dreams

Post N° 48


Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire; or son venuto  là dove molto pianto mi percuote.  Io venni in loco d'ogne luce muto,  che mugghia come fa mar per tempesta,   se da contrari venti è combattuto.   La bufera infernal, che mai non resta,   mena li spirti con la sua rapina;   voltando e percotendo li molesta.    Quando giungon davanti a la ruina,     quivi le strida, il compianto, il lamento;     bestemmian quivi la virtù divina.    Intesi ch'a così fatto tormento     enno dannati i peccator carnali,      che la ragion sommettono al talento.     E come li stornei ne portan l'ali     nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali    di qua, di là, di giù, di sù li mena;    nulla speranza li conforta mai,     non che di posa, ma di minor pena.     E come i gru van cantando lor lai,     faccendo in aere di sé lunga riga,    così vid'io venir, traendo guai,     ombre portate da la detta briga;     per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle      genti che l'aura nera sì gastiga?».       «La prima di color di cui novelle        tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,       «fu imperadrice di molte favelle.       A vizio di lussuria fu sì rotta,       che libito fé licito in sua legge,       per tòrre il biasmo in che era condotta.       Ell'è Semiramìs, di cui si legge       che succedette a Nino e fu sua sposa:       tenne la terra che 'l Soldan corregge.       L'altra è colei che s'ancise amorosa,       e ruppe fede al cener di Sicheo;       poi è Cleopatràs lussuriosa.       Elena vedi, per cui tanto reo        tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,        che con amore al fine combatteo.         Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille          ombre mostrommi e nominommi a dito,          ch'amor di nostra vita dipartille.         Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito         nomar le donne antiche e ' cavalieri,         pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.        I' cominciai: «Poeta, volontieri         parlerei a quei due che 'nsieme vanno,             e paion sì al vento esser leggieri».             Ed elli a me: «Vedrai quando saranno              più presso a noi; e tu allor li priega              per quello amor che i mena, ed eiverranno».               Sì tosto come il vento a noi li piega,              mossi la voce: «O anime affannate,              venite a noi parlar, s'altri nol niega!».             Quali colombe dal disio chiamate             con l'ali alzate e ferme al dolce nido             vegnon per l'aere, dal voler portate;             cotali uscir de la schiera ov'è Dido,            a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido.           «O animal grazioso e benigno          che visitando vai per l'aere perso          noi che tignemmo il mondo di sanguigno,         se fosse amico il re de l'universo,          noi pregheremmo lui de la tua pace,         poi c'hai pietà del nostro mal perverso.         Di quel che udire e che parlar vi piace,         noi udiremo e parleremo a voi,        mentre che 'l vento, come fa, ci tace.       Siede la terra dove nata fui        su la marina dove 'l Po discende       per aver pace co' seguaci sui.       Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende       prese costui de la bella persona      che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.        Amor, ch'a nullo amato amar perdona,     mi prese del costui piacer sì forte,     che, come vedi, ancor non m'abbandona.        Amor condusse noi ad una morte:     Caina attende chi a vita ci spense».     Queste parole da lor ci fuor porte.        Quand'io intesi quell'anime offense,     china' il viso e tanto il tenni basso,     fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».       Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,     quanti dolci pensier, quanto disio     menò costoro al doloroso passo!».        Poi mi rivolsi a loro e parla' io,     e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri     a lagrimar mi fanno tristo e pio.        Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,     a che e come concedette amore     che conosceste i dubbiosi disiri?».        E quella a me: «Nessun maggior dolore     che ricordarsi del tempo felice     ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.        Ma s'a conoscer la prima radice     del nostro amor tu hai cotanto affetto,     dirò come colui che piange e dice.        Noi leggiavamo un giorno per diletto     di Lancialotto come amor lo strinse;     soli eravamo e sanza alcun sospetto.        Per più fiate li occhi ci sospinse     quella lettura, e scolorocci il viso;     ma solo un punto fu quel che ci vinse.        Quando leggemmo il disiato riso       esser basciato da cotanto amante,         questi, che mai da me non fia diviso,la bocca mi basciò tutto tremante.Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:       quel giorno più non vi leggemmo avante».      Mentre che l'uno spirto questo disse,     l'altro piangea; sì che di pietade    io venni men così com'io morisse.       E caddi come corpo morto cade. CANTO 5 Inferno...Paolo e Francesca