontiera svizzera ed impedire la fuga di soldati italiani. Il comando venne alloggiato all' Hotel Beaurivage di Baveno. Tra il 15 settembre e l'11 ottobre, soldati del primo battaglione assassinarono 54 ebrei, 16 dei quali a Meina, ottenendo i nominativi con la collaborazione degli uffici comunali. Il volume di Nozza ha quindi voluto ricordare la memoria di quanto è accaduto allora affinché simili atrocità non si possano ripetere e perché le nuove generazioni possano dire con Primo Levi: «Ricordiamo che questo è stato». Anche se avevano sulle spalle i segni delle battaglie combattute all'Est, i soldati erano spesso molto giovani, erano sicuramente spietati e non si ponevano particolari problemi nelle loro azioni. Il clima mite di settembre sui laghi piemontesi, il fronte di guerra lontano, gli alberghi e le ville requisite che diventavano comandi militari o veri e propri convalescenziari, consentirono un mese di "vita tranquilla", un mese segnato dalla spietata caccia agli ebrei residenti o in fuga verso la vicina Svizzera, con l'aiuto di complici, spie e burocrati, partecipi e disponibili L'individuazione, l'arresto e in seguito l'uccisione degli ebrei presenti nelle zone dei laghi Maggiore e d'Orta fu in effetti facilitata dall'esistenza, presso i Comuni e le Questure, degli uffici per la precettazione di lavoratori civili, degli uffici demografici e per la difesa della razza, e delle liste degli ebrei presenti sul territorio, compilate dalla burocrazia italiana, con sorprendente zelo, a partire dal 1938, anno di promulgazione delle leggi razziali. Contribuirono agli arresti anche e soprattutto la notorietà di parecchie persone residenti o proprietarie di case e di ville, la visibilità, nel caso di Meina, dell'albergo ove erano ospitate le future vittime e, infine, la relativa sottovalutazione dell'imminenza del pericolo. Non mancarono poi spie e delatori pronti a riscuotere premi in denaro per la denuncia di ebrei, come nel caso di Baveno o della famiglia Ovazza a Intra. Anche nel caso dell'Hotel Meina fu un ex cameriere a segnalare la presenza degli ospiti ebrei e in altre situazioni ancora fu la guardia comunale a guidare i nazisti alle ville. Altri elementi che fanno emergere l'esistenza di collaborazionisti sono rintracciabili anche nei documenti stessi della divisione, dove, quando si cita l'arresto di "numerosi ebrei messi al sicuro", oppure che "gli ebrei individuati nell'area del Lago Maggiore vengono concentrati in Lager", non si è tenuto nascosto il fatto che una compagnia della Milizia confinaria, fedele a Mussolini, si è posta agli ordini dei tedeschi ed ha partecipato ad azioni di disarmo e di presidio del confine. E' fatto noto da tempo ormai che la presenza di tanti cittadini di origine ebraica nella zona era dovuta alla vicinanza con la Svizzera, l' ultimo rifugio possibile per un popolo destinato alla "soluzione finale". Furono in molti quelli che riuscirono a rifugiarsi nella nazione elvetica, ma molti altri invece furono individuati o respinti, proprio nel tentativo di varcare il confine Anche se erano tutti civili, gli ebrei erano considerati dal nazismo "nemici", e pertanto le SS di stanza nei territori della strage non ebbero bisogno di particolari autorizzazioni per compierla. E' dubbio invece e non provato che la strage fosse stata ordinata dai comandi superiori, tuttavia è poco credibile che non ne fossero stati informati. Il confronto delle modalità delle uccisioni porta a credere che ci fu una feroce interpretazione specifica dei responsabili locali riguardo agli ordini superiori sulla "soluzione finale"; le modalità degli arresti non furono diverse da altri, ma l'esito e l'uccisione degli arrestati lo fu sicuramente Fu infatti violata la segretezza dell'operazione perché gli ebrei avrebbero dovuto semplicemente sparire nel nulla e la strage doveva rimanere nascosta. Le uccisioni avvennero di notte, in riva al lago o nei vicini boschi. In alcuni casi, come a Baveno, furono diffuse perfino false lettere di saluto ai parenti, lette in pubblico da autorità locali. Dei testimoni però videro l'uccisione degli ebrei di Arona, i corpi di alcuni degli uccisi di Meina riaffiorarono e furono visti e quindi la notizia della strage si diffuse quasi subito. Tuttavia, non si seppe più nulla di molti di loro e i corpi non furono mai ritrovati. Rispetto alle direttive generali, la strage fu compiuta in modo "maldestro", per odio razziale e per frenesia di rapina; infatti uno dei responsabili dei crimini, il capitano Hans Krüger, radunò in una villa sigillata beni e preziosi appartenenti alle vittime, spartì il bottino con altri ufficiali e cercò di portarseli in Germania. A metà degli anni sessanta fu celebrato in Germania il processo contro i responsabili, tre dei quali vennero condannati all’ergastolo. Il governo federale tedesco aveva iniziato un' indagine sull'operato in Italia del maggiore Theo Saewecke, capo dell'ufficio milanese della Gestapo, e sulla 1ª Divisione corazzata SS Leibstandarte "Adolf Hitler". L'indagine fu affidata al dottor Gerhard Viedmann; non riuscì a trovare abbastanza prove per l'inchiesta su Saewaeke, ma trovò sufficienti elementi per aprire un processo contro gli autori della strage del lago Maggiore. Grazie al suo coraggio, all'aiuto del dott. Antonio Amati, incaricato dalla magistratura italiana di raccogliere testimonianze ed all'impegno di Eloisa Ravenna, che collaborò alla preparazione dell'istruttoria e rintracciò i testimoni che rilasciarono le dichiarazioni utilizzate nel processo, il 9 gennaio 1968 si tenne la prima udienza nel palazzo di Giustizia di Osnabrück, Sassonia. Sul banco degli imputati c'erano cinque componenti la divisione: Friederick Hans Röhwer, comandante del battaglione, e Hans Krüger, comandante della terza compagnia di stanza a Stresa, tutti e due ex capitani SS, detenuti; Karl Schnelle, ex tenente e comandante della quinta compagnia di stanza a Baveno, e Oscar Schultz e Ludwig Leithe, ex sergenti, a piede libero, appartenenti alla quarta compagnia sempre alloggiata a Baveno e responsabili dei fatti di Meina. Tra il 1968 e il 1969 si tennero 61 udienze, furono ascoltati, direttamente in aula o per rogatoria, 180 testimoni e la corte condannò tre imputati, gli ufficiali, all'ergastolo e gli altri, a tre anni di reclusione. Ma nel 1970 la corte suprema di Berlino dichiarò nulla la sentenza, in quanto i reati erano caduti in prescrizione!