Le Urla del Silenzio, The Killing Fields, del regista Roland Joffré, con Sam Waterston, Tom Bird, Julian Sands, John Malkovich, è un film del 1984 che ho visto molti anni fa ma che non ho mai dimenticato. Tratto dal romanzo "La morte e la vita di Dith Pran" di Sydney Schanberg, premiato con 3 Oscar, per l'attore non protagonista H.S. Ngor, per la fotografia di Chris Menges e per il montaggio di Jim Clark, racconta la storia di un ex corrispondente del NY Times in Cambogia, Schanberg, che cercò in tutti i modi di salvare il suo 'stringer' locale, all'inizio degli anni 70, dopo la conquista del potere da parte dei Khmer rossi di Pol Pot, quando le popolazioni intellettuali vennero mandate a lavorare nei campi, e vi fu un vero e proprio genocidio con circa 3 milioni di morti su 7 milioni di popolazione effettivaDith Pran, un laureato in chirurgia, all'inizio guida ed interprete del giornalista americano, riuscì a portare in salvo Schanberg all'ambasciata francese nell'aprile del 1975, quando i Khmer rossi intrapresero una vera e propria caccia allo straniero. Solo il giornalista del Times riuscì a prendere l'aereo per gli Usa, il suo assistente finì invece nei campi di lavoro, una volta scoperto che il suo passaporto era falso ed era cambogiano. Dopo anni di condizioni di vita al limite dell'insopportabile, Dith fuggì in Thailandia, dove si rifugiò in un campo profughi della Croce Rossa e nel 1979 andò finalmente negli Stati Uniti, dove lo aspettava l'amico Un film tragico, con scene memorabili ed indimenticabili, che ricostruisce alla perfezione l'atmosfera della capitale cambogiana nella prima metà degli anni 70, sospesa tra un passato detestato e un futuro incerto. Bellissime e tragiche insieme le sequenze che ricostruiscono la visita a Neak Luong appena bombardata o l'arresto dei giornalisti e la suspence sulla loro sorte, il tentativo fallito della falsificazione del passaporto di Pran e la consegna dei collaborazionisti ai khmer rossi. Ma sono soprattutto le scene dell'evacuazione di Phnom Penh, dove Joffré fa scorrere la cinepresa tra la folla come se fosse una telecamera a mano, e le immagini macabre delle migliaia di teschi delle vittime uccise, ammucchiati in grandi pigne, sono quelle che mi sono rimaste più impresse nella memoria Ma chi furono dunque i Khmer rossi e perchè agirono così in Cambogia?Di sicuro un inconscio meccanismo di vendetta contro l'ideologia assassina e rapinatrice dell'imperialismo fu tra le cause della follia omicida dei khmer , ma il nazionalismo esasperato del Kampuchea democratico, il nome ufficiale della Cambogia di Pol Pot, nacque anche da altri fattoriMichael Vickery, nel suo saggio “Cambogia 1975-82” affermò che la comprensione di una tragedia di simili proporzioni non può prescindere dalla comprensione della realtà di tutto un paese. Vickery esplorò, accanto alla Cambogia delle città, la Cambogia fertile di riso e di fede buddista attorno al lago Tonle Sap, e la Cambogia delle isolate province sud - occidentali, terre di arbitrio, violenza e povertà, e non casuale scuola dei quadri della rivoluzione. Liberando e inquadrando le spinte primitive dei contadini poveri e analfabeti, Pol Pot, Khieu Samphan e altri intellettuali, educati alla Sorbona e al culto dell'estetismo radicale, riuscirono a comporre un esercito di fanatici vestiti di cotone nero e con una fascia a quadretti rossi e bianchi, pronti ad inseguire un'aberrante concezione di comunismo teso a distruggere con la proprietà privata anche la religione, l'organizzazione statale, la struttura familiare, e addirittura la memoria individuale, chiamata la “malattia dei ricordi”, che i bambini - guerriglieri diagnosticarono agli adulti. Un regime del terrore feroce e sanguinario che poté agire nel silenzio e nella complicità muta degli stati occidentali e degli USA; complicità ed indifferenza ben evidenziate e denunciate dal filmProprio nei giorni scorsi è morto Dith Pran, all'età di 65 anni. Lo ha annunciato il suo collega del New York Times, dove Pran ha lavorato come fotografo dopo avere lasciato la Cambogia dei Khmer rossi, Sidney Schanberg, premio Pulitzer nel 1976 e coprotagonista del film. Pran, che lottava da mesi contro un tumore al pancreas, è morto in un ospedale del New Jersey, con accanto a sè la moglie. Fu lui, con il proprio coraggio, che fece conoscere gli orrori dei “killing fields”, i "campi della morte", di