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Becky Behar


Becky Behar ha raccontato anche quest'anno agli studenti delle scuole del novarese e del vco la sua storia di ragazzina ebrea nell'Italia delle leggi razziali, fino all'orrenda strage compiuta dai nazisti, l'eccidio di Meina, nei giorni della memoria, tra gennaio e febbraio.Figlia del proprietario dell'Hotel Meina, un ex antiquario ebreo di origine turca, aveva appena 14 anni quando nel 1943 fu coinvolta nella spirale perversa delle persecuzioni antisemite e sfuggì per miracolo alla deportazione ed allo sterminio, dopo aver assistito a scene terribili.Dopo un'infanzia serena e senza preoccupazioni, subì le conseguenza delle infami leggi razziali del 1938, volute dal regime fascista, simili alle deliranti e folli regole in vigore nella Germania di Hitler, che colpirono tanti ebrei, italiani da sempre e spesso  fedeli al fascismo stesso . Anche lei fu espulsa da scuola perchè di "razza"  ebraica. "Andai a salutare per l'ultima volta la mia maestra, che aveva le lacrime agli occhi. Ci rivedremo, Becky, mi disse. I compagni mi abbracciarono, ma poi nei giorni seguenti mi telefonarono, imbarazzatissimi, chiedendomi perdono perchè i loro genitori non volevano più che frequentassero la casa di un'ebrea" "Io so cosa vuol dire essere diversa" dichara la signora Behar  "I vostri compagni stranieri che vengono da altre parti del mondo, non fateli mai sentire diversi. Io ho girato mezzo mondo, ho trovato   miseria, ma anche tanta civiltà e persone di tutte le razze e fedi da cui imparare e prendere esempio". A Meina quindi Becky studiava privatamente, viveva con gruppi di altri ebrei che durante la guerra erano affluiti lì, alcuni da Salonicco, dove dopo la conquista tedesca della Grecia il consolato italiano aveva raccomandato a chi aveva un passaporto italiano di andarsene finchè poteva. Fra gli ospiti stranieri, ma correligionari, Becky strinse amicizia con tre fratelli adolescenti, i Fernandez, John, Robert e Blanchette, ebrei di lontana ascendenza spagnola, arrivati a Meina con genitori e nonni. In quel periodo agli ospiti si aggiunse anche il console turco di Milano, conoscente dei Behar, che aveva perso la sua casa milanese sotto le bombe alleate. Ospitato generosamente, avrebbe ripagato in seguito con il dono della vita e della salvezza dei Behar.I ragazzi avevano anche qualche momento felice, ma l'esistenza della piccola comunità fu spezzata dall'armistizio dell'8 settembre 1943, seguito dall'occupazione nazista di gran parte d'Italia. "La notte dell'armistizio noi giovani facemmo festa, fu l'ultima volta della mia vita in cui fui davvero felice. Gli anziani invece piangevano, ci dicevano: ma non capite, cosa faranno ora i tedeschi?" Pochi giorni dopo arrivarono le SS, gli spietati squadroni della morte nazisti. "Arrivarono coi camion, svegliandoci di notte, poi entrarono un soldato e un ufficiale, altissimi, guidati da un interprete italiano, un fascista che conoscevamo bene e frequentava il nostro albergo, si chiamava Rossi". Seguì una scena terribile. "Lei è ebreo, disse l'ufficiale a mio padre, con una durezza e un odio spaventosi stampati in volto, e ospita altri ebrei, quindi è nemico della Grande Germania. Nulla di tutto questo le appartiene più. Attendete ordini". Tutti furono rinchiusi in una stanza, tremanti di paura e nutriti a stento con pane e brodaglia.  Si respiravano l'odio e la menzogna che avvelenava le coscienze. "Come ti chiami? mi chiese un giorno un soldato giovanissimo, forse diciottenne. Tu, ebrea, disse, un giorno ti sposerai, avrai bambini ebrei, nostri grandi nemici". Uno di quegli aguzzini, un ufficiale, sarebbe diventato dopo la guerra un imprtante dirigente di una nota casa di produzione di bibite. "Da quando l'ho saputo, non ne ho più bevuto una goccia".Quando le SS portarono via il papà di Becky, il console turco lo salvò andando a pestare i pugni sul tavolo del comandante nazista a Baveno perchè la Turchia era neutrale e i suoi cittadini andavano rispettati.  Becky potè non solo riabbracciare il padre, ma anche lasciare con i familiari la stanza divenuta la prigione degli ebrei, pur restando "ai domiciliari" nell'albergo. Ma il 22 settembre le SS cominciarono a prelevare gli adulti per ammazzarli, compresi i genitori dei giovani Fernandez, di cui Becky, riconobbe i cadaveri sfigurati, gettati nel lago dai nazisti e ritrovati da alcuni pescatori.  Poco tempo dopo fu la volta degli altri, anziani e giovani. "Fu il nonno Fernandez a dirmi addio: Becky, mi disse, credo che non ci vedremo più. Era l'intuito di chi ha vissuto a lungo. I loro cadaveri non furono ripescati, le SS gli avevano applicato dei pesi al collo dopo averli gettati in acqua. Si ritrovarono solo degli abiti di Blanchette, una scarpa di John e poco altro".In seguito il console turco scongiurò i Behar di mettersi in salvo abbandonando tutto, perchè la Turchia avrebbe potuto schierarsi con gli Alleati facendo perdere loro anche quel minimo di protezione che lui poteva garantire. "Fuggimmo senza soldi nè documenti attraverso il lago, grazie a dei pescatori. Fu solo a fine novembre che raggiungemmo la Svizzera e la salvezza". Tanti altri, che vedevano la Confederazione come l'ultimo rifugio, non ebbero questa fortuna.Questa è la signora Becky Behar, che ha vissuto realmente quei giorni drammatici ed ha fortemente contestato l’immagine che di lei viene data nella sceneggiatura di Pasquale Squitieri, tratta dal saggio di Marco Nozza. Nel film il nome della famiglia è stato cambiato con uno molto simile:  Benar, e per esigenze narrative, sono stati inseriti alcuni personaggi di fantasia e altri completamente reinterpretati: per esempio la bella donna tedesca, Liselotte Rosenberg, presentata come un'eroina antinazista, mentre nel libro di Nozza e dalle testimonianze dirette, è  una persona dapprima solo ambigua, poi decisamente squallida. La signora Behar, la "vera" Noa del film, dopo l'anteprima milanese, ha letto di fronte a una platea commossa tutti i nomi delle vittime della strage. Persone, non personaggi. "Io vado a portare la mia testimonianza nelle scuole e dico di non odiare. Nemmeno noi ebrei dobbiamo odiare, nemmeno noi che abbiamo sofferto così tanto. Quando noi sopravvissuti non ci saremo più, ci sarete voi e direte con Levi: "ricordate che questo è stato" . Perché non possa essere più".Una pagina veramente drammatica della storia italiana ingiustamente trascurata, dunque,  ma nel film trasformata ed edulcorata, purtroppo. Per saperne di più,comunque,  oltre al libro Hotel Meina di Nozza, vi è anche un documento prezioso per conoscere i fatti storici avvenuti sul Lago Maggiore nel 1943,   il libro "La strage dimenticata" ,edizioni Interlinea, 2003, che non conoscevo, ma che acquisterò prestissimo