Erlebte Rede

La medicina buona


É stato come tornare a casa. All’inizio non ero convinta, pensavo che probabilmente lo stavo facendo solo per una questione di orgoglio – mantenere la parola data - anche se, quando ho dato la mia parola, avevo qualche goccia di alcool nel sangue in più del dovuto. Ma questa mi pareva tanto una scusa, e tanto banale… Così povera di credibilità da far venire la ridarella anche a me, al pensiero di prenderla sul serio.E così in data ventinove settembre duemilasette, la dolce fanciulla dai boccoli castani e dal braccio sfregiato si sedette nuovamente al suo pianoforte.Credo siano trascorsi almeno cinque anni dall’ultima volta che ho suonato un brano, e sicuramente parecchi in più da quando il brano in questione apparteneva al mio (ex) repertorio di musica classica.Invece sabato ho alzato il coperchio, ho regolato il seggiolino, ho preso una raccolta di pezzi facili di Franz Schubert, che all’epoca tanto mi piaceva, ed ho scelto un Piccolo Valzer.All’inizio le note arrivavano irregolari, nervose; le dita si muovevano incerte, come una persona che, ritrovatasi improvvisamente senza luce in casa propria, cerca di muoversi seguendo l’istinto ed il tatto, sfiorando oggetti per riconoscerli e calcolando le distanze sulla base di ricordi e sensazioni.Ho suonato per un’ora intera. Onestamente, ora che avevo messo a tacere la coscienza, ero sicura si trattasse di un episodio sporadico, più unico che raro, facilitato dal fatto che ero sola in casa.Invece no. Invece oggi sono tornata a casa per pranzo, ed invece di buttarmi a letto stralunata come al solito, causa la stanchezza perenne che mi si è accumulata addosso in questi mesi, ho sparecchiato veloce e mi son messa di nuovo al piano, quasi senza rendermene conto. Ho ripreso il valzer, ed i maledetti esercizi stronzi di riscaldamento, che tanto odiavo. Scale, accordi, brevi composizioni per sciogliere le dita – e poi di nuovo il Piccolo Valzer, lento, ora più veloce, piano e poi forte.Non so cosa mi sia successo, né cosa mi stia tuttora succedendo. So che mentre suonavo, il braccio non mi prudeva più. Non avevo più voglia di non mangiare, o di bere, o di rimettere, o di ricamarmi il braccio col coltello. Avevo solo voglia di suonare, e di suonare bene.Non avevo freddo, né sonno, non ero stanca, né infelice, né melanconica, né arrabbiata; non ero impaziente, non ero bugiarda, non ero sovreccitata, né assente.Stavo bene. Sto proprio bene.Il mio medico mi ha fatto tornare la voglia di provare.Un amico mi ha fatto tornare la voglia di suonare.Da Roana a Roma, dall'Altopiano ai Sette Colli: grazie.