Pol Pot prima con il suo libro e successivamente con il film premio Oscar . Se ne è andato con un solo grande rimpianto; di non avere visto Pol Pot ( morto alcuni anni fa in modo misterioso) processato e chiamato a rispondere dei due milioni di innocenti, a volte colpevoli soltanto di possedere un orologio da polso o un diploma di scuola media, segni di sfacciata ricchezza borghese e di acculturazione occidentale, uccisi dalla sua follia di pazzo fanatico. Fu proprio nell'aprile 1975, 33 anni fa che sembrano lontani un millennio, che i Khmer Rouge di Saloth Sar, alias Pol Pot, alias "Il Grande Zio", alias "Il Primogenito", presero il controllo della Cambogia, da lui ribattezzata Kampuchea, e proclamarono quell'anno "l'Anno Zero" della costruzione di un comunismo rurale e primitivista, capace di purgare tutte le influenza tossiche dell'Occidente che la guerra fra il vicino Vietnam e gli Stati Uniti avevano iniettato in una terra dolce e mite come fino alla guerra era stata la Cambogia . Dith, che aveva assistito Schanberg nelle sue corrispondenze dalla capitale Phnom Penh e aveva salutato sul New York Times il ritiro degli americani nel 1973 come "l'avvento di un tempo di libertà e di pace per questa regione" dovette constatare ben presto e direttamente sulla propria pelle di quale pace e libertà fossero portatori i primitivisti del "Grande Zio". Mentre migliaia, e poi milioni, di cambogiani, venivano tradotti in marce forzate, verso le risaie, i campi, i gulag dove sarebbe stato rieducati a colpi di bambù, di esecuzioni sommarie, di lavoro manuale 24 ore al giorno e di diete a base di una ciotola di acqua della bollitura del riso con qualche chicco di grano sparso dentro, Dith Pran fu macchiato indelebilmente dalla collaborazione con un "imperialista" e quindi sospettato di essere un uomo della Cia, o del Kgb, perché la paranoia di Pol Pot non risparmiava neppure i traditori sovietici. Per 5 anni, osservando lo sterminio di un popolo senza altra colpa se non quella di essersi trovato come la noce nella morsa dello schiaccianoci della Guerra Fredda diventata nel sudest asiatico rovente, quel piccolo uomo, che arrivò a pesare 40 chili, sopravvisse, documentò, registrò e portò poi in Thailandia, dopo una marcia di mesi nella giungla tropicale, il ricordo di quei killing fields, come lui li battezzò, dei campi della morte dove un terzo della popolazione cambogiana lasciò la vita. Vinse in seguito importanti premi giornalistici e fotografici, divenne ambasciatore di buona volontà per l'Onu, battendosi per ricordare quella e altre tragedie delle ideologie, dei fondamentalismi di tutte le religioni militanti e dell'odio. Ma soprattutto, Dith Pran, che vide un proprio collega sopravvissuto ai "campi" ucciso in una rapina nel Bronx e che fu lui stesso aggredito e derubato uscendo dopo un turno di notte al servizio fotografico del Times, fu uno dei più devastanti colpi inferti a quei miti del "comunismo asiatico" che prima le Guardie Rosse di Mao e poi i Vietcong di Ho Chi Minh avevano creato, in chi non li doveva vivere di persona. Furono proprio le truppe del Vietnam ormai riunificato sotto il controllo del Nord, spinto da Mosca, a intervenire e a spazzare via Pol Pot e i Khmer nel 1978, mentre il piccolo uomo che aveva aperto la gabbia di bambù e svelato il massacro, si sposava a New York, aveva tre figli e una decina di nipoti, si vedeva onorato e riconosciuto per quello che era, un eroe modesto della virtù più difficile, la testimonianza giornalistica in prima persona. Nessuno saprà mai esattamente quanti innocenti esseri umani siano stati annientati dalle allucinazioni egalitariste e primitiviste dei Khmer. Si va dai 2 milioni e 300 mila calcolati dal francese Francois Ponchaud agli 800 mila dati dallo stesso Pol Pot. "Noi cambogiani - disse il fotografo che demolì un silenzio - sappiamo che il corpo è soltanto una scatoletta di legno fradicia, dalla quale l'anima prima o poi volerà via come un uccello finalmente libera" . La sua ultima foto lo mostra consunto, ma ancora e sempre sorridente. "Mi addolora soltanto non avere mai potuto vedere Pol Pot processato davanti al mondo". Si era sempre considerato uno di quelli che sopravvivono sempre anche al più sistematico e puntiglioso degli stermini ed era l'incubo di despoti e massacratori : era infatti "quello che torna da loro inferno per raccontarci come è fatto".
