Ultimamente mi capita spesso di recarmi in una fumeria d’oppio. È un locale finto-povero, finto-trasandato, ma dove sembra che persino i ragni siano stati assoldati e debitamente remunerati per tessere le loro tele in modo studiato. Entro dalla piccola porta in legno, con i vetri smerigliati sempre un po’ giallognoli: dà su di una stradina lastricata in pietra che pare non abbia mail visto il sole.Attraverso con passo regolare lo stretto corridoio: le pareti sono rivestite di un’orrenda tappezzeria rosso scuro, sporca e chiazzata, un unico, lurido specchio incrinato, aggrappato disperatamente alla cornice in legno lisa e stanca, pende dal muro come un povero Cristo in croce.In fondo al corridoio un’altra porta, stavolta a doppio battente ma coi soliti vetri smerigliati, immette nella Sala Grande.In realtà si tratta di un locale mediamente ampio, dal soffitto basso in grosse, vecchie travi di legno. Le finestre sono piccole, le intelaiature cadenti incassate nel muro come se qualcuno ve le avesse scaraventate di forza. Attraverso le tendine, dello stesso, orrendo colore rosso scuro della tappezzeria – e sporche tanto quanto – la luce della strada si riversa restia nel locale, accompagnata dal vociare attutito dei carrettieri e dei proprietari delle bancarelle di frutta e verdura.L’odore dolciastro dell’oppio avvolge ed impregna ogni cosa; le volute di fumo che si levano dai tavolini bassi, circondati da divanetti di seconda mano, si snodano lentamente nell’aria, per unirsi in un denso controsoffitto lattiginoso.I vari tavolini sono divisi da separé di ogni genere: da quello in carta con dipinti in stile giapponese, al grezzo compensato verniciato di giallo e segnato dalle bruciature, al muretto di mattoni innalzato di fresco e coperto malamente da un drappo in panno marrone.Non varco mai la soglia della Sala per più di due passi. Mi appoggio allo stipite sinistro della porta e da lì resto a guardare gli ospiti, intenti alla loro… attività. Molti giacciono riversi sui divanetti, il volto di gomma, gli occhi spalancati e la mente rapita in chissà che realtà; studio le loro espressioni ed i loro vaneggiamenti, gioco tra me e me ad indovinare i loro sogni o i loro incubi prima di percepirli direttamente.Ad ogni modo, preferisco gli incubi. I sogni sono meno stimolanti, meno interessanti. Aspiro il fumo passivo, crogiolandomi nel tepore della Sala e nelle storie che apprendo dalle menti offuscate dall’oppio. Un giovane, in particolare, attira sempre la mia attenzione. Si chiama Samuel. Lui mi piace. È un creativo. Immerso nei fumi dell’oppio fino al collo, racconta e vive in prima persona la storia di un vecchio marinaio. Parla anche di me – a volte ho l’impressione che mi veda, nonostante lo stordimento della droga. O forse, proprio per quello.Intanto io attendo, perché questo è il mio lavoro. Paziente. Preciso.Una giovane donna dalle guance pesantemente truccate si alza lentamente in piedi, barcolla. Indossa un vestito bordeaux, riccamente decorato ai polsi ed alla profonda scollatura da preziosi merletti bianchi. Si vede che è di buona famiglia. Mi chiedo come sia finita qui. La guardo stramazzare al suolo e cozzare violentemente la testa contro il muretto-separé. Il fermaglio dorato che le tratteneva i capelli neri e lisci come l’acqua si rompe nell’impatto, una parte si pianta nel cranio. Il sangue che sgorga dalle ferite si va mescolare con il rossetto che copre le labbra, dischiuse in un sorriso stranito. Mentre due bestioni in maniche di camicia trascinano rapidamente il corpo fuori dalla stanza, mi stacco dallo stipite e vado verso la donna, che si guarda intorno confusa e spaesata.La mia voce è dolce, quando le rivolgo la parola.“Sei morta, Roxane. Vieni con me.”Roxane ora mi vede. Guarda il suo corpo sparire, trascinato nel retro della fumeria. Sento che le sue emozioni iniziano a mescolarsi ed a vorticare come le immagini di un carosello, mentre studia le chiazze di sangue lasciate dalla sua testa spaccata.Trema piano piano, mentre la stringo dolcemente al petto. È ora di andare.
