Erlebte Rede

Incubo a matrioska


Ancora assonnata, apre a fatica gli occhi, più per un’inconscia necessità di doverlo fare, che per desiderio consapevole. Automaticamente, va a guardare il braccio sinistro, che tiene alzato: i tagli vanno da sotto il bicipite a metà avambraccio. Nella penombra arancione, qualche goccia di sangue un po’ rappreso cola ancora a fatica sulla pelle, segno evidente di quanto sia recente il gesto.È stordita. Prova ancora una sorta di euforia senza motivo, simile all’allegria successiva ad una bella sbornia.Ma non aveva bevuto, quella sera.Neanche una goccia di alcool.Cazzo, pensa, è successo di nuovo! L’ho fatto ancora e non me lo ricordo, sono pazza, sono lesa, stavolta mi ammazzano… Non volevo, giuro che non volevo, io non volevo davvero. Non è colpa mia.Non è colpa mia!Si alza in fretta, via le coperte. Cazzo, le lenzuola sono macchiate! Il sangue non va via, si ricorda che anche l’ultima volta aveva provato a sistemare le cose in fretta e furia, non c’era tempo. Una spugna umida, un panno sotto il lenzuolo, ma niente. La pubblicità ha ragione. Le macchie di sangue sono le più infide e fetenti dell’orbe terracqueo.Stavolta mi ammazzano, stavolta mi muoiono di crepacuore, stavolta mi prendono a schiaffi e mi fanno rinchiudere. Lo so che lo fanno. Lo so. E non è neanche colpa mia, nemmeno mi ricordo, nemmeno lo volevo, nemmeno sentivo lo schizzo di matto che di solito mi preme nel petto prima di andare a dormire!Non è successo, no. Non può essere successo. Mi sveglio. E si sveglia davvero, col cuore che le rimbalza in gola come la pallina di un flipper vecchio stile.Era un incubo: un cavolo di incubo! Che sollievo. Sono stata brava e non ho fatto niente, non mi taglio più – è un mese domani, proprio domani – e mi ricordo le cose. Vado nel mio letto solo a dormire e non mi alzo più in dormiveglia per ricamarmi un cuore sul gomito e lasciarlo piangere sulle pagine del diario.Che sollievo.Dio, che sollievo!Si guarda il braccio sinistro, senza pensarci.I tagli vanno da sotto il bicipite a metà avambraccio. Nella penombra arancione, qualche goccia di sangue un po’ rappreso cola ancora a fatica sulla pelle, segno evidente di quanto sia recente il gesto.È stordita. Prova ancora una sorta di euforia senza motivo, simile all’allegria successiva ad una bella sbornia.Ma non aveva bevuto, quella sera. Panico. Il risveglio è brusco, di soprassalto.Mi alzo a sedere sul letto, le lenzuola fradice di sudore rotolano pesantemente dal petto alle gambe.Tremo tutta, i capelli appiccicati alle tempie, la pelle d’oca che si rizza sul collo. Ho il braccio sinitro sano. Non tocco il coltello da un mese. É un mese proprio domani.