Diario clandestino

La palude


L’ambiente che mi circonda adesso è una palude, piena di agi, piena di disagi. Piena di incombenze che mi disgustano. Ieri vedevo queste incombenze come il maggior desiderio, ma ecco, raggiunta quella ‘luce verde’, ci si accorge che ce ne sono altre che forse, possibilmente, probabilmente, tentativamente almeno, sono più allettanti. Ho vagato nei meandri del vuoto esteriore guardando dentro per necessità, scavando, esaltando e maledicendo quelle masserizie spesso inutilizzabili che incontravo. Poi gli ingranaggi sono tornati a girare nel modo consueto ed il modo consueto ha la valenza di un oppio potente, piacevole, lussuoso e lussurioso. Forse il punto è che di questo oppio ho saputo/dovuto disintossicarmi ormai più volte, capendo che inevitabilmente la tavola non può essere sempre sulla cresta dell’onda. Dopo un po’ si ridiscende per venire sommersi da una montagna d’acqua fredda, salata, corrosiva, che brucia le ferite, che ammacca i muscoli, che umilia per l’impotenza che produce. E non riesco più ad illudermi, a correre con il paraocchi. Questo nella professione, in cui la meschinità, il pressapochismo e l’opportunismo sono diventati i valori dominanti. Questo nel sentimento, in cui le parole sono trite, gli amplessi riprodotti sino allo sfinimento, sempre più estremo. Ed il repertorio ormai così ampio è stato recitato in lungo e in largo con molta proprietà, con nonchalance, con mefistofelicità. A volte buttato alle ortiche di fronte a platee ignave. I respiri si susseguono brevi: è questa l’essenza di tutto quello che mi rimane?