Le Urla del Silenzio
Le Urla del Silenzio, The Killing Fields, del regista Roland Joffré, con Sam Waterston, Tom Bird, Julian Sands, John Malkovich, è un film del 1984 che ho visto molti anni fa ma che non ho mai dimenticato. Tratto dal romanzo "La morte e la vita di Dith Pran" di Sydney Schanberg, premiato con 3 Oscar, per l'attore non protagonista H.S. Ngor, per la fotografia di Chris Menges e per il montaggio di Jim Clark, racconta la storia di un ex corrispondente del NY Times in Cambogia, Schanberg, che cercò in tutti i modi di salvare il suo 'stringer' locale, all'inizio degli anni 70, dopo la conquista del potere da parte dei Khmer rossi di Pol Pot, quando le popolazioni intellettuali vennero mandate a lavorare nei campi, e vi fu un vero e proprio genocidio con circa 3 milioni di morti su 7 milioni di popolazione effettivaDith Pran, un laureato in chirurgia, all'inizio guida ed interprete del giornalista americano, riuscì a portare in salvo Schanberg all'ambasciata francese nell'aprile del 1975, quando i Khmer rossi intrapresero una vera e propria caccia allo straniero. Solo il giornalista del Times riuscì a prendere l'aereo per gli Usa, il suo assistente finì invece nei campi di lavoro, una volta scoperto che il suo passaporto era falso ed era cambogiano. Dopo anni di condizioni di vita al limite dell'insopportabile, Dith fuggì in Thailandia, dove si rifugiò in un campo profughi della Croce Rossa e nel 1979 andò finalmente negli Stati Uniti, dove lo aspettava l'amico Un film tragico, con scene memorabili ed indimenticabili, che ricostruisce alla perfezione l'atmosfera della capitale cambogiana nella prima metà degli anni 70, sospesa tra un passato detestato e un futuro incerto. Bellissime e tragiche insieme le sequenze che ricostruiscono la visita a Neak Luong appena bombardata o l'arresto dei giornalisti e la suspence sulla loro sorte, il tentativo fallito della falsificazione del passaporto di Pran e la consegna dei collaborazionisti ai khmer rossi. Ma sono soprattutto le scene dell'evacuazione di Phnom Penh, dove Joffré fa scorrere la cinepresa tra la folla come se fosse una telecamera a mano, e le immagini macabre delle migliaia di teschi delle vittime uccise, ammucchiati in grandi pigne, sono quelle che mi sono rimaste più impresse nella memoria Ma chi furono dunque i Khmer rossi e perchè agirono così in Cambogia?Di sicuro un inconscio meccanismo di vendetta contro l'ideologia assassina e rapinatrice dell'imperialismo fu tra le cause della follia omicida dei khmer , ma il nazionalismo esasperato del Kampuchea democratico, il nome ufficiale della Cambogia di Pol Pot, nacque anche da altri fattoriMichael Vickery, nel suo saggio “Cambogia 1975-82” affermò che la comprensione di una tragedia di simili proporzioni non può prescindere dalla comprensione della realtà di tutto un paese. Vickery esplorò, accanto alla Cambogia delle città, la Cambogia fertile di riso e di fede buddista attorno al lago Tonle Sap, e la Cambogia delle isolate province sud - occidentali, terre di arbitrio, violenza e povertà, e non casuale scuola dei quadri della rivoluzione. Liberando e inquadrando le spinte primitive dei contadini poveri e analfabeti, Pol Pot, Khieu Samphan e altri intellettuali, educati alla Sorbona e al culto dell'estetismo radicale, riuscirono a comporre un esercito di fanatici vestiti di cotone nero e con una fascia a quadretti rossi e bianchi, pronti ad inseguire un'aberrante concezione di comunismo teso a distruggere con la proprietà privata anche la religione, l'organizzazione statale, la struttura familiare, e addirittura la memoria individuale, chiamata la “malattia dei ricordi”, che i bambini - guerriglieri diagnosticarono agli adulti. Un regime del terrore feroce e sanguinario che poté agire nel silenzio e nella complicità muta degli stati occidentali e degli USA; complicità ed indifferenza ben evidenziate e denunciate dal filmProprio nei giorni scorsi è morto Dith Pran, all'età di 65 anni. Lo ha annunciato il suo collega del New York Times, dove Pran ha lavorato come fotografo dopo avere lasciato la Cambogia dei Khmer rossi, Sidney Schanberg, premio Pulitzer nel 1976 e coprotagonista del film. Pran, che lottava da mesi contro un tumore al pancreas, è morto in un ospedale del New Jersey, con accanto a sè la moglie. Fu lui, con il proprio coraggio, che fece conoscere gli orrori dei “killing fields”, i "campi della