Edward Sheriff Curtis ebbe per tutta la vita un sogno che inseguì come un'ossessione . Fotografo, ma anche scrittore, cineasta ed etnografo, morto completamente dimenticato, oggi è considerato un genio. In trent’anni scattò decine di migliaia di dagherrotipi agli indiani d’America, lasciando ai posteri l’ultima testimonianza di una civiltà al tramonto. Nel 140° anniversario della nascita di Curtis, è uscito un libro di sue immagini bellissime - 128 pagine, 56 illustrazioni, 29,95 euro, pubblicato in inglese da Phaidon, ma disponibile anche in Italia - mentre la Biennale di fotografia di Brescia propone fino al 14 settembre una mostra delle sue opere. Curtis iniziò a fare il fotografo a Seattle alla fine dell ‘800, con un apparecchio costruito con le sue proprie mani. Ma si stancò presto di ritrarre fidanzati o borghesi. Cercava la natura, l’avventura, la grande frontiera. Nel 1900, durante una spedizione in Montana tra i Piedi Neri, che si radunavano per la Danza del sole, capì che i nativi americani, un tempo guerrieri, liberi padroni di un paradiso, si sarebbero estinti.E decise di rendere omaggio alla loro passata grandezza con la fotografia.Iniziò così a cercare ciò che restava delle ultime tribù, dai Sioux agli Apaches, ai Navajo. Viaggiò per 65mila km con ogni mezzo, immortalando canyon e tende, sciamani e guerrieri, donne che raccoglievano bacche e cacciatori di orsi, danze magiche e volti fieri di capi vinti, ma mai domati, come Geronimo o Capo Giuseppe. Con un rudimentale fonografo registrò su rulli di cera anche racconti, canzoni, miti, per salvare anche la loro lingua. La sua missione era far conoscere quella civiltà al tramonto. L’America che inseguiva la ricchezza, senza preoccuparsi della nostalgia o della storia degli sconfitti, rimase indifferente agli uomini con la pelle rossa, ormai disarmati, ma sempre alteri nello sguardo, nelle bocche piegate in smorfie di superiorità verso i vincitori. Tutt’al più gli americani s’interessavano al West da circo di Buffalo Bill, con gli indiani in veste di pagliacci. Curtis non si diede mai per vinto. Senza un centesimo in tasca otteneva fondi da mecenati importanti, poi li sperperava incapace di scendere a patti con il pragmatismo. Conquistò l’amicizia del presidente Roosevelt scattandogli foto bellissime. Conobbe il banchiere John Pierpont Morgan, che s’appassionò all’impresa: non gli bastarono nemmeno i suoi assegni. Nel 1907 pubblicò il primo volume della serie «The North American Indian». Libri raffinatissimi, rilegati a mano in pelle, che vendevano appena duecento copie. Ne pubblicò venti, fino al 1930, costruendo un gigantesco monumento enciclopedico alla civiltà indiana. Sempre senza un soldo, provò col cinema, facendo l’operatore con De Mille per "I dieci comandamenti". Girò un film tutto suo, "Nella terra dei cacciatori di teste" con protagonisti entusiasti gli indiani Kwakiutl dell’Alaska, che davanti alle cineprese recitavano guerre, danze, rituali proibiti dal governo. Ma anche quel progetto fu un fallimento commerciale. A 24 anni aveva sposato la bella Clara Phillips, da cui ebbe quattro figli. Ma lei si stancò di un marito che aveva solo indiani per la testa, sempre in giro tra praterie e deserti, ed ottenne il divorzio. Grazie agli avvocati, ottenne dal tribunale anche il possesso delle sue fotografie. Ma lui le bruciò in un falò piuttosto che cederle.Al ritorno da un viaggio fu anche arrestato perché non versava gli alimenti all’ex moglie da sette anni. Morì solitario, accudito dalla figlia Beth, pieno di acciacchi e dimenticato. Scrisse a sprazzi, ma non pubblicò mai un’autobiografia. Se si guardava indietro non aveva rimpianti. Avrebbe ricominciato tutto da capo. Capiva però che il suo «sogno era stato troppo grande per afferrarlo tutto». Ed era lentamente svanito insieme alle tribù che aveva tanto amato