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Creato da ferrarazzo il 15/09/2008
Si tratta di riflessioni su avvenimenti e fatti che accadono quotidianamente su cui ritengo valga la pena di soffermarsi
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Il senso dello Stato?
E' tutto nelle scarpe

Le italiane amano i tacchi, le francesi puntano sul sobrio con le ballerine
Da Siviglia a Helsinki, ogni Paese dell'Unione Europea ha le sue preferenze, tra ballerine, stivaletti e décolleté
Da Cenerentola a «Sex and The City» le donne sono sempre state ossessionate dalle scarpe. E’ una questione strettamente legata all’autostima, che nessuno psicologo ha indagato a fondo. La scarpodipendenza, detta anche Sindrome di Imelda (da Imelda Marcos, ex first lady filippina, 3000 paia) spiega il boom degli acquisti on line: ampia scelta, prezzi scontati, occasioni tutto l’anno. Da Siviglia a Helsinki, lo scambio calzature/denaro vale 50 miliardi di euro, e guai a liquidarlo come superfluo. Spartoo.com, leader europeo dell’e-commerce scarpaceo (15.000 modelli, 400 firme) annuncia di aver venduto un milione e mezzo di paia nel 2011: con le scatole vuote si potrebbe costruire un’altra piramide di Cheope. Nel flusso ininterrotto di ballerine, sandali, décolleté, espadrillas, si esprime, sostiene Spartoo, anche il carattere di una nazione. Credete che le tedesche portino soltanto Birkenstock o scarpe nere tacco cinque/sei come Angela Merkel? Che lo stiletto non sia smerciabile in Lapponia? Sbagliato. Che le italiane siano le più spendaccione? Sbagliatissimo. Sono le francesi, almeno secondo National Trade Sources and Research specialists, Euromonitor, Mintel (dati 2010) con sei paia l’anno, superate soltanto dalle americane. Perché, come insegna Inès de la Fressange, si può risparmiare su tutto, ma non sulle scarpe. Bisogna averne del tipo scenoso, come le Cadillac shoes di Prada sfoggiate dall’ormai emersa Lèa Seydoux, e del tipo comodo, le ballerine, raccomandate oltre che da Inès, da Carla Bruni in versione signora Sarkozy. Una Louboutin, discreta, non troppo alta, alla Christine Lagarde. Poi ci vogliono: una open-toe, un sandalo, una décolleté con il plateau e una senza.
Le inglesi (5,4 paia l’anno) hanno una doppia anima, ben rappresentata da Kate Moss che alterna le Pretty Ballerinas rasoterra alle taccutissime Manolo Blahnik, le Loafer (genere pantofola) borchiate o leopardate agli stivaletti con cinturini e spuntoni punk. Cool Britannia ha un’anima rock, perciò le Dr.Martens non passano mai di moda.
Le italiane, che arrivano poco dopo (5,2) sono folli compratrici di tacchi alti: il 12 è normale. Applicazioni, fiocchi, stringhe, strass, materiali insoliti, mix di vernice e pitone sono graditi. E si spiega perché abbiamo il record europeo (8 per cento, contro il 6,3 delle tedesche e il 7,6 delle francesi) nell’acquisto di scarpe «eleganti», da sera. Le mettiamo anche per un qualunquissimo happy hour. Fa lusso, fa sexy, e studiamo per starci su, al punto che Roberta Rossi, addetta ai lavori e collezionista (2000 paia) si è vista costretta a scrivere «A lezione di tacchi» (Sonzogno), vademecum indispensabile quando si osano i 15 centimetri e oltre.
Le spagnole, coerenti, continuano a preferire zeppe, espadrillas, sughero e corda. Mentre in Olanda e Belgio sono tutti «ciclisti dentro», bio, eco (preferiscono tinte e i materiali naturali, concia vegetale, forme morbide e confortevoli) in Finlandia, quando osano, osano. Fiocchi a pois su tessuto stampato a fiori, ganci, chiodini glam rock. E in Polonia? Comprano meno (tre paia l’anno) e low cost. Amano le scarpe di plastica, oggi decisamente in tendenza, ma da loro di più. Sono coloratissime, ipoallergeniche, alcune al profumo di marshmallow. Il marchio più famoso, «Melissa», è brasiliano. Il materiale, (melflex), riciclabile al cento per cento, è modellato grazie a un processo che riduce i rifiuti quasi a zero. Così, anche con la sostenibilità, siamo a posto.
Resta da capire come mai tanti acquisti on line: le scarpe hanno la paradossale abitudine di far male soltanto fuori dal negozio, e mai dentro, mentre le provi. La formula è semplice: puoi restituirle gratis entro trenta giorni, puoi prendere tre numeri dello stesso modello (36-37-38 ad esempio) e trattenere soltanto la misura giusta. Male che vada, ti fai un giro in salotto, una foto effetto vamp, condividi su Facebook il tronchetto leopardato con cui non usciresti mai e lo rimandi indietro, senza intasare la scarpiera. Oppure lo tieni, visto che è lì. Poi ti fiondi sul sito a cercare qualcosa più portabile. Lavinia Biagiotti, figlia d’arte, autrice del manualetto «Pronto e indossato» (Mondadori) la chiamerebbe Fashion Therapy. O Shoes Therapy, chissà.
Commento personale: sono molto felice di essere fuori moda. Uso scarpe basse, comode e fatte per camminare...In quanto al senso dello Stato, non lo abbino certamente ad una cosa così "pedestre" ma ad altro, molto più profondo e sentito.
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