morte", di Pol Pot prima con il suo libro e successivamente con il film premio Oscar . Se ne è andato con un solo grande rimpianto; di non avere visto Pol Pot ( morto alcuni anni fa in modo misterioso) processato e chiamato a rispondere dei due milioni di innocenti, a volte colpevoli soltanto di possedere un orologio da polso o un diploma di scuola media, segni di sfacciata ricchezza borghese e di acculturazione occidentale, uccisi dalla sua follia di pazzo fanatico. Fu proprio nell'aprile 1975, 33 anni fa che sembrano lontani un millennio, che i Khmer Rouge di Saloth Sar, alias Pol Pot, alias "Il Grande Zio", alias "Il Primogenito", presero il controllo della Cambogia, da lui ribattezzata Kampuchea, e proclamarono quell'anno "l'Anno Zero" della costruzione di un comunismo rurale e primitivista, capace di purgare tutte le influenza tossiche dell'Occidente che la guerra fra il vicino Vietnam e gli Stati Uniti avevano iniettato in una terra dolce e mite come fino alla guerra era stata la Cambogia . Dith, che aveva assistito Schanberg nelle sue corrispondenze dalla capitale Phnom Penh e aveva salutato sul New York Times il ritiro degli americani nel 1973 come "l'avvento di un tempo di libertà e di pace per questa regione" dovette constatare ben presto e direttamente sulla propria pelle di quale pace e libertà fossero portatori i primitivisti del "Grande Zio". Mentre migliaia, e poi milioni, di cambogiani, venivano tradotti in marce forzate, verso le risaie, i campi, i gulag dove sarebbe stato rieducati a colpi di bambù, di esecuzioni sommarie, di lavoro manuale 24 ore al giorno e di diete a base di una ciotola di acqua della bollitura del riso con qualche chicco di grano sparso dentro, Dith Pran fu macchiato indelebilmente dalla collaborazione con un "imperialista" e quindi sospettato di essere un uomo della Cia, o del Kgb, perché la paranoia di Pol Pot non risparmiava neppure i traditori sovietici. Per 5 anni, osservando lo sterminio di un popolo senza altra colpa se non quella di essersi trovato come la noce nella morsa dello schiaccianoci della Guerra Fredda diventata nel sudest asiatico rovente, quel piccolo uomo, che arrivò a pesare 40 chili, sopravvisse, documentò, registrò e portò poi in Thailandia, dopo una marcia di mesi nella giungla tropicale, il ricordo di quei killing fields, come lui li battezzò, dei campi della morte dove un terzo della popolazione cambogiana lasciò la vita. Vinse in seguito importanti premi giornalistici e fotografici, divenne ambasciatore di buona volontà per l'Onu, battendosi per ricordare quella e altre tragedie delle ideologie, dei fondamentalismi di tutte le religioni militanti e dell'odio. Ma soprattutto, Dith Pran, che vide un proprio collega sopravvissuto ai "campi" ucciso in una rapina nel Bronx e che fu lui stesso aggredito e derubato uscendo dopo un turno di notte al servizio fotografico del Times, fu uno dei più devastanti colpi inferti a quei miti del "comunismo asiatico" che prima le Guardie Rosse di Mao e poi i Vietcong di Ho Chi Minh avevano creato, in chi non li doveva vivere di persona. Furono proprio le truppe del Vietnam ormai riunificato sotto il controllo del Nord, spinto da Mosca, a intervenire e a spazzare via Pol Pot e i Khmer nel 1978, mentre il piccolo uomo che aveva aperto la gabbia di bambù e svelato il massacro, si sposava a New York, aveva tre figli e una decina di nipoti, si vedeva onorato e riconosciuto per quello che era, un eroe modesto della virtù più difficile, la testimonianza giornalistica in prima persona. Nessuno saprà mai esattamente quanti innocenti esseri umani siano stati annientati dalle allucinazioni egalitariste e primitiviste dei Khmer. Si va dai 2 milioni e 300 mila calcolati dal francese Francois Ponchaud agli 800 mila dati dallo stesso Pol Pot. "Noi cambogiani - disse il fotografo che demolì un silenzio - sappiamo che il corpo è soltanto una scatoletta di legno fradicia, dalla quale l'anima prima o poi volerà via come un uccello finalmente libera" . La sua ultima foto lo mostra consunto, ma ancora e sempre sorridente. "Mi addolora soltanto non avere mai potuto vedere Pol Pot processato davanti al mondo". Si era sempre considerato uno di quelli che sopravvivono sempre anche al più sistematico e puntiglioso degli stermini ed era l'incubo di despoti e massacratori : era infatti "quello che torna da loro inferno per raccontarci come è fatto".