Caronte 2000
Ultimamente mi capita spesso di recarmi in una fumeria d’oppio. È un locale finto-povero, finto-trasandato, ma dove sembra che persino i ragni siano stati assoldati e debitamente remunerati per tessere le loro tele in modo studiato. Entro dalla piccola porta in legno, con i vetri smerigliati sempre un po’ giallognoli: dà su di una stradina lastricata in pietra che pare non abbia mail visto il sole.Attraverso con passo regolare lo stretto corridoio: le pareti sono rivestite di un’orrenda tappezzeria rosso scuro, sporca e chiazzata, un unico, lurido specchio incrinato, aggrappato disperatamente alla cornice in legno lisa e stanca, pende dal muro come un povero Cristo in croce.In fondo al corridoio un’altra porta, stavolta a doppio battente ma coi soliti vetri smerigliati, immette nella Sala Grande.In realtà si tratta di un locale mediamente ampio, dal soffitto basso in grosse, vecchie travi di legno. Le finestre sono piccole, le intelaiature cadenti incassate nel muro come se qualcuno ve le avesse scaraventate di forza. Attraverso le tendine, dello stesso, orrendo colore rosso scuro della tappezzeria – e sporche tanto quanto – la luce della strada si riversa restia nel locale, accompagnata dal vociare attutito dei carrettieri e dei proprietari delle bancarelle di frutta e verdura.L’odore dolciastro dell’oppio avvolge ed impregna ogni cosa; le volute di fumo che si levano dai tavolini bassi, circondati da divanetti di seconda mano, si snodano lentamente nell’aria, per unirsi in un denso controsoffitto lattiginoso.I vari tavolini sono divisi da separé di ogni genere: da quello in carta con dipinti in stile giapponese, al grezzo compensato verniciato di giallo e segnato dalle bruciature, al muretto di mattoni innalzato di fresco e coperto malamente da un drappo in panno marrone.Non varco mai la soglia della Sala per più di due passi. Mi appoggio allo stipite sinistro della porta e da lì resto a guardare gli ospiti, intenti alla loro… attività. Molti giacciono riversi sui divanetti, il volto di gomma, gli occhi spalancati e la mente rapita in chissà che realtà; studio le loro espressioni ed i loro vaneggiamenti, gioco tra me e me ad indovinare i loro sogni o i loro incubi prima di percepirli direttamente.Ad ogni modo, preferisco gli incubi. I sogni sono meno stimolanti, meno interessanti. Aspiro il fumo passivo, crogiolandomi nel tepore della Sala e nelle storie che apprendo dalle menti offuscate dall’oppio. Un giovane, in particolare, attira sempre la mia attenzione. Si chiama Samuel. Lui mi piace. È un creativo. Immerso nei fumi dell’oppio fino al collo, racconta e vive in prima persona la storia di un vecchio marinaio. Parla anche di me – a volte ho l’impressione che mi veda, nonostante lo stordimento della droga. O forse, proprio per quello.Intanto io attendo, perché questo è il mio lavoro. Paziente. Preciso.Una giovane donna dalle guance pesantemente truccate si alza lentamente in piedi, barcolla. Indossa un vestito bordeaux, riccamente decorato ai polsi ed alla profonda scollatura da preziosi merletti bianchi. Si vede che è di buona famiglia. Mi chiedo come sia finita qui. La guardo stramazzare al suolo e cozzare violentemente la testa contro il muretto-separé. Il fermaglio dorato che le tratteneva i capelli neri e lisci come l’acqua si rompe nell’impatto, una parte si pianta nel cranio. Il sangue che sgorga dalle ferite si va mescolare con il rossetto che copre le labbra, dischiuse in un sorriso stranito. Mentre due bestioni in maniche di camicia trascinano rapidamente il corpo fuori dalla stanza, mi stacco dallo stipite e vado verso la donna, che si guarda intorno confusa e spaesata.La mia voce è dolce, quando le rivolgo la parola.“Sei morta, Roxane. Vieni con me.”Roxane ora mi vede. Guarda il suo corpo sparire, trascinato nel retro della fumeria. Sento che le sue emozioni iniziano a mescolarsi ed a vorticare come le immagini di un carosello, mentre studia le chiazze di sangue lasciate dalla sua testa spaccata.Trema piano piano, mentre la stringo dolcemente al petto. È ora di andare.