Scrivere è gioia. Scrivere è stata un'esigenza e lo è ancora. Scrivere è stato prendere in mano quella sciabola che spesso si tiene nel fodero, evitando di brandirla verso gli altri ma anche (e forse soprattutto) evitando di trafiggersi in un meritato e rituale seppuku. Scrivere è una lavanda gastrica ma anche una colonscopia. Si esplora nel bassofondo e di volta in volta si effettuano biopsie esplorative, laggiù dove c'è il male. Spesso i referti non sono di qualità soddisfacente e bisogna ripetere. Scrivere, scrivere ancora. Scrivere ancora e contraddirsi [e chi se ne frega?]. Scrivere e non essere capiti perchè non si può essere capiti o perchè non si vuole essere capiti o ancor più semplicemente perchè non si riesce neppure a capire sè stessi. Scrivere è il formarsi di una chimera sotto forma di una nuvola di parole che immortalo sul foglio. Scrivere mi ha dato molto e lo faccio da più di tre anni. Quanto è di più intimo è qui, alla luce del sole proprio come nel seppuku più tradizionale. Scrivere distrugge le impalcature che mi porto addosso, che conosco così bene da poter spesso solo io demolire senza neppure molto fragore. Ma scrivere riempie anche dei vuoti, come stasera, delle assenze, come stasera; vuoti e assenze incomprensibili quando invece sono le mie reazioni e le mie aspettative incomprensibili. Scrivere ribalta la visione: dove mi trovo? Dentro al foglio, fuori dal foglio, ovunque? Scrivere è perdere la bussola, finalmente. Scrivere è poter affermare che si è felici anche in quelle situazioni in cui oggi [assurdamente] non è consentito ammetterlo. Scrivere è dare dello stronzo a chi stronzo è e null'altro epiteto merita. Scrivere è il rigurgito del pus interiore come in un testo di Cronenberg. Scrivere è il vellutato argomentare di Lord Henry nel giardino dell'amico Basil. Scrivere è strettamente personale, senza intermediari, senza reti di protezione, senza luogo e senza tempo ma allo stesso modo circostanziatissimo.
Scrivere
Scrivere è gioia. Scrivere è stata un'esigenza e lo è ancora. Scrivere è stato prendere in mano quella sciabola che spesso si tiene nel fodero, evitando di brandirla verso gli altri ma anche (e forse soprattutto) evitando di trafiggersi in un meritato e rituale seppuku. Scrivere è una lavanda gastrica ma anche una colonscopia. Si esplora nel bassofondo e di volta in volta si effettuano biopsie esplorative, laggiù dove c'è il male. Spesso i referti non sono di qualità soddisfacente e bisogna ripetere. Scrivere, scrivere ancora. Scrivere ancora e contraddirsi [e chi se ne frega?]. Scrivere e non essere capiti perchè non si può essere capiti o perchè non si vuole essere capiti o ancor più semplicemente perchè non si riesce neppure a capire sè stessi. Scrivere è il formarsi di una chimera sotto forma di una nuvola di parole che immortalo sul foglio. Scrivere mi ha dato molto e lo faccio da più di tre anni. Quanto è di più intimo è qui, alla luce del sole proprio come nel seppuku più tradizionale. Scrivere distrugge le impalcature che mi porto addosso, che conosco così bene da poter spesso solo io demolire senza neppure molto fragore. Ma scrivere riempie anche dei vuoti, come stasera, delle assenze, come stasera; vuoti e assenze incomprensibili quando invece sono le mie reazioni e le mie aspettative incomprensibili. Scrivere ribalta la visione: dove mi trovo? Dentro al foglio, fuori dal foglio, ovunque? Scrivere è perdere la bussola, finalmente. Scrivere è poter affermare che si è felici anche in quelle situazioni in cui oggi [assurdamente] non è consentito ammetterlo. Scrivere è dare dello stronzo a chi stronzo è e null'altro epiteto merita. Scrivere è il rigurgito del pus interiore come in un testo di Cronenberg. Scrivere è il vellutato argomentare di Lord Henry nel giardino dell'amico Basil. Scrivere è strettamente personale, senza intermediari, senza reti di protezione, senza luogo e senza tempo ma allo stesso modo circostanziatissimo.