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Al centro dei combattimenti


Regista di film culto come Point break e Strange days, Kathryn Bigelow  è tornata dietro la macchina da presa per un film The hurt locker, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, che è la cronaca diretta dall’incubo di un conflitto che per molti soldati è diventato una droga senza la quale è impossibile vivere. Nel film infatti la guerra è descritta dal punto di vista più estremo, quello dei volontari che scelgono di andare in Iraq per disinnescare bombe capaci di provocare morte fino a 300 metri di distanza. Ecco cosa dice in un intervista la regista statunitense riguardo al contenuto così particolare di questo suo film:«L’unità speciale che si occupa di esplosivi ha naturalmente un tasso di morte elevatissimo, nonostante questo le persone che decidono di farne parte finiscono per provare una sorta di attrazione verso quel tipo di lavoro, tanto da non poter pensare di fare altro». Un eroismo che arriva ai limiti della follia dunque. «Salvare la vita delle persone ha un costo emotivo molto forte, il prezzo che si paga è soprattutto psicologico». Non si può tornare indietro dall’inferno. «La guerra in Iraq è profondamente diversa da quella in Vietnam, sia per la presenza dei volontari che per il ruolo fondamentale degli esplosivi. In America non se ne parla abbastanza, per questo ho girato con l’obiettivo di portare il pubblico al centro del combattimento».Per la Bigelow «The hurt locker» è anche un punto di svolta professionale. «In questo momento della mia vita sento molto forte la necessità di impegnarmi nell’attualità. E mi ritengo fortunata: ho sempre lottato duramente per poter filmare un certo tipo di storie, se mi si dice di no torno all’attacco, lavorare a Hollywood non è affatto semplice, ma io sono riuscita a muovermi seguendo i miei interessi». Sembra  che abbia molto pesato, nel nuovo corso della Bigelow, l’incontro con il reporter Mark Boal che, di ritorno da una missione in Iraq, ha parlato alla regista degli specialisti delle bombe e che ha poi scritto la sceneggiatura del film. «Sono stato a Baghdad per varie settimane - ha raccontato Boal - ho parlato con le persone che fanno quel lavoro, in termini di paga prendono un extra per i rischi a cui si sottopongono, ma la loro è sempre una questione personale, di scelta». Secondo Boal la percezione della guerra, negli ultimi tempi in Usa, «è cambiata, ormai tutti si sono convinti dell’assoluta inutilità della campagna in Iraq».Il film è stato realizzato in Giordania, a cinque chilometri di distanza dal confine iracheno. «Volevamo offrire il massimo di autenticità possibile, dare il senso reale dell’esperienza vissuta dai nostri soldati. Ci interessava sottolineare la futilità di questa come di tutte le altre guerre del mondo». Del cast fanno parte diversi profughi iracheni.«Le loro facce, le voci, i dialoghi, sono presi direttamente dalla realtà. Avrei volto visitare meglio il loro Paese, prima delle riprese, ma mi hanno detto che non era il caso, c’erano troppi cecchini in giro». Gli attori,  Jeremy Renner, Guy Pearce, Ralph Fiennes, che fa una brevissima apparizione nel ruolo del caposquadra dei mercenari, hanno affrontato «un lungo addestramento, di tipo quasi militare e questo gli ha permesso di accumulare esperienze molto utili alla riuscita del film». Come altri registi e interpreti in gara alla Mostra, anche la Bigelow è reduce dalla convention del candidato Obama. «L’ho sentito parlare e sono convinta che debba diventare il nostro prossimo presidente».Speriamo che le sue parole siano profetiche e che Obama possa davvero diventarlo!!!