Ossa, rumore di ossa.Sono un mucchio di ossa croccanti, secche, sbiancate dal sole, slavate dalla pioggia. Mi tiene insieme la forza di non-volontà , la non-voglia di morire di nuovo del tutto. A volte vorrei piangere, ma alle lacrime non è più concesso di sgorgare dalle orbite vuote del mio cranio consunto.Aria su ossa: un sospiro sommesso, che scala le costole, vibra tra i denti e sfrigola uscendo dai buchi del naso. Stiro le ossa delle gambe, le stendo al leggero tepore del sole di questa mattina di marzo. Siamo quasi alla fine, vecchio Generale Inverno.. quasi alla fine, di nuovo.Seduto all’ombra del un tiglio, guardo la mia tomba solitaria, la lapide incrostata dal muschio, la scritta indecifrabile. Chissà come mi chiamavo. La fossa aperta, la terra smossa. Che fatica uscire di lì. Che fatica, nonostante il legno marcio, il terriccio morbido di pioggia.. che terribile fatica, ogni volta.Stanotte verranno, e mi sfasceranno ancora. Stanotte torneranno, tornano ogni notte – con i badili, le forche, i coltelli, le spade ed i bastoni, il fuoco e l’acqua santa. Avranno erbe magiche e unguenti puzzolenti, diranno preci e maledizioni, imprecazioni ed invocazioni. Saranno preti, predoni, uomini, donne, contadini, signori, vecchi e giovani. Mi prenderanno, mi pesteranno, mi romperanno a pezzettini. Mi butteranno di nuovo nella fossa, di nuovo in quella cassa di legno marcescente, mi bruceranno, bruceranno la terra, la povera vecchia lapide sarà nuovamente lambita dalle fiamme, la scritta impercettibile sempre meno visibile. C’era un’incisione, una volta ed un nome. Vorrei solo sapere qual era. Se di uomo o di donna. Se di giovane o vecchio. Se avevo una famiglia. Se avevo un amore.Mi ha destato il profumo, non so dopo quanto tempo dalla mia sepoltura. Non il profumo intenso dei fiori di tiglio: quello di fiori freschi, sul mio petto. Sette rosse ninfee, sette escarboucle che ancora grondavano acqua, deposte con dolcezza, con rimpianto. L’acqua è scesa teneramente a sfiorare le mie ossa secche, aride, assetate, ed al tocco le mie orbite si sono riempite di immagini, le narici di odori, i fori delle orecchie di suoni ovattati.Da allora, ogni giorno, poco dopo l’alba, esco dal mio eterno giaciglio, e mi trascino sotto il tiglio, accanto al biancospino. Mi siedo lì, e aspetto. Aspetto che torni chi mi porta le ninfee, per sapere il mio nome. Perché quando esco, è sempre troppo tardi: il latore di quel dono – chi mi porta alla vita – se ne è già andato, di nascosto, in fretta, in silenzio. Che sia prudente, è naturale: il popolino ha paura. Ha paura di queste quattro ossa addolorate e sole, e quasi ogni sera, fremente, furente, la folla si raduna per seppellirmi rabbiosa, convinta che io sia il Male venuto a tormentarli. Io non faccio niente. Li guardo arrivare, accenno ad un sorriso – ma senza labbra non mi riesce bene – e mi lascio frantumare, senza una piega. Immobile, passivo. Buono, stai buono, mi ripeto. Tanto la farsa finisce presto, e non fa male. Mi rende solo triste, ancora più triste, ancora più solo.Quando l’ultimo pugno di terra viene gettato, l’ultima goccia di acqua santa versata, quando l’ultima preghiera e l’ultima bestemmia si spengono nella notte, io mi addormento, sfinito. Ci vuole tanta pazienza, con i vivi, poverini. Ma al mattino, sette fresche stelle rosse grondano amorevoli acqua sul mio petto – ed ogni mattino, al dolce contatto, le mie ossa ricomposte si fanno strada verso la luce.Sole, pioggia, neve, vento, bruma, lampi, caldo, freddo. Non temo niente, non sento niente. Sento solo l’impossibilità di queste sette ninfee che da mesi, tutti i giorni, mi chiamano alla vita. Sento solo l’amore di queste sette impossibili stelle rosse, che mi strappano alla morte. Da dove vengano, da chi vengano – se da un vivo o da un altro non-morto, io proprio non lo so.Non so nemmeno il mio nome, cercate di capire.Ma so per certo che sono stato molto, molto amato – e so anche, con altrettanta certezza, che voglio amare ancora.
Per sempre
Ossa, rumore di ossa.Sono un mucchio di ossa croccanti, secche, sbiancate dal sole, slavate dalla pioggia. Mi tiene insieme la forza di non-volontà , la non-voglia di morire di nuovo del tutto. A volte vorrei piangere, ma alle lacrime non è più concesso di sgorgare dalle orbite vuote del mio cranio consunto.Aria su ossa: un sospiro sommesso, che scala le costole, vibra tra i denti e sfrigola uscendo dai buchi del naso. Stiro le ossa delle gambe, le stendo al leggero tepore del sole di questa mattina di marzo. Siamo quasi alla fine, vecchio Generale Inverno.. quasi alla fine, di nuovo.Seduto all’ombra del un tiglio, guardo la mia tomba solitaria, la lapide incrostata dal muschio, la scritta indecifrabile. Chissà come mi chiamavo. La fossa aperta, la terra smossa. Che fatica uscire di lì. Che fatica, nonostante il legno marcio, il terriccio morbido di pioggia.. che terribile fatica, ogni volta.Stanotte verranno, e mi sfasceranno ancora. Stanotte torneranno, tornano ogni notte – con i badili, le forche, i coltelli, le spade ed i bastoni, il fuoco e l’acqua santa. Avranno erbe magiche e unguenti puzzolenti, diranno preci e maledizioni, imprecazioni ed invocazioni. Saranno preti, predoni, uomini, donne, contadini, signori, vecchi e giovani. Mi prenderanno, mi pesteranno, mi romperanno a pezzettini. Mi butteranno di nuovo nella fossa, di nuovo in quella cassa di legno marcescente, mi bruceranno, bruceranno la terra, la povera vecchia lapide sarà nuovamente lambita dalle fiamme, la scritta impercettibile sempre meno visibile. C’era un’incisione, una volta ed un nome. Vorrei solo sapere qual era. Se di uomo o di donna. Se di giovane o vecchio. Se avevo una famiglia. Se avevo un amore.Mi ha destato il profumo, non so dopo quanto tempo dalla mia sepoltura. Non il profumo intenso dei fiori di tiglio: quello di fiori freschi, sul mio petto. Sette rosse ninfee, sette escarboucle che ancora grondavano acqua, deposte con dolcezza, con rimpianto. L’acqua è scesa teneramente a sfiorare le mie ossa secche, aride, assetate, ed al tocco le mie orbite si sono riempite di immagini, le narici di odori, i fori delle orecchie di suoni ovattati.Da allora, ogni giorno, poco dopo l’alba, esco dal mio eterno giaciglio, e mi trascino sotto il tiglio, accanto al biancospino. Mi siedo lì, e aspetto. Aspetto che torni chi mi porta le ninfee, per sapere il mio nome. Perché quando esco, è sempre troppo tardi: il latore di quel dono – chi mi porta alla vita – se ne è già andato, di nascosto, in fretta, in silenzio. Che sia prudente, è naturale: il popolino ha paura. Ha paura di queste quattro ossa addolorate e sole, e quasi ogni sera, fremente, furente, la folla si raduna per seppellirmi rabbiosa, convinta che io sia il Male venuto a tormentarli. Io non faccio niente. Li guardo arrivare, accenno ad un sorriso – ma senza labbra non mi riesce bene – e mi lascio frantumare, senza una piega. Immobile, passivo. Buono, stai buono, mi ripeto. Tanto la farsa finisce presto, e non fa male. Mi rende solo triste, ancora più triste, ancora più solo.Quando l’ultimo pugno di terra viene gettato, l’ultima goccia di acqua santa versata, quando l’ultima preghiera e l’ultima bestemmia si spengono nella notte, io mi addormento, sfinito. Ci vuole tanta pazienza, con i vivi, poverini. Ma al mattino, sette fresche stelle rosse grondano amorevoli acqua sul mio petto – ed ogni mattino, al dolce contatto, le mie ossa ricomposte si fanno strada verso la luce.Sole, pioggia, neve, vento, bruma, lampi, caldo, freddo. Non temo niente, non sento niente. Sento solo l’impossibilità di queste sette ninfee che da mesi, tutti i giorni, mi chiamano alla vita. Sento solo l’amore di queste sette impossibili stelle rosse, che mi strappano alla morte. Da dove vengano, da chi vengano – se da un vivo o da un altro non-morto, io proprio non lo so.Non so nemmeno il mio nome, cercate di capire.Ma so per certo che sono stato molto, molto amato – e so anche, con altrettanta certezza, che voglio amare